Nicolo Gebbia

Una legge Merlin per il voto

Gli accadimenti di nera degli ultimi giorni e delle ultime ore ci hanno consegnato la triste realtà che le mafie vendono pacchetti di voti in tutta Italia ed a chiunque abbia i soldi per comprarli.
Ho provato sincera comprensione per la povera Giorgia Meloni, anche lei alle prese con alti esponenti del suo partito coinvolti in questo mercato.
La senatrice Merlin, lo dico per i più giovani dei miei 25 lettori, è quella signora che, alla fine degli anni ’50 del secolo scorso, fece chiudere, grazie alla legge che porta il suo nome, tutti i lupanari regolamentati dallo stato dove esercitavano il mestiere più antico del mondo delle rispettabili signorine, iscritte in un albo professionale costantemente aggiornato dalle Questure, che avevano anche cura della loro salute fisica, facendole sottoporre periodicamente ad accertamenti sanitari volti ad escludere che fossero affette da gonorrea e sifilide, a tutela e salvaguardia dei clienti.
Chiuse anche quella famosa casa di appuntamenti di Anacapri, dove era nato, dopo la prima guerra mondiale, il romantico idillio fra un avvocato napoletano ed una avvenente signorina piemontese che, anni dopo, avrebbero procreato uno dei nostri più stimati Presidenti della Repubblica.
Il principio giuridico che fu affermato all’epoca, e che tuttora inspira la nostra legislazione, è che prostituirsi non è reato, mentre lo è organizzare e sfruttare la prostituzione altrui.
Ergo, dico io, vendere il proprio voto non è reato, se viene concluso un libero accordo commerciale diretto fra chi vende e chi acquista.
C’è poi da dire che l’acquirente, visto che non può entrare nella cabina elettorale con il venditore, che ha anche la proibizione di fotografare il suo voto, ha diritto di tutelarsi nei confronti di eventuali truffe.
L’onorevole Achille Lauro, quell’armatore napoletano più volte sindaco della città partenopea, aveva perfezionato sofisticati sistemi per evitare che chi gli vendeva il voto provasse a fare la stessa cosa anche con i suoi concorrenti politici.
Famose erano le negoziazioni fondate sul baratto. Ad esempio, nelle famiglie numerose, dove oltre che papà e mammà, gli unici votanti, c’era da calzare anche una decina di figli, le scarpe destre venivano distribuite prima del voto e quelle sinistre dopo che Lauro aveva verificato il favorevole esito elettorale.
Metto le mani avanti nei confronti delle anime belle che, leggendomi, hanno già espresso la loro riprovazione morale.
Essa è del tutto gratuita, visto il comportamento amorale ed osceno di coloro che abbiamo eletto perché ci dicevano che un abisso li separava dai vecchi politicanti cinici e corrotti.
Mentivano spudoratamente ed appena insediati hanno gettato la maschera.
Mi sembra molto più onesto e meno ipocrita dire: “Voglio farmi eleggere per il tornaconto mio e della lobby cui appartengo, e sono pronto a pagare il tuo voto a caro prezzo”.
In questo senso è istruttivo ricordare quello che diceva nell’antica Roma Catone il Censore.
Sosteneva che fosse meglio rieleggere senatori che avevano svariate legislature alle spalle, e quindi avevano già rubato in abbondanza, piuttosto che neofiti ansiosi di arraffare di tutto e di più.
Sono molto curioso di conoscere il parere dei miei 25 lettori circa la proposta di liberalizzare il mercato del voto.

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