Nicolo Gebbia

L’arma in vetrina

I primi film italiani di argomento poliziesco risalgono alla metà degli anni trenta. Se siete dei cinefili come me, sapete che per trovare un carabiniere investigatore dovete arrivare addirittura al 1968 con ‘ I racconti del maresciallo ‘, serie televisiva realizzata da Mario Soldati, interpretata da un indimenticabile Turi Ferro, e con il film coevo di Damiano Damiani ‘Il giorno della civetta’, in cui Franco Nero interpretava il mitico capitano Bellodi tratto dalla penna di Sciascia.

Fra l’altro nell’agiografia della falsa antimafia si decise che Bellodi era il giovane Carlo Alberto Dalla Chiesa dell’epoca in cui era stato coordinatore delle squadriglie a Corleone. Finché Sciascia stesso, che per il generale piduista non aveva simpatia alcuna, si ruppe le scatole smentendo gli agiografi e rivelando che si era ispirato al maggiore Renato Candida, il primo a descrivere letterariamente la mafia siciliana nei sui libri ‘Mafia insoluta,diario di un maggiore dei carabinieri, ed il più noto ‘Questa mafia’ di cui posseggo una rarissima prima edizione.

Prima di allora protagonisti dei gialli erano stati i commissari di polizia, come il mitico Pietro Germi del 1959, interprete di ‘Un maledetto imbroglio’, tratto dal capolavoro letterario di Carlo Emilio Gadda. L’opinione pubblica italiana si convinse che ad investigare fossero solo i funzionari di polizia, e non mai gli ufficiali dei carabinieri.

Era falso, i due terzi abbondanti delle indagini erano condotte da noi, ma il naturale riserbo che ci portiamo nel nostro DNA, ci imponeva di non apparire, che al giorno d’oggi corrisponde al non essere. Quando finalmente ce ne rendemmo conto, e dopo vari passi falsi che ci videro protagonisti di inedite nuove barzellette, al Comando Generale fu istituito un Ufficio Relazioni Pubbliche e la materia fu regolamentata da ferree circolari, MAI ABROGATE.

La direttiva più importante è che, a livello locale le relazioni con i media sono prerogativa esclusiva del Comandante Provinciale, il quale può delegare, volta per volta e su specifici argomenti, i suoi ufficiali. La seconda è che si deve sempre rifiutare di fornire nostre foto in posa, e che eventuali immagini devono essere istantanee colte dal giornalista mentre viene informato dei fatti.

La terza e’ che si deve sempre pubblicizzare il fatto che ‘ i carabinieri a …..’, e non i carabinieri di …… . ….. Per ultimo, eventuali dichiarazioni in favore di telecamere devono sempre essere preventivamente autorizzate dall’ufficio pubbliche relazioni del Comando Generale, e se scippate, se ne deve informare quell’ufficio prima che esse vadano in onda. A Misilmeri il maggiore Montemagno, oltre a distribuire i suoi santini appena arrivato, con tutte quelle medagliette della prima comunione (l’espressione è di mio padre che portava solo le campagne, le croci di guerra e quella al valor militare) ed il diploma di bagnino sul petto, rilascia interviste anche in occasione degli incidenti stradali, ed Il Giornale di Sicilia se parla di qualcosa accaduto da quelle parti, ci mette sempre la testina del maggiore.

Non si meravigli poi se sulle sue interviste dei buontemponi sovrappongono parole diverse da quelle che ha pronunciato, diffondendole sul web. E tu comandante provinciale che ci stai a fare? Meno parole, nessuna ulteriore immagine, qualche riservata personale in più sarebbero d’uopo nell’Arma che vuole sopravvivere all’attuale momento di crisi nazionale.

Maggiore Montemagno, noi mezzojusari vogliamo credere in te. Oggi al nostro sindaco e paladino hai fatto una buona impressione. Fai in modo di esserci, e rifuggi dall’apparire, solo così ti guadagnerai la nostra considerazione.

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