Nicolo Gebbia

L’Arma dei Carabinieri e le lettere anonime

Si favoleggia che quando nascemmo, nel 1814, in sostituzione della napoleonica”Gendarmerie Piemontes”, il Re (quello stesso che tornato dall’esilio sardegnolo rimise al loro posto tutti coloro che figuravano nell’ultimo Almanacco di Corte pubblicato prima dell’Armistizio di Cherasco e sostituì solo quelli che erano morti nel frattempo) le Regie Patenti che ci hanno visto nascere non le volesse nemmeno firmare, preferendo per noi (pericolosi giacobini) una nascita anonima, tanto poco ci amava. Poi i padri gesuiti che guidavano le sue azioni lo convinsero che partorirci bastardi era poco onorevole. Ma da allora la nostra storia è disseminata di lettere anonime.
Questo articolo, scritto come tutti gli altri fra il serio ed il faceto, è dedicato ad alcuni anonimi fra quelli che hanno costellato la mia carriera, e sono certo che esso sarà omissivo di tutti quelli di cui non ho mai avuto notizia. La prima medaglia d’oro della storia militare d’Italia fu conferita al carabiniere Giovan Battista Scapaccino.Egli, classe 1802, si era arruolato volontario a vent’anni nel Reggimento di Cavalleria Piemonte Reale (lo stesso in cui milito’ mio padre dopo la guerra e fino a quando non fu ricostituito il Quarto Reggimento Carristi) e dopo otto anni, nel 1830, transito’ nei carabinieri, venendo destinato alla stazione di Les Echelles, in Savoia, dove trovò una bella francesina che finalmente colse la sua verginità. Un anno dopo cento uomini armati varcarono il confine francese, occupando quel villaggio.
Scapaccino si trovava però a Chambery, presso il comando superiore, dove aveva portato a cavallo un dispaccio. Fu lì che trovò una lettera anonima nella quale veniva informato che la fidanzata francese, ogni volta che lui si allontanava per le sue funzioni di porta-ordini, faceva entrare sotto le sue lenzuola un gallico rivale.
Scapaccino, malgrado informato anche della presenza di quei ribelli, volle tornare al galoppo per sorprendere sul fatto la fedifraga ed il suo ganzo.La gelosia è cattiva consigliera, ed essa gli fece abbandonare ogni prudenza, tant’è che venne catturato mentre cercava di forzare il blocco dei ribelli.
Circondato, fu invitato ad aderire alla loro causa gridando: “Viva la Repubblica!”. Lui invece urlò “Viva il Re”, e sprono’ il cavallo al galoppo verso quel talamo che sperava ancora di trovare caldo.Due fucilate lo colpirono alla schiena e morì eroicamente, senza neanche la soddisfazione di scoprire che l’anonimo era menzognero, perché la fidanzata gli era stata fedele.
La riforma delle ricompense presso l’Armata Piemontese aveva partorito il Regio Viglietto del 20 marzo 1833, con cui si istituiva la Medaglia d’Oro al Valor Militare come ricompensa massima, e la prima toccò proprio a Scapaccino.Nella cerimonia con cui la medaglia fu consegnata ai genitori, Biagio e Margherita, che godettero anche di un vitalizio, il sovrano usò le seguenti parole: “Militari piemontesi! In qualunque circostanza si presenti nel momento del massimo periglio, ricordatevi del prode carabiniere che non dubito’ di incontrare morte certa, anziché mancare al suo onore e tradire neppur col labbro la propria fede!”.
Però le cattiverie non pagano, ed il carabiniere che, invaghito della bella fidanzata di Scapaccino, aveva scritto quella lettera anonima per farli litigare, non ebbe soddisfazione.
Riuscì a subentrare, come Luciano Liggio fece con la fidanzata di Placido Rizzotto dopo averlo ucciso, ma godette del suo talamo solo per un brevissimo periodo. L’esperienza di Scapaccino, infatti, fece partorire ai padri gesuiti che scrivevano i nostri regolamenti una norma durata fino a pochi anni fa: il carabiniere che si fidanza con una donna del luogo deve subito essere trasferito a congrua distanza , come accade al carabiniere Stelluti di “Pane, amore e fantasia” quando si fidanza con la Bersagliera.
La francesina di Les Echelles, mortole Scapaccino, e strappato dal suo letto l’autore della lettera anonima perché trasferito a Chambery, poco tempo dopo gli scrisse una bella lettera come quella della canzone “Soldato Nencini”, del genere “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, e lo lasciò come fece la mia prima fidanzata Eloisa Princiotta.
Quando giunsi a Marsala nel 1980, trasferitovi mio malgrado dalla Sardegna dove stavo tanto bene, per colpa di mio padre e del Comandante Generale Capuzzo, suo collega di corso d’Accademia, al quale egli mi aveva raccomandato senza che io ne sapessi nulla, la prima estate godetti abbondantemente dell’ospitalità balneare offertami dal Circolo Canottieri, e vi conobbi una signora che mostrava una spiccatissima simpatia nei miei confronti.Chiamiamola Franca Siciliano.La stavo ancora corteggiando quando uno stesso anonimo, pervenuto a numerosi indirizzi, informava il marito della nostra tresca, quella che io avrei voluto, ma che ancora non si era perfezionata. Le telefonai dicendole: “Franca, visto che non abbiamo niente da rimproverarci, mi permetti di andare a trovare tuo marito per chiarirglielo?”.
Ne ottenni un deciso rifiuto, che rispettai, ma sollecitò la mia curiosità.
Scoprii così che molti anni prima Franca aveva fatto una fuga romantica con un giovanotto squattrinato, tornando dal marito solo quando erano finiti i suoi soldi.Questo mi bastò per indirizzare le mie attenzioni ad un’altra signora, che portava lo stesso cognome, era sensibilmente più giovane e si chiamava Adele.
Peccato che il marito fu subito trasferito e la coppia si spostò a vivere a Palermo.Lui tornava solo per il fine settimana, ed io ne approfittavo per delle improvvisate notturne tanto erotiche quanto perigliose. Non per il rischio di essere colto in fallo, quanto perché rientravo a Marsala prima che cominciasse l’orario d’ufficio guidando con un occhio aperto e l’altro chiuso.
Un giorno, all’alba, mi ritrovai su un rettilineo dell’autostrada fra Partinico ed Alcamo mentre, appisolato a 140 all’ora, stavo per travolgere una cinquecento che andava a 60.
Riaprii gli occhi per tempo e piantai i freni.La mia macchina girò su se stessa per due volte ed infine si fermò con il muso rivolto verso Palermo.
Il guidatore della cinquecento, che dallo specchietto retrovisore aveva assistito alle mie acrobazie, scese dalla sua macchina ed ispeziono’ con attenzione la mia, incredulo del fatto che essa fosse assolutamente intatta, perché non aveva nemmeno sfiorato i guardrails.Rimisi in moto ed invertii la marcia prima che sopraggiungesse qualche altra vettura.
Tornato a Marsala, sveglio come un grillo, trascorsi la mattina nel mio letto, disbrigando le urgenze per telefono, e decisi che dovevo trovarmi una donna altrettanto sensuale ma logisticamente più pratica. Adele non me l’ha mai perdonato, e vent’anni dopo, quando venni a comandare il Reparto Operativo di Palermo, malgrado si fosse separata dal marito, rispose al biglietto che lasciai al suo portiere, pieno di eleganti adescamenti, con una lettera molto più elegante in cui declinava inesorabilmente le mie profferte.
Però l’anonimo che meglio ricordo del mio periodo marsalese è legato ad una innovazione del codice della strada.
Avevo catturato da poco Mariano Agate sul tetto di casa sua, grazie anche alla solerzia del Comandante la Stazione di Mazara del Vallo, maresciallo Ditta, che possedeva una Mini Minor Innocenti. Alla Legione di Palermo arrivò un esposto anonimo in cui si affermava che, dopo quasi un anno dall’entrata in vigore di quella norma che prevede l’obbligatorietà di almeno uno specchietto retrovisore esterno, la sua Mini ne era ancora sprovvista. Null’altro.Mi furono chiesti chiarimenti per iscritto, ed io risposi che ciò era in contrasto con quella norma interna dell’Arma dove si afferma che gli anonimi contenenti accuse nei confronti dei nostri militari vanno istruiti solo laddove essi configurino la consumazione di reati penali.
Soggiunsi che l’anonimo stesso era meglio di una lettera di encomio nei confronti di Ditta, perché con il livore che esso trasudava contro di lui, era stato possibile al suo autore trovare solo quella bazzecola per censurarne l’operato. Mi fu replicato che ero polemico, e che fornissi sollecitamente una assicurazione scritta circa l’avvenuta istallazione dello specchietto mancante.Sapevamo benissimo, fra l’altro, chi fosse l’autore dell’anonimo: un appuntato che aveva comandato fino a poco tempo prima la motovedetta classe 500, e si era visto retrocesso a semplice membro dell’equipaggio quando essa era stata sostituita con un’altra, classe 600, che prevedeva un brigadiere come comandante.L’appuntato, privato del comando, aveva preferito congedarsi anticipatamente, e da allora si dilettava a scrivere inconfondibili anonimi contro tutto e tutti.Nell’assicurare l’avvenuta istallazione dello specchietto, chiesi mi venisse trasmesso l’originale dell’anonimo, onde consentirmi di effettuare una perizia calligrafica comparativa con il giornale di bordo della motovedetta classe 500, scritto sempre di suo pugno dall’appuntato in questione. Ciò non mi fu consentito e mi duole affermare che una delle porcherie più grosse sempre ricorrenti nella istituzione che ho onorato per quarant’anni è proprio questa: mai un’indagine sugli autori degli anonimi, e sempre una montagna di fiscali accertamenti circa il loro contenuto, anche al di là di quanto previsto dalle norme interne che ho citato.
Ne ebbi la riprova quando mi fu richiesto, come ogni anno, il testo di una conferenza da tenere, eventualmente, nel quadro di quelle previste dal ciclo di aggiornamento professionale degli ufficiali.
Scelsi il titolo :”Esposti anonimi: prassi e diritto”. Cominciavo, lo ricordo ancora, con alcune citazioni relative ai lavori preparatori del Codice Rocco, in cui si manifestava profondo disgusto per gli anonimi, indegni di essere presi in considerazione dai magistrati, i quali, se avevano la sfortuna di riceverne qualcuno, potevano cestinarlo oppure, al massimo, consegnarlo alla Polizia Giudiziaria perché ne facesse l’uso che riteneva più opportuno, senza l’obbligo di riferire al magistrato.Concludevo quella conferenza con una affermazione provocatoria, che speravo mi venisse sanzionata.
Sostenevo infatti che gli anonimi pervenuti all’Arma, malgrado l’obbligo di istruire solo quelli contenenti accuse di natura penale, era opportuno che venissero protocollati ed istruiti tutti, sempre e comunque. Con mia grande meraviglia il testo fu approvato nella sua interezza, anche con un cenno di compiacimento. Ora sono stanco, e l’argomento è di quelli che più mi irritano, per cui concludo con due considerazioni personali.
Quando fu ucciso Carlo Alberto Dalla Chiesa ed il suo successore ebbe quei poteri che a lui erano stati negati, fummo subito subissati da richieste di accertamenti scaturite da lettere anonime indirizzate all’Alto Commissariato.Scrissi proprio in risposta ad una di esse, palesemente calunniosa e priva di qualsiasi importanza nel contrasto alla mafia, che essa (la mafia)non è diabolica, ma se lo fosse proprio quella strada avrebbe scelto per vanificare il ruolo dell’Alto Commissariato: riempirlo di anonimi per farlo girare a vuoto nella convulsa frenesia di istruirli tutti!
Quando poi, nel 1996, divenni Comandante Provinciale di Treviso, concessi un’intervista ai due quotidiani locali, La Tribuna ed Il Gazzettino, nella quale diffidavo gli anonimisti dall’indirizzarmi qualsiasi genere di missiva, perché le avrei cestinate tutte inesorabilmente. Se così facessero anche i signori magistrati, invece di iscriverle al modello 45 e chiederci notizie, la giustizia italiana avrebbe fatto un significativo passo in avanti per diventare più rapida ed efficace.
Dopo quelle due interviste dalla Legione di Padova mi arrivò un cazziatone scritto, in cui venivo diffidato dall’allontanarmi da ogni prassi consolidata.
Esso, però, fu inefficace, perché nei quattro anni che sono stato comandante provinciale, di anonimi ne ho cestinati tanti, e mai ne ho istruito neppure uno.Purtroppo, invece, la nostra è una repubblica fondata sul lavoro e sulle lettere anonime.
Che tristezza!

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