Nicolo Gebbia

L’anonima sequestri sarda ed io

Il 15 settembre 1977 assunsi il comando della tenenza di Ales.
Era il più piccolo comando d’ufficiali d’Italia: 1800 abitanti, comprese le frazioni di Zeppara e Curcuris, una delle quali negli anni successivi ottenne di diventare comune autonomo.
Presso il comando eravamo in trentasei, ed i nostri stipendi erano fondamentali per l’economia del paese.
Sto parlando di un’Arma che non c’è più, e che non aveva ancora tradito quelle regole dettate dal buon senso scolpite nei nostri regolamenti di allora: i carabinieri celibi dovevano pernottare in caserma, e quelli ammogliati nel territorio del comune. Raramente veniva concesso loro di metter su casa poco lontano.
Ciò accadeva quando decidevano di costruirsene una, e l’amministrazione conveniva che fosse economicamente vantaggioso vivere nell’abitazione che si erano costruiti, piuttosto che non pagare una pigione.
Gli affitti, fra l’altro, erano particolarmente vantaggiosi.
Con quattro soldi un appuntato poteva disporre, per sé e la sua famiglia, di una bella abitazione unifamiliare, con l’immancabile enorme camino in cucina, generalmente costruita per la vecchiaia da gente che lavorava nel nord, oppure in Germania.
Avere un carabiniere come inquilino era un privilegio, perché pagava regolarmente il canone (altrimenti lo punivamo) e perché, alla bisogna, avrebbe restituito l’immobile, ben conservato, ottenendo un trasferimento non svantaggioso.
Le lunghe permanenze, quelle che superavano i sette anni, erano ferocemente osteggiate da noi superiori ed il contenzioso quasi nullo.
Tutte quelle furberie, quei diritti sindacali, quei figli dai leggerissimi handicap che rendono inamovibile il padre erano amenità di cui si favoleggiava.
Mi spiego meglio: il carabiniere aveva solo doveri e nessun diritto, l’orario di servizio era solamente indicativo, perché, se necessario, veniva prolungato insindacabilmente, e comunque non retribuito perché non esisteva lo straordinario.
L’armonia di un reparto riposava sulla sagacia del suo comandante che, paternalisticamente, trattava i dipendenti come un buon padre di famiglia fa con i propri figli.
I militari celibi, poi, erano costretti a pernottare in caserma, evitando anche di fare le ore piccole perché si poteva applicare loro l’istituto della ritirata e del contrappello. Essi avevano come unico passatempo serale quello di giocare a scopa oppure a scopone scientifico fra loro, nella sala convegno, e senza disturbare i colleghi che volevano guardare la televisione.
Il gioco d’azzardo era una grave mancanza disciplinare, ed al massimo si scommetteva un caffè al bar.
Chi si isolava per leggere dei libri era guardato con sospetto, tranne che non si trattasse di attività di studio volta a conseguire un titolo scolastico superiore a quello della quinta elementare, che era il più diffuso e comunque bastevole per l’arruolamento.
La tenenza di Ales, oltre alla stazione capoluogo, era composta da altre undici stazioni che avevano giurisdizione su un territorio complessivo di cinquecento chilometri quadrati, suddiviso amministrativamente in trentotto comuni, popolati complessivamente da ventisettemila abitanti soltanto.
Tutta quella infinità di comuni, la maggior parte dei quali avevano meno di mille abitanti, era stata voluta dalla Democrazia Cristiana sarda, e sostanzialmente giustificava gli stipendi dei pochi impiegati comunali, generalmente mai più di 4-5.
Non c’era neanche un vigile urbano, e questo rappresentava un privilegio impagabile per noi carabinieri, unici arbitri del bene e del male.
Quella regione della Sardegna che vede Ales come sua capitale, si chiama Marmilla, ed è la più povera dell’isola.
I due paesi principali, entrambi più grandi di Ales stesso, erano Mogoro, verso Cagliari, e Samugheo, verso Nuoro.
Solo quest’ultimo godeva di una relativa floridezza, dovuta alla produzione artigianale di tappeti ed alla ricchezza dei suoi pascoli.
Era anche pieno di zitelle, perché nessuna donna con la dote si sposava, se non con qualcuno che avesse un patrimonio almeno analogo.
Ai miei tempi ne contai trentasette, quasi tutte caste.
Ciò accadeva però solo a
Samugheo, perché più a valle, nella Marmilla vera e propria, i costumi erano piuttosto rilassati, tanto che Ales aveva quattordici ragazze madri, un record rispetto ai suoi 1800 abitanti complessivi.
Neanche la fedeltà coniugale era particolarmente praticata, perché, e fu difficilissimo per un siciliano come me comprenderlo, l’unico valore che si era disposti a difendere anche con il fucile era quello della proprietà privata.
Un pastore non era particolarmente turbato dal fatto che sua figlia fosse rimasta incinta senza sapere identificare un padre certo, e neppure si adombrava più di tanto quando, durante le lunghe assenze con il gregge, la moglie si sfogava con il giovane viceparroco, o con quel carabiniere che le aveva fatto gli occhi dolci durante la messa.
Lo stesso pastore, però, se ne scopriva un altro che aveva portato sul suo pascolo le proprie pecore, gli sparava.
Infatti in dialetto locale lo sconfinamento di pascolo si chiamava “offesa”.Me ne resi conto con il mio primo omicidio a Samugheo, perché mi sentivo ripetere in continuazione la affermazione “io e l’ucciso non ci siamo offesi mai”, alle volte mitigata in “io e l’ucciso ci siamo offesi solo in gioventù, tanti anni fa”.Il mitico maresciallo Sias mi spiegò che bastava intendere il verbo offendere nella accezione di sconfinare con le proprie pecore, perché tutto tornasse chiaro.
Nei tre anni del mio comando ebbi tre omicidi volontari, quattro tentati omicidi, due rapine ad un ufficio postale, una rapina in banca ed il furto di cinquecento chili di esplosivo da una cava.Quest’ultimo reato è l’unico che non riuscii a risolvere, mentre per tutti gli altri ne assicurai alla giustizia i responsabili. Vengo ai sequestri di persona, che all’epoca costituivano la principale industria dell’isola.
Anni prima del mio arrivo era stato sequestrato al quadrivio di Escovedu l’onorevole Riccio, ricco parlamentare democristiano, mai più tornato a casa dopo il pagamento della prima rata del riscatto, e dato in pasto ai maiali che non lasciano traccia alcuna del cadavere. Si sapeva anche chi fosse stato il responsabile, e siccome non era stato mai neppure indagato, io pensai che fosse una gran paraculata fargli costruire la nuova stazione dei carabinieri di Usellus.
Lui, lusingato e divertito dalla prospettiva di diventare il padrone di casa dei carabinieri, non bado’ a spese, ignaro del fatto che la Prefettura cominciava a pagare il canone d’affitto con almeno cinque anni di ritardo.
Qualche anno dopo il mio trasferimento a Marsala, quell’uomo fu arrestato proprio per il sequestro dell’onorevole Riccio, e passò in galera due anni prima di essere assolto con sentenza definitiva.Ero già a Milano quando lo vidi ospite di una trasmissione sulle vittime di errori giudiziari gestita da Enzo Tortora e ne ricordo la supponenza con cui esibiva il suo ingiusto martirio. Resto della convinzione che l’unico ad averlo mai fregato sono stato io, quando gli ho feci spendere parte dei soldi del riscatto in un investimento tanto svantaggioso per lui.
Avevo anche un sorvegliato speciale della pubblica sicurezza, Gavino Perseu, che doveva andare a firmare un registro in comune ogni giorno, mentre solo la domenica si recava nel limitrofo comune di Sini, sede della stazione carabinieri territorialmente competente sul suo comune di residenza, che ne era invece sprovvisto. Il comandante della stazione era il sosia di Aldo Fabrizi, e la moglie faceva la perpetua al parroco.
Perseu, di solito, arrivava alle undici del mattino sulla automobile guidata dal cognato, bussava al portone della caserma, ed Aldo Fabrizi si affacciava al balcone del suo ufficio ubicato al primo piano dicendogli: “Buongiorno, Gavino… buona domenica”.
Quando Fabrizi ricevette un ordine di carcerazione perché Gavino doveva scontare una pena residua di due mesi, mi chiese una breve licenza e quella domenica toccò al più anziano degli appuntati arrestare il Perseu.
Affacciatosi alla finestra gli disse : “Gavino, salga un momento su in ufficio”. E lì gli notifico’ il provvedimento.
Perseu prese la rincorsa e si tuffò dal balcone, davanti alla gente del paese che usciva dalla messa domenicale, e zoppicando da lì fino alla macchina , fuggì col cognato alla guida.
Io avevo nel mio nucleo operativo un giovane brigadiere lombardo, Domenico Silvestrini, sposato con una ragazza sarda di buona famiglia (il padre sindaco).Devo gran parte di quello che ho imparato nella mia carriera di investigatore alla sua sagacia ed alla esperienza dell’anziano comandante di Silvestrini, il mitico maresciallo Muscas. Visti insieme sembravano il gatto e la volpe, basso uno ed altissimo l’altro, con quegli occhioni azzurri che la moglie diceva fossero stati irresistibili al suo cuore.
Presiedetti allora un “gabinetto di guerra” composto da noi tre e dall’appuntato che si era visto sfuggire Gavino per via aerea, il quale, se avessi dovuto mettere le cose per iscritto, avrebbe passato guai infiniti. Decidemmo di prenderci qualche ora di tempo prima di informare i superiori e la magistratura, per quella che si configurava giuridicamente come una evasione aggravata. Silvestrini rintraccio’ Gavino dodici ore dopo e quando lo portò davanti a me, io gli chiesi contezza di quella enorme sciocchezza che aveva fatto di fronte alla modesta prospettiva di passare due mesi in galera, lui che aveva nel carniere già sette anni di detenzione. Mi rispose: “Signor Tenente, lei non può capire cosa passa per la testa di un uomo quando all’improvviso gli dicono che, invece di dormire con sua moglie, quella sera finirà dietro le sbarre. È stata una reazione inconsulta”.Convenimmo che era caduto dalle scale della caserma, e Silvestrini, prima che in prigione, lo portò da un conciaossa, bravissimo, di Villacidro che gli ridusse la frattura alla gamba, ingessandolo.
Passò i due mesi successivi nell’infermeria del carcere di Cagliari, e ci guadagnammo un confidente prezioso.Tanto prezioso che, meno di un anno dopo, confidò a Silvestrini di essere stato contattato perché, con le importanti amicizie che aveva a Milano, sarebbe stato lui a riciclare i settecento milioni di riscatto che sarebbero stati chiesti al titolare del pastificio Puddu per la liberazione del suo bambino di sette anni.
Ad organizzare il sequestro era stato un pregiudicato di Oristano, la cui sorella era domestica presso la famiglia Puddu, e, seppur inconsapevolmente, avrebbe dato la notizia giusta, utile a sequestrare padre e figlio quando entrambi andavano a pesca nell’iglesiente.Il padre sarebbe stato rilasciato subito dopo, per mettere insieme i soldi del riscatto, trattenendo solo il bambino.L’organizzatore stesso avrebbe avuto un alibi di ferro perché, al momento del colpo, sarebbe andato a trovare il fratello in caserma, presso il nucleo investigativo del comando provinciale carabinieri di Oristano.
Andai a trovare il capitano Nastrucci presso la compagnia di Sanluri, nel cui territorio si trovava il pastificio Puddu.
Non nascondo che avemmo la tentazione di fare consumare il sequestro, e scoprirlo subito dopo, ottenendone dei vantaggi di carriera inimmaginabili.Ma eravamo due persone per bene,e fu così che Nastrucci incontrò riservatamente il signor Puddu, raccontandogli tutto.
Il bambino fu mandato in un collegio, l’incolpevole cameriera licenziata ed il fratello dell’organizzatore, dopo un mio appunto riservato e non protocollato, venne trasferito a Torino, senza capire perché.Caso volle che, quando arrivai a Marsala, ci trovai un altro fratello, effettivo al mio Radiomobile, che mi confidò la sua amarezza ed il livore nei confronti dell’Arma, per quell’allontanamento dall’isola del fratello maggiore, malgrado un curriculum encomiabile.
Erano passati un paio d’anni, e gli spiegai tutto, lasciandolo letteralmente con la bocca aperta e senza parole.
Lui aveva la pistola facile e poco tempo dopo, inseguendo due scippatori scappati a bordo di un vespino, estrasse l’arma e sparò ad uno dei due, mentre correva lungo i campi.Arrivai proprio in quel momento, vedemmo il ragazzo cascare per terra, e l’appuntato, sbiancando in volto, esclamò: “L’ho ammazzato!”.
Invece era solo inciampato, e riprese subito a correre.Strappai allora la pistola di mano al mio collaboratore e gli urlai:
“Lo insegua e non torni qui prima di averlo ammanettato, senza torcergli un capello!”.In caserma, poi, convocai il maresciallo Noto, da cui dipendeva anche il Nucleo Radiomobile, e davanti all’appuntato gli dissi che ogni volta che era di servizio, malgrado fosse capo equipaggio, doveva essere lui a mettersi alla guida, per togliergli la tentazione di sparare per primo e senza motivo. Comunque, ora che ho sfiancato anche il più masochista dei miei 25 lettori, entro in argomento: il 22 agosto 1978 la famiglia Casana, composta da padre, madre e due figli, Marina di sedici anni e Giorgio che ne aveva appena compiuto quindici, si trovava su uno scoglio a Capo Pecora, a ridosso delle dune di Bugerru, nel comune di Fluminimaggiore, quando furono raggiunti da banditi che avevano utilizzato il gommone lasciato a riva dai Casana . Li minacciarono con i mitra che imbracciavano, impadronendosi dei due ragazzi.
Mentre ciò avveniva uno dei malviventi casco’ in acqua dal gommone e la signora Casana testimoniò poco dopo che il bandito, da lei visto a distanza ravvicinata, aveva “due bellissimi occhi verdi”.
Fu così che scoprimmo una cosa che ci era sfuggita fino ad allora, e cioè che la metà dei pastori sardi ha gli occhi verdi.
I due ragazzi, legati ed imbavagliati, furono trasportati prima in macchina e poi costretti a proseguire a piedi per ore.
La loro liberazione avvenne dietro pagamento del riscatto il 21 ottobre successivo.In quei sessanta giorni Marina, come se avesse avuto un computer in testa, memorizzo’ tutti i tempi e le modalità degli spostamenti.
Ricordo ancora che, una volta libera, ci raccontò come una notte, passando sotto un ponticello, aveva udito le confidenze che si scambiavano due carabinieri seduti a pochi metri di distanza da loro.
Fu un sequestro per molti versi assolutamente ortodosso, e mai pernottarono in una casa, ma sempre all’addiaccio, continuamente spostati dai loro rapitori, uno dei quali corteggiava Marina ed arrivò a farle delle confidenze circa particolari della sua vita pregressa.
Il negoziatore scelto dalla famiglia ed accettato dalla banda era un sacerdote, il gesuita Cosimo Onni, che con la sua Cinquecento Fiat doveva percorrere interminabili itinerari lungo centinaia di chilometri di strada, nella speranza che i rapitori, lanciandogli un rotolo di carta igienica di traverso sulla strada asfaltata, gli segnalassero che doveva imboccare la prima strada bianca successiva. Quando, durante uno di questi itinerari, mi trovai coinvolto, perché esso attraversava per decine di chilometri tutta la mia tenenza, organizzai un cervellotico sistema di avvistamento: a distanza di cinque minuti di percorrenza della provinciale che il sacerdote avrebbe imboccato partendo dalla statale Carlo Felice, misi dei carabinieri abilmente dissimulati, collegati via radio, e dopo ogni ulteriore percorrenza di cinque minuti ce ne erano degli altri, in modo che, se la Cinquecento tardava a passare davanti ai loro occhi, avrebbero dato l’allarme, ed io avrei potuto concentrare il grosso dei miei uomini in quel quadrante per soprendere i banditi mentre stavano trattando con il negoziatore. Il via, però, me lo doveva dare una pattuglia della Questura di Oristano che, simulando un normale posto di controllo lungo la Carlo Felice, ci avrebbe informato del momento in cui la Cinquecento con il sacerdote alla guida lasciava la statale ed imboccava la provinciale.
I poliziotti, invece, per rimarcare la loro indipendenza dalla mia catena di comando, si andarono a sistemare cinque chilometri dopo l’innesto della provinciale, vanificando tutto il mio dispositivo.
Saltai su una Alfetta con l’appuntato Lecis per cercare di sostituire i poliziotti..
Tutti gli altri dei miei novantanove dipendenti, tranne gli undici piantoni alle caserme (quelle citofoniche non erano ancora state inventate), erano dislocati e dissimulati lungo la provinciale, nel modo che vi ho già esposto.
Correndo verso la Carlo Felice, Lecis mi fece notare una 127 verde, e mi disse che l’avevamo incontrata qualche minuto prima, nello stesso senso di marcia, per cui era evidente che in quei minuti era tornata indietro lungo delle strade bianche.Invertimmo la marcia, seguendola ad alcune centinaia di metri di distanza, e la vedemmo imboccare una strada bianca. Mi accorsi anche del famoso rotolo di carta igienica di traverso, e capii che, poco prima della 127, anche la Cinquecento del sacerdote si era inoltrata per quella stradina.Feci affluire i venti uomini più vicini a me e comunicai al Comando Provinciale di Oristano che stavo cominciando un rastrellamento nel corso del quale, probabilmente, avrei sorpreso rapitori e negoziatore durante il loro randez-vous.
Dieci minuti dopo il Comandante Provinciale di Cagliari, Amelio Rafanelli, mi chiamò via radio dicendomi: “Tenente, le passo il giudice Lombardini”.
E subito dopo quest’ultimo esordì così: “Che cazzo sta combinando?”.
Glielo spiegai e lui mi disse imperativamente di soprassedere, minacciandomi che se avessi fatto di testa mia sarebbe andato personalmente dal Comandante Generale a chiedere il mio scalpo.
Io ancor oggi non so se Lombardini avesse il diritto di farmi desistere, ed io il dovere di obbedirgli, comunque lo feci.
Però, al solito mio, mi mantenni una porzione di indipendenza d’azione.
Congedai tutti i militari, e rimasi solo con un appuntato del nucleo operativo in borghese, e l’unica macchina con la targa di copertura di cui eravamo dotati.
Si era fatto buio quando finalmente la 127 si portò sulla provinciale, dirigendosi verso Morgonzori.La seguimmo e
quando fummo in quell’abitato superammo l’auto, costringendola a fermarsi. Con la pistola in pugno mi qualificai, imponendo all’occupante di uscire dall’abitacolo, appoggiando le mani contro il tetto e allontanando i piedi, in modo che restasse in equilibrio precario.
Il mio appuntato lo palpeggio’, appurando che era disarmato ed estrasse dal suo portafogli la carta di identità.
Si trattava di Giuseppe Mureddu (i originario di Lodine, un paese del nuorese, al quale dissi che avremmo proseguito a piedi per la stazione carabinieri, distante poche decine di metri, mentre la sua macchina l’avrei fatta recuperare in un secondo momento. Lui protestò dicendo: “Sia ben chiaro che la macchina è pulita e non mi fate scherzi “.Intendeva dire che temeva simulassimo di rinvenire un’arma al suo interno. Io queste porcherie non le ho mai fatte, ma che lui lo ipotizzasse me ne fece intuire lo spessore criminale.
Mentre varcavamo il portone della caserma vidi sopraggiungere la famosa Cinquecento con il prete alla guida, che si fermò presso l’unica cabina telefonica pubblica, e ne discese una persona che si mise a telefonare. Mi avvicinai al sacerdote, che era rimasto in macchina, e gli dissi : “Padre, sono il tenente Gebbia, posso rendermi utile?”.
E lui mi rispose: “L’unico modo in cui può esserlo è allontanandosi e facendo finta di non avermi mai visto”.
Così feci, continuando ad osservarlo dalle finestre della caserma durante quella lunghissima telefonata, ultimata la quale la macchina si allontanò verso Ales.Mureddu dichiarò che insieme alla sorella ed a due cognati aveva affittato pochi giorni prima un vastissimo pascolo alle pendici del Monte Arci, e che quel pomeriggio era andato sulla Carlo Felice, presso l’autogrill-ristorante che c’era lì, dove aveva appuntamento con un trattorista del luogo, da lui incontrato casualmente in precedenza.Voleva assumerlo per tratturare i pascoli presi in affitto, in modo che vi crescesse erba fresca per le sue pecore.
L’uomo, tuttavia, non si era presentato all’appuntamento, e nessuno poteva testimoniare circa la presenza di Coinu presso l’autogrill- ristorate, perché si era limitato ad attendere nell’ampio parcheggio.
Sostanzialmente una dichiarazione in nessun modo riscontrabile.
Mentre alla mia contestazione di aver visto per due volte la sua automobile passare nella stessa direzione di marcia replicò che evidentemente mi ero sbagliato e che di 127 verdi come la sua ce n’erano tante.
Nel frattempo, il comandante della stazione aveva appurato trattarsi di un pericoloso pluripregiudicato, mentre il marito della sorella, uno dei due cognati con i quali aveva affittato il pascolo, aveva appena finito di scontare trent’anni di carcere per avere ucciso il padre ed il fratello.
Lasciai il Mureddu piantonato e portai con me una ventina di carabinieri fino al luogo dove avremmo trovato sua sorella ed il cognato, l’ex ergastolano parri/fratricida.
Fu difficile, perché era un’area con vegetazione lussureggiante, alberi d’alto fusto ed assolutamente nessuna presenza umana.
Al centro di essa c’era una grande casa in muratura, un tempo molto ben costruita, ma ormai diroccata.
La coppia che cercavamo ne aveva occupato il grande vano terra, mentre il primo piano era rimasto abbandonato.
Non mi presentai, lasciando parlare i miei marescialli e brigadieri, per mantenermi maggiore libertà di movimento e fu così che riuscii a salire al piano superiore, accorgendomi che il suo pavimento era formato da assi dissestate, dalle quali si vedeva quanto accadeva al piano sottostante e, accostando l’orecchio, si riusciva anche a sentire quello che dicevano fra loro gli occupanti.
Ci sistemai due carabinieri originari del nuorese.Il mio piano era questo: i due sarebbero rimasti distesi sul pavimento e la mattina saremmo tornati a prenderli nascostamente,con la scusa di proseguire la perquisizione alla luce del sole, facendoli defluire approfittando della confusine , così che ci riferissero di quanto si erano detti Coinu, i cognati e la sorella al momento del loro ricongiungimento, in quel dialetto così peculiare e difficile da intelligere.
Tornai a Morgongiori, feci un discorso quasi imbarazzato al Coinu, scusandomi perché lo avevamo trattato bruscamente e trattenuto così a lungo.
Non gli dissi però che la sorella ci aveva dato una spiegazione della sua assenza, completamente differente da quella fornitaci da lui.
Ci aveva detto infatti la donna che suo fratello era tornato al loro paese per acquistare alcune centinaia di metri di recinzione in plastica, che serviva per recintare i pascoli.
La mia regia funzionò perfettamente e quando, finalmente, l’indomani, intorno alle nove, riuscii a restare solo con le mie “spie”, mi riferono che Coinu era stato subito assalito dalla sorella, idrofoba con lui perché gli ascriveva (senza sbagliare) la responsabilità della nostra perquisizione, mentre il cognato ergastolano aveva pronunziato solo poche inequivocabili parole: “Ormai sei stato identificato. Metti i piedi alle pecore, e non ti muovere più fino alla fine” che, smorfiato senza troppe difficoltà, voleva dire che il cognato doveva restare a fare il pastore con le sue pecore fino alla conclusione del sequestro, senza avervi nessuna ulteriore parte.
Quella mattina stessa il giudice Lombardini fu informato , ed io, fino alla conclusione del sequestro, alla guida della mia Montesa da trial, accompagnato da un carabiniere montato su uno dei due Fantic fornitimi sperimentalmente dei quali ho parlato in un articolo recente, andavo ad esibirmi in virtuosismi vari in prossimità della A112, avendo cura di controllarne il contachilometri: la macchina non si mosse mai fin dopo la liberazione dei due giovani.
Fu però scoperto che, in altre due occasioni relative ad altre due trasferte del sacerdote era stato controllato un viaggiatore di commercio, legato al Mureddu, che si chiamava Luciano Gregoriani.Fu lui, con il suo pentimento, che consentì al giudice Lombardini di ricostruire tutto l’organigramma della banda, denominata ” nuova anonima sarda”, costituita da novantaquattro persone rinviate a giudizio per due omicidi, otto sequestri di persona consumati, quattro tentati e vari altri reati minori.
Io nel frattempo ero già a Marsala, e vissi quell’istruttoria da lontano, grazie ai racconti che me ne faceva il capitano Nastrucci, intimo amico di Luciano Gavelli, comandante della compagnia di Iglesias, nel cui territorio il sequestro di persona era stato consumato, e la cui moglie ebbe il ruolo fondamentale nelle indagini che ancora non vi ho raccontato.
Seppi così che, a causa delle liti fra gli investigatori della Polizia e dell’Arma, un’indagine grazie alla quale l’anonima sequestri fu sgominata , non partorì neanche un encomio solenne.
Appresi peraltro, rimanendone amareggiato, che in tutte le proposte avanzate dalla legione di Cagliari, il mio nome non figurava mai.
Fu pertanto con enorme piacere che, tanti anni dopo a Treviso, quando scoprii che il generale Calderaro stava parlando al telefono con il giudice Lombardini , gli chiesi di poterlo salutare. Al mio esordio “Giudice, probabilmente lei non si ricorda di me”, questi replicò: “Vuole scherzare,colonnello? Lei si è ritagliato, con lo scherzo che fece a Mureddu e suo cognato quella notte, un posto di assoluta preminenza nella storia del contrasto alla criminalità organizzata sarda”.
Paraculescamente gli dissi allora che passavo di nuovo la cornetta al generale Calderaro, ed avrei gradito che lui, Lombardini, gli raccontasse quanto accaduto esattamente vent’anni prima, visto che lo ricordava con tanta precisione.
Pochi mesi dopo Lombardini, inquisito da Caselli ed Ingroia per la sua disinvoltura, vera o presunta che fosse, nella conduzione delle indagini, in una pausa degli interrogatori che subì al Palazzo di Giustizia di Cagliari, quando capì che pochi minuti dopo lo avrebbero arrestato,durante la perquisizione del suo ufficio prese la pistola che conservava in un cassetto e si sparò un colpo in bocca.
Ho provato una volta a parlarne con Ingroia, e mi disse cose così cattive nei confronti del morto che non volli proseguire ad ascoltarlo. Ancor oggi il mio istinto è tutto pro Lombardini e contro quei suoi colleghi che lo portarono al suicidio nel quadro di una guerra fra fazioni dell’associazione magistrati vinta da MD.
Tuttavia voglio tornare all’epilogo del sequestro Casana, che per molti versi ha dell’inverosimile.
Il riscatto godette di un cospicuo sconto e fu pagato in due rate per complessivi 500 milioni.
Ricordo ancora la frizione fra noi e la famiglia (che nascostamente ci informava fin dall’inizio delle trattative in corso) perché non vollero ascoltarci circa le esperienze che si erano avute in tanti sequestri precedenti, quando dopo la prima rata i sequestrati, ormai troppo informati sull’identità di chi li teneva prigionieri, venivano soppressi.
Una volta consegnati i due ragazzi al sacerdote che aveva portato l’ultima rata del riscatto, entrambi sembravano affetti dalla sindrome di Stoccolma, e non si riusciva a far raccontare loro quasi nulla.
Fu la moglie del capitano Gavelli, cui Marina venne affidata per alcuni giorni, che alla fine ne ottenne le confidenze, incentrate sull’amore che la ragazza provava per il sequestratore che materialmente era rimasto con loro ogni notte di quei due mesi.
Lei lo aveva soprannominato Speedy Gonzales, per la rapidità dei suoi movimenti, e lui l’aveva gratificata di una miriade di particolari circa la sua vita pregressa.
Ricordo ancora che uno di questi particolari riguardava un sacerdote di origini tedesche che si scoprì essere stato un disertore delle SS, rifugiatosi in seminario alla fine della guerra.
Tutti gli altri episodi di vita alla fine furono ricollegati ad un pregiudicato ben definito, che venne arrestato.
Egli però poté dimostrare in maniera assolutamente non equivoca la sua estraneità a quanto gli veniva contestato.
Ma fece di più, perché capì che solo colui con il quale aveva condiviso la cella per mesi poteva conoscere certi dettagli, e, pur di uscirsene pulito, ne rivelò l’identità: Salvatore Fais, di Santulussurgiu.
Sotto quella piccola tenda canadese nella quale aveva dormito con i due ragazzi, fra lui e Marina era nato un amore, tanto che, prima di liberarla, le aveva regalato un braccialetto d’oro.
Un altro dei sequestratori raccontò, durante il processo, che, giunto presso la tenda con i rifornimenti, vi aveva trovato il Fais incatenato mani e piedi, per gioco, da Marina e Giorgio. Significativamente la famiglia Casana per il solo reato di violenza carnale nei confronti di Marina non volle costituirsi parte civile.
E Salvatore, nel ’79, mandò una lettera a Marina, nella quale le preannunziava che avrebbe partecipato alla Sartiglia di Oristano a cavallo. Fu così che quell’anno io e due miei carabinieri, tutti e tre sulle nostre moto da trial, ci mimetizzammo fra la folla, pronti ad inseguire il bandito se ci fosse stato dato il segnale che egli era uno dei cavalieri mascherati, i quali si avvicendavano al galoppo, uno alla volta, per centrare con la loro spada sguainata la sartiglia, una piccola stella forata sospesa a tre metri dal suolo.Non accadde, ed ancora me ne dolgo, visto la fine che ha fatto dopo il Fais.Fu catturato, rinchiuso nel carcere di Oristano, da cui fuggì rocambolescamente nell’ ’84, per onorare il suo soprannome.
L’anno dopo, circondato da noi carabinieri, non volle arrendersi e morì crivellato di colpi.Io la considero una barbara esecuzione, indegna delle tradizioni dell’Arma.Se ci fossi stato io, ho la presunzione che mi sarebbe riuscito di convincerlo alla resa.
Oggi, a distanza di quarant’anni, grazie all’amico Luciano Gavelli, ho rintracciato Marina su Facebook . Vive sulla collina torinese con la sua bella figlia, ed ha promesso che leggerà i miei gialli. Non vedo l’ora di conoscerne il giudizio.Suo padre non c’è più, mentre la mamma vive a Marina di Pietrasanta e suo fratello è un dirigente dell’Alitalia, che in questo momento ha ben altri problemi, e non voglio disturbarlo.
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