Nicolo Gebbia

Io e l’Afghanistan

Ricorderete che nel 2008 ebbi uno scontro con Angelino Alfano all’aeroporto di Punta Raisi, che provocò le sue immediate rimostranze al Capo di Stato Maggiore dell’Arma dell’epoca, Generale Gallitelli, il quale, conoscendomi, ne neutralizzo’ le conseguenze infauste.
Quello che però non vi ho raccontato è che, poco dopo, l’Arma fu chiamata ad inviare in Afghanistan un colonnello che svolgesse le funzioni di Capo di Stato Maggiore del contingente internazionale, allora comandato da un generale dell’esercito tedesco.
Con i requisiti giusti ci segnalammo solo in due, io ed il colonnello Zubani.
L’Ufficio Personale Ufficiali scelse me perché riteneva che Zubani dovesse restare a fare il Comandante Provinciale a Vicenza, incarico per l’Arma difficilmente ripianabile fuori dalla programmazione già prevista.
Ma Gallitelli, quando gli sottoposero il mio nominativo, esclamò: “Siete pazzi, quello è capace di sfidare a duello pure il generale tedesco!”.
E fu così che partì Zubani.
Perché ci tenevo tanto? Ve lo spiego.
Mio padre in Accademia, a Modena, durante il corso 1940-1942 (83° REX), aveva fatto amicizia con il principe ereditario della Thailandia, e con il principe ereditario dell’Afghanistan. Con quest’ultimo era proprio un legame molto cameratesco, e passò anche una licenza a Roma, ospite del re spodestato suo padre, nella loro residenza del quartiere Prati.
Conobbe così le sorelle ed anche la fidanzata, che era una nipote del Maresciallo Graziani.
Dopo l’8 settembre del ’43, quando mio padre partecipò alla resistenza romana nella banda Battisti, ci fu un momento in cui Rahamatu’llah lo salvò dall’arresto da parte dei tedeschi.
Kappler aveva negoziato con la banda Battisti la liberazione del colonnello Montezemolo in cambio di dieci chili d’oro, che gli alleati avevano fornito alla banda.
Ma si trattava di un tranello, e se ne accorse proprio mio padre quando, in prossimità del luogo convenuto per lo scambio, vide passare due camion furgonati e notò, dalle feritoie di aerazione, che essi erano pieni di sbirrazzi che indossavano il casco coloniale.
Si trattava della Polizia Africa Italiana (PAI), appena rimpatriata, che Kappler usò per sostituire i carabinieri della Legione Lazio i quali, avendo rifiutato di effettuare il rastrellamento degli ebrei nel Ghetto, furono tutti arrestati (tranne un paio di tenenti nipoti di cardinali), disarmati e, con la complicità del nostro generale Delfini, spediti in un campo di prigionia tedesco.
Mio padre riuscì a dare il si salvi chi può per tempo, e lui stesso trovò rifugio a casa di Rahamatu’llah e dell’augusto genitore, che si era rifiutato di trasferirsi a Salò.
Quando finalmente gli alleati occuparono la capitale, papà proseguì la guerra lungo la dorsale adriatica, inquadrato nell’Ottava Armata britannica. Rahamatu’llah, invece, si iscrisse all’università, e credo che abbia fatto per qualche anno l’assistente ad una cattedra di geografia presso la facoltà di Scienze Politiche.
L’ho conosciuto quando tornammo dalla Somalia, nel 1955, ed il generale Ettore Musco, allora capo del SIFAR, volle che una domenica mio padre glielo presentasse, durante un pranzo organizzato al Circolo Ufficiali di Palazzo Barberini.
Lo ricordo bene, era piuttosto alto, magro e portava occhiali rotondi, col la montatura di celluloide e spesse lenti da vista.
Quale fosse lo scopo di Musco, egli non lo ha mai rivelato a mio padre, però ho l’impressione che si trattasse di una finalità anti-inglese, visto che era stato proprio il padre a staccare il cordone ombelicale con l’impero britannico, riappropriandosi della politica estera e promulgando una Costituzione che ammiccava a quella post-ottomana del generale Atatürk.
Vengo rapidamente ai giorni nostri, sperando di aver conservato almeno uno dei miei 25 lettori.
Il rapporto speciale fra l’Italia e l’Afghanistan, instaurato dal padre di Rahamatu’llah, si è protratto nel tempo, al punto che anche il re successivo, quando fu spodestato da un colpo di stato filo-sovietico, nel 1973, si trovava ad Ischia per le cure balneotermali, e rimase pure lui in esilio a Roma.
Paradossalmente il ruolo autonomo che abbiamo sempre avuto nei rapporti con l’Afghanistan si è esaurito da quando abbiamo inviato le nostre truppe, con funzioni ancillari rispetto ai padroni statunitensi, privi di quelle conoscenze che noi avevamo maturato, con assoluta continuità, fin dal 1929.
Il generale Douglas Lute, comandante in capo sotto le amministrazioni Bush ed Obama, recentemente ha candidamente ammesso: “Eravamo privi delle conoscenze basiche sull’Afghanistan, non sapevamo cosa stavamo facendo, non ne avevamo la minima idea”.
Provo a spiegare con un esempio molto pratico.
Come noi europei, appena adolescenti, acquistiamo un coltellino svizzero, gli afghani comprano il loro primo kalashnikov, e quale occasione migliore di utilizzarlo c’è, se non durante i festeggiamenti per un matrimonio? Una bella raffica per aria fa allegria!
Ma gli americani hanno ucciso centinaia di freschi sposi e dei loro ospiti, scambiandoli per terroristi, prima di rendersene conto.
C’è poi una cosa che proprio non vogliono imparare: i talebani non si sono mai resi responsabili di attacchi fuori dal loro territorio, e sono nemici giurati dell’Isis.
L’unico modo per porre fine alla guerra attuale, priva di qualsiasi legittimità, ce lo ha esplicitato il comandante delle truppe sovietiche che aveva guidato l’invasione russa, anch’essa fallita: “Bisogna far sì che gli afghani si salvino da soli”.

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