Nicolo Gebbia

Intolleranza cinquant’anni dopo

Nel 1970 io avevo vent’anni e ricordo bene quel pomeriggio del 12 dicembre quando, negli scontri davanti alla Università Statale di Milano, in via Festa del Perdono, rimase ucciso lo studente Saverio Santarelli, che frequentava il terzo anno di giurisprudenza.
Lo colpì un candelotto lacrimogeno in pieno petto, sparato dalla Polizia di Stato, ma di cui subito fummo accusati noi carabinieri. La manifestazione, promossa dal Movimento Studentesco, naturalmente non aveva nulla a che vedere con i cazzi nostri, perché si protestava contro delle giuste condanne a morte inflitte da un tribunale di Burgos in Spagna nei confronti di militanti separatisti baschi che avevano ucciso, con modalità di terrorismo, degli appartenenti alla Guardia Civil spagnola.
E siccome per i katanghesi dell’epoca noi carabinieri eravamo l’equivalente italiano della Guardia Civil, fummo subito additati come responsabili, mentre il candelotto mortale era stato lanciato da questurini appartenenti ad un reparto mobile della Polizia di Stato capeggiato dal capitano Alberto Antonetto, che infatti molti anni dopo fu condannato per omicidio colposo.
Gli unici carabinieri presenti, capeggiati dal capitano Antonio Chirivi’, furono indiziati di reato per il ferimento di un giornalista, tale Giuseppe Carpi, raggiunto da un proiettile vagante. Chirivi’ testimoniò che l’unico ad avere sparato in aria, per rompere l’accerchiamento dei suoi uomini, era stato proprio lui, ma poteva escludere che quel proiettile, ricadendo, avesse ferito il Carpi.
Grande inquisitore fu un magistrato poi diventato famoso ai tempi di Mani Pulite, Gerardo D’Ambrosio, che non nascondeva la sua vicinanza al PCI.
Chi erano i katanghesi? Con quel nome venivano definiti i determinatissimi membri del servizio d’ordine espresso dal Movimento Studentesco. Malgrado avesse poco più di diciassette anni, il più risoluto di loro fu il palermitano Gepi Ferrauto, che si era fatto le ossa durante l’occupazione del liceo scientifico Cannizzaro.
D’Ambrosio è morto da molti anni, sopravvivendo per decenni ad uno dei primi trapianti di cuore, ed anche Chirivi’ se n’è andato, dopo che, collocato a riposo da generale di divisione, il sindaco Albertini lo aveva voluto comandante dei vigili urbani di Milano, dove rimase famoso perché riuscì a far tagliare loro i capelli.
Ma il più risoluto di tutti, Ferrauto, è diventato famoso come tagliatore di teste.
Mi spiego meglio. Quando un’azienda aveva bisogno di radicale ristrutturazione, assumeva lui, e dopo pochi mesi, con organico sfrondato da tutti i dirigenti improduttivi ed un bilancio gestito con austroungarica parsimonia, esso tornava in attivo. Poteva mai farselo sfuggire Urbano Cairo? Ed infatti ormai da quasi vent’anni egli è il suo braccio destro, nonché il consigliere più ascoltato.
Io lo stimo molto, perché è l’unico che ha una preparazione storico-militare superiore alla mia, e perché fu lui che, quando morì Peppino Impastato, non volle che alle esequie partecipassero i giovani della Federazione Giovanile Comunista .
Nello scorso dicembre ho letto con sorpresa che “Gepi, Luisa e Giulio Ferrauto abbracciano commossi Gaetano, Guglielmo, Gianfranco e Gabriele Micciche'” per la scomparsa del padre Gerlando. Faccio presente che Luisa e Giulio sono rispettivamente la moglie e l’unico figlio di Gepi.
Lei è una firma del quotidiano Il Giorno, e siamo stati molto amici per diversi anni, fin da quando frequentava la sala stampa di via Moscova, cronista di nera.
Quando mi tolsero il Nucleo Investigativo di Milano, e Giulio, in carrozzella, veniva portato da sua madre ai giardini di via Palestro, dove io oziavo per ore, ci sedevamo sulla stessa panchina, chiacchierando del più e del meno, tanto che qualche crudele calunniatore scrisse una lettera a Gepi in cui gli rivelava che il bambino era stato “concepito in via Moscova”. Grazie a Dio, crescendo, assomiglia sempre più a suo padre, fisicamente tanto diverso da me.
Quello di cui però Gepi non è mai stato geloso, ed invece ne avrebbe ben donde, è il personaggio dei miei gialli, Corrado Lancia, che inventammo insieme, dando vita ad un racconto breve (La cupola di Paruzzino), con cui partecipai alla prima edizione del concorso “Carabinieri in giallo”.
Mentre rivolgo una fervida preghiera a Gepi perché convinca Cairo a sbarazzarsi di Giletti, che gli costerà milioni di euro quando saranno celebrate le cause civili relative alle sue rodomontate da paladino dell’antimafia di maniera, faccio presente, oltre che a lui, ai miei 25 lettori che la lettura delle indignate reazioni per lo “schiticchio” sul tetto di quel palazzo dello Sperone il giorno di Pasqua, con l’intervento addirittura di un un elicottero della Polizia, mi ha ricordato i sicari e gli zeloti che si opposero a Masada ai legionari romani che li assediavano, giungendo al fanatismo di uccidere mogli e figli e suicidarsi loro stessi, pur di non arrendersi.
Non certo a Ferrauto, che lo sa bene, ma a qualcuno dei meno colti fra i 25 lettori che ho, ricordo che gli ebrei che si opposero violentemente alla conquista romana furono chiamati zeloti, ed i più efferati fra loro, capaci di uccidere i sadducei che ritenevano tollerabile il giogo romano, ebbero il nome di sicarii.
Dico a Cairo ed a Gepi, suo spin doctor, che capisco bene, anche se non condivido assolutamente, il loro realismo politico nello sposare la causa dei Micciche’, ma spero che almeno si tengano lontani da Leoluca Orlando Cascio, il quale sulla “schiticchiata” improvvisata per Pasqua allo Sperone sta costruendo una crociata mediatica degna della passeggiata domenicale di Giletti e compagnucci di merende alla Fontana di Trevi.

ùù

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