Nicolo Gebbia

Impeachment e guerra

Consoliamoci. Le ridicolaggini dell’attuale stagione politica italiana non sono dissimili da quelle che vedono protagonisti i congressisti degli Stati Uniti, il loro Presidente ed il loro Senato.
La differenza sta nel fatto che i nostri sono ragazzetti di meno di cinquantanni, mentre oltreoceano sono vegliardi ed hanno abbondantemente superato la settantina.
È evidente che il motivo del contendere è specioso almeno quanto i blow jobs che Monica Levinsky praticava  a Bill Clinton sotto la scrivania che fu di Abramo Lincoln.
Tutto ruota intorno ai soldi facili che in ogni parte del mondo vengono ùùùùùùùùùguadagnati con poco sforzo dai figli dei pezzi grossi.
In questo caso il Presidente Trump avrebbe fatto pressioni sull’Ucraina perché indagasse circa una lucrosa occasione di lavoro ben remunerato aggiudicata al figlio di Joe Biden, potenziale avversario di Trump alle presidenziali del 2020.
Il presidente ucraino Zelensky (famoso attore comico del suo paese che in un serial televisivo interpretava la parte del cittadino comune casualmente eletto presidente) sarebbe stato minacciato da Trump di non ricevere più i 400 milioni di dollari di aiuti militari già stanziati, se non l’avesse aiutato a destabilizzare Joe Biden, facendo venire alla luce gli intrallazzi di suo figlio Hunter, già membro di una azienda ucraina finita sotto inchiesta per corruzione.
La porcheria avrebbe dovuto essere portata avanti dall’avvocato di fiducia di Trump, quel Rudoph Giuliani che noi italiani ricordiamo come il fratellino americano di Giovanni Falcone nella indagine sui legami fra Cosa Nostra siciliana e la mafia italo-america.
Come andrà a finire?
È qui che casca ogni paragone con la nostra trascurabile italietta.
Infatti c’è il rischio che Trump, non pago delle certezze che gli da un Senato saldamente in mano ad interessati amici suoi (in passato già nemici) appartenenti al Partito Repubblicano, decida che è giunto il momento di far sparare ai cannoni (letterale) statunitensi tutti quei proietti di artiglieria all’uranio impoverito che giacciono negli arsenali, e che, se non vengono utilizzati entro 25 anni dalla fabbricazione, comportano uno smaltimento enormemente più costoso.
Secondo me siamo molto vicini ad una guerra offensiva degli Stati Uniti contro l’Iran.
Non dimentichiamoci che furono le dimissioni di Nixon a provocare l’uscita definitiva degli Stati Uniti dalla guerra del Vietnam e che il bombardamento del Kosovo è di pochi mesi posteriore all’impeachment di Clinton.
Questa volta non basterebbe una guerricciola falsa come l’invasione di Grenada del 1983, voluta da Ronald Reagan per fare dimenticare agli americani la sconfitta del Vietnam.
Questa volta la montatura orchestrata dai Democratici, alla ricerca di una rivincita giudiziaria dopo aver perso alle urne, ha dei coinvolgimenti internazionali enormi, Putin che parteggia per Trump, anche per far dimenticare il Russiagate, cioè il sospetto che nel 2016 i suoi avessero lavorato per danneggiare Hillary Clinton.
La Cina, per parte sua, si finge disinteressata, ma nel frattempo Trump le promette alleggerimenti della sua politica daziaria.
L’Inghilterra di Boris Johnson, l’amico più fervido di Trump, ha interesse a bruciare le tappe del negoziato per sottoscrivere, in vista della Brexit, un favorevole accordo commerciale bilaterale con gli Stati Uniti.
In tutto questo, l’avvoltoio Emmanuel Macron, un maschiaccio come Giletti, decretando la morte cerebrale della NATO, prefigura la sua sostituzione con una autonoma organizzazione europea di difesa, dove, naturalmente, il ruolo di leadership passerà dagli Stati Uniti alla Francia.
Capite bene che con tanti attori in commedia, dei quali il più pulito ha la rogna, la tentazione di rovesciare il tavolo con una bella guerra preventiva contro l’Iran è fortissima.
Naturalmente fornisco queste opinioni ai miei 25 lettori solo in via provvisoria, in attesa di ascoltare le autorevoli perle di saggezza che fra breve usciranno dalla bocca del nostro Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, quando avrà finito di pugnalare il suo ex alleato Matteo Salvini.

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