Nicolo Gebbia

I generali israeliani pacifisti

Quando ero giovane ufficiale subalterno al XII Battaglione di Palermo, il Portogallo si liberò dal regime dittatoriale che lo governava fin dai tempi (1932) di Salazar.
Furono determinanti le guerre combattute dal suo esercito per cercare di conservare le colonie d’Africa. Le persero tutte, anche perché si trovarono a dover fronteggiare truppe regolari del miglior esercito del mondo, quello cubano. La prostrazione che colpì i gradi bassi degli ufficiali nell’esercito portoghese fu determinante per il colpo di stato che essi realizzarono con successo. È l’unico pronunziamento militare nella storia occidentale che non abbia tradito il proponimento di restaurare la democrazia parlamentare. La Rivoluzione dei Garofani Rossi, o Rivoluzione dei Capitani, diventò subito popolare fra tutti i giovani delle sinistre europee, ed io criptotroskista con gli alamari sul colletto (quelli tatuati sulla pelle li lascio a Rita Dalla Chiesa), volli fare un po’ di pubblicità ai colleghi portoghesi, perciò quando uscivo con i miei cinque carri armati Patton M47 dalla caserma di Corso Calatafimi per raggiungere l’area addestrativa che si trova ancor oggi dalle parti del vecchio aeroporto Boccadifalco di Palermo, inserivo nelle cuffie di volata dei cannoni mazzolini di garofani rossi.
Una volta se ne accorse il capitano d’ispezione, il severissimo Ignazio Milillo, nipote dell’omonimo generale cui Leoluca Orlando ha intitolato i giardini di Palazzo Reale, ed avanzò subito una proposta di punizione. Il mio comandante di compagnia, Alessandro Zincone, pilatescamente la trasmise, senza parere, al comandante del Battaglione, Sergio Filauro che, prima di assegnarmi il plotone carri, mi aveva fatto sottoporre ad una criptica intervista da parte del comandante precedente, Diego Minnella, per appurare se fossi uno dei tanti tenentini fascistelli che allora abbondavano nell’Arma. Ebbi il comando proprio per le mie conclamate virtù antifasciste e Filauro, addirittura, quando scoprì che il comandante della Legione dell’epoca, Rovelli, era un uomo dei cugini Salvo, dette ordine che noi ufficiali del Battaglione, quando andavamo alle conferenze di argomento giuridico che ci impartiva il giudice Guido Lo Forte, diversamente dal passato indossassimo l’uniforme ordinaria color kaki, a rimarcare la differenza da quella nera dei dipendenti da Rovelli. Fui convocato al comando di Battaglione e mi difesi dicendo che la mia era una forma di protesta, perché le cuffie di volata dei cannoni, marcate US, erano ancora quelle della Guerra di Corea, piene di buchi provocati dai topi, e la domanda di sostituirle che Minnella aveva avanzato due anni prima non era mai stata soddisfatta. Filauro mi congedò senza dire una parola e tre giorni dopo mi richiamò consegnandomi cinque cuffie di volata nuove, che aveva fatto realizzare al minuto mantenimento del battaglione.
Mi disse : “Qui buchi non ce ne sono , e garofani non ne puoi mettere. Marsh !!!”.
Accompagnò l’ultima parola con un segno inequivocabile della mano che voleva dire vai via. Sbattei i tacchi e scappai prima che cambiasse idea. Pensavo che la cosa fosse finita lì, quando appresi confidenzialmente dall’aiutante maggiore del battaglione (Salvatore Di Natale) che fra Filauro e Milillo erano volate parole grosse per la mia mancata punizione, che quest’ultimo imputava a mio zio Peppuccio, Presidente della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale, ed a mio padre, Presidente del Consiglio Militare di Leva. Sbagliava di grosso, perché credo che il retropensiero di Filauro fosse rivolto a mio zio Carlo Casarico, allora Sottocapo di Stato Maggiore dell’Arma, e vera eminenza grigia, che, di lì a poco, avrebbe dovuto scegliere per Filauro un Comando Provinciale da assegnargli. Effettivamente ebbe quello di Rieti, a lui particolarmente gradito per motivi familiari.
L’ultima volta che l’ho visto, il buon Filauro, fu in un telegiornale mentre era intento a forare il ghiaccio del Lago della Duchessa, cercando il cadavere del povero Aldo Moro. Però pochi giorni dopo passò un guaio che nessuno mi toglie dalla testa fosse correlato alla generosità mostrata con me. La Procura Ordinaria e quella Militare di Palermo ricevettero lo stesso anonimo, che conteneva sostanzialmente due accuse: la prima era quella di approviggionare la mensa del battaglione di pasta Antonio Amato, per non meglio definiti loschi interessi; la seconda lo accusava d’un peculato d’uso perché ogni settimana mandava il suo autista, con l’Alfa sud di servizio a Mezzomonreale, per riempire dei bidoni di plastica con l’acqua di una fonte che tutti noi palermitani prediligiamo.
Per la pasta tutto fu subito archiviato dalla Procura Ordinaria, ed anzi il procuratore si fece raccomandare da Filauro per ottenere lo stesso prezzo che il mio comandante era riuscito a strappare al grossista, suo compaesano (fonte Di Natale). Per l’acqua si sacrificò il carabiniere autista, assumendosi ogni responsabilità e dichiarando che si trattava di una iniziativa personale, volta a rifornire moglie e figli, che ci aggiungevano poi, come mia nonna, la polvere Idrolitina. Essendo anche lui compaesano, si congedò e fu assunto come impiegato nel pastificio Antonio Amato. Tutte queste vicende mi rammentarono, allora, la battuta con cui mi accolse l’ufficiale di picchetto, Ignazio Greco, quando mi presentai alla porta carraia del XII Battaglione per il mio primo giorno di servizio.
Fortemente balbuziente, mi disse: “Ge..Gebb..ia, nell’Ar.. ma guardati dalle minkiate, perché per…. le cose serie..
non succede mai niente “.
È un caro amico, gli voglio proprio bene, come se ne volevano i nostri genitori, ma non posso esimermi dal raccontare la circostanza per cui stavano per congedarlo, malgrado il padre generale.
Durante tutta la sua carriera di ufficiale di complemento del Ruolo Speciale si è allontanato da Palermo solo quando lo mandarono a comandare, a Messina, il Plotone di Polizia Militare della Brigata di Fanteria Aosta.
Scoprì ladrocinii di ogni genere che riferì, per iscritto, alla magistratura.
In cambio il generale che comandava la Brigata lo spedì all’Ospedale Militare con una fulminante proposta di congedo, perché la sua pesante balbuzie lo rendeva “inabile al servizio militare incondizionato”.
Pare che la sua battuta con il direttore dell’ospedale , un colonnello di Sanità che cercava fidanzati fra i soldati di leva, lo abbia salvato: “Il mio comandante di Brigata è notoriamente impotente, lei è frocio, e tutti e due vorreste congedare me perché ogni tanto zaccaglio?”.
Formidabile la risposta che ne ebbe: “Ha visto che quando s’incazza non balbetta più? Proposta archiviata!”.
Ora che ho seminato per strada i più impazienti dei miei 28 lettori, per la sola Patrizia Cecconi, che ci tiene molto, vengo in argomento.
Non vi sarà sfuggito l’intendimento di Nethanyau, avallato da Trump, ed approvato dalla Knesset, di estendere i confini israeliani all’intera Valle del Giordano. Non si è fatto perché i generaloni eredi di Mosè Dyan hanno dichiarato: “Non possumus”.
Dopo avere soggiunto “così è se vi pare”, essi hanno voluto graziosamente fornire qualche spiegazione alla stampa internazionale, spiegando che l’occupazione definitiva farebbe traballare il trono ascemita, dove un sovrano di madre britannica e moglie palestinese non può permettersi di avere il 40% della sua popolazione (tutti esuli palestinesi) che gli fa la fronda. Hanno soggiunto che potrebbe cascare anche quella parvenza di stato indipendente palestinese da loro concessa lungo la striscia di Gaza, e poco più. Quale ne sarebbe la conseguenza?
Israele dovrebbe scegliere fra due opzioni, entrambe indigeribili: trasformarsi in uno stato ove vige l’apartheid, oppure rinunziare a restare una repubblica confessionale sionista, laica per quanto si voglia, ma i cui cittadini siano nati da madre ebrea. È così che questi generaloni vogliono spacciarsi col mondo per una versione aggiornata dei capitani portoghesi, ma, a guardar bene, a me sembra proprio il contrario.
Voi che ne dite?

 

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