Nicolo Gebbia

I Dannati

Giletti ha già vinto

La Sicilia più profonda, con le sue incredibili bellezze e la presenza opprimente delle cosche: qui Massimo Giletti ha incontrato la storia delle sorelle Napoli, tre donne rimaste da sole a difendere la loro azienda agricola contro chi, da oltre dieci anni, cerca con ogni mezzo di impadronirsene. E’ una storia di orgoglio femminile, di ribellione a leggi non scritte ma proprio per questo apparentemente immutabili. Ma è anche una storia sul potere del diritto di cronaca, sull’importanza della pubblica opinione: perché solo quando Giletti ha portato le videocamere di “Non è l’Arena” nelle campagne di Mezzojuso – là dove Bernardo Provenzano, l’ultimo Capo dei Capi, ha trascorso a lungo la latitanza – le minacce e le violenze ai danni delle sorelle Napoli hanno dovuto fermarsi. L’ultima pagina non è ancora scritta, perché Irene, Gioacchina e Marianna continuano a combattere la loro battaglia. Giletti racconta la sfida delle sorelle Napoli con lo scrupolo del cronista di razza e con la passione del testimone civile, umanamente coinvolto dal coraggio di tre donne che giorno dopo giorno hanno avuto il coraggio di sfidare non solo le prepotenze delle cosche, ma anche il cinismo e l’indifferenza di una comunità, l’atavica rassegnazione al potere Antistato. “Ai carabinieri non bisogna mai dire niente”: questo è il comandamento che le sorelle Napoli hanno trovato la forza di buttarsi alle spalle, dimostrando a tutti che un’altra Sicilia è possibile.
Quella che avete letto è la quarta di copertina del libro di 192 pagine, dal titolo Le Dannate, che Massimo Giletti ha trovato il tempo di scrivere, nonché l’editore che glielo pubblica. La prima pubblicità diceva fosse Feltrinelli ma evidentemente Giangiacomo si è rivoltato nella tomba, ed al guitto è toccato ripiegare sulla Mondadori di Marina Berlusconi.
Nel 1998 ero comandante provinciale di Treviso da un paio d’anni, ed ogni domenica fra il 15 giugno ed il 31 agosto mi toccava presenziare alle cerimonie in onore dei caduti della prima guerra mondiale, che culminavano con quella al sacrario di Monte Grappa, dove fra le migliaia di tombe c’è anche quella del soldato Peter Pan. La mia assiduità fu notata dai Kaiser Jager e dai Kaiser Schutzen, che decisero di conferirmi la più alta onorificenza militare austriaca, la Schwartz Kreuz . L’insegna è molto bella, ed è anche riconosciuta dal nostro Stato Maggiore, per cui è possibile fregiarsene sull’uniforme. Si tratta praticamente di una croce di ferro di prima classe che si applica sul taschino sinistro della giubba.
Militarmente parlando una gran figata!
Mi fu detto che il Gran Maestro dell’Ordine, un generale di divisione austriaco, me la avrebbe personalmente appuntata nell’ultima cerimonia utile della stagione, quella del 15 settembre in Alto Adige (pardon, Sud Tirolo). Accettai, ma qualche giorno dopo una vocina mi sussurrò all’orecchio che quel generale, quando conferiva la croce ad un ufficiale italiano, era solito sottoporlo ad un esame di cultura militare incentrato sulla conoscenza del sacro testo di strategia La Guerra, scritto nel diciannovesimo secolo dal mitico Von Clausewitz.
Passai due settimane a rinfrescare gli studi giovanili e ricordo ancora la prima domanda che mi fece il generale austriaco: “quali sono le guerre che un militare deve combattere?” Risposi tempestivamente: “Solo quelle che è certo di vincere”.
Lui capì l’antifona e non mi fece altre domande, appuntandomi sul petto la splendida croce di ferro nera con fronde di quercia.
L’ho presa da lontano, ma oltre alla minaccia di divorzio da mia moglie, questo è il motivo per cui, caro sindaco Giardina, non mi avrai al tuo fianco quando affronterai il guitto, e ti suggerisco di portare alla fronte l’hachimaki, la bandana dei kamikaze. Perché è questo che eroicamente ti accingi a fare: immolarti per una causa persa.
Martedì 30 aprile Massimo Giletti, con una falsa improvvisata, si è presentato a Mezzojuso. Perché dico “falsa”? Perché la sua prima visita in paese è stata alla stazione dei carabinieri dove tanto lo attendevano che c’era anche un ufficiale della compagnia di Misilmeri. Giletti, l’ufficiale di cui non voglio neanche pronunziare il nome, il maresciallo Saviano ed i militari della stazione, si sono fatti una fotografia tutti insieme appassionatamente , chiudendo la porta in faccia ad Antonella Fiorini, che era andata in caserma per ritirare la nomina a presidente di seggio nelle prossime elezioni.
Raramente nella storia dell’Arma possiamo trovare delle foto che ne sottolineano la caduta di stile in maniera così emblematica. Ricordo ancora quando arrestammo Enzo Tortora, al reparto operativo di Roma in via in Selci, ed invece di infilarlo in macchina nel cortile della caserma per tradurlo al carcere, lo facemmo uscire dall’ingresso sulla strada, fra due carabinieri che gli cingevano le braccia, avendo cura che le mani ammanettate fossero ben riprese da obiettivi e telecamere.
Dentro di me pensai allora: “Se quest’uomo è innocente, sarà stato come se avessimo arrestato Pinocchio per la seconda volta!”
Quando Il Governo del Popolo di Francesco Carbone avrà vinto tutte le sue battaglie legali, ed è solo una questione di tempo, quella foto di Giletti con i carabinieri spero di riuscire a farla pubblicare in prima pagina su Famiglia Cristiana, la rivista più letta d’Italia, ad imperitura vergogna dell’Arma. Ma non posso lasciare il mio sindaco da solo ad immolarsi, senza indicargli quelli che in paese, oltre all’immarcescibile Salvatore Battaglia, ed alle sorelle stesse, si sono fatti dei selfie con il guitto: Salvina Chetta e Silvana La Gattuta con il marito Lillo La Barbera, di cui la voce popolare accredita alcune rime sul sindaco, il parroco e l’amministrazione comunale. Nella circostanza si sarebbe presentato come cugino delle sorelle Napoli. Non potevano mancare Marcello Schillizi e pare anche che ci sia un selfie con l’ex sindaco Sandro Miano, che contenderebbe il primato al selfie di Peppe Lala . L’altro ex sindaco , Franco Nuccio, forse il selfie non l’ha fatto, ma aleggia anch’egli nei paraggi come un avvoltoio. Quella per la quale ho più pena è la fidanzata di Battaglia, Valentina Visocaro, Se in lei prevale l’amore, ed esso è cieco come quello grandissimo e durato un’intera vita fra Totò Riina ed Antonietta Bagarella, tutti gli altri fanno riferimento a quella minoranza che, con le sue tempestive dimissioni appena il sindaco portò all’ordine del giorno il problema delle sorelle Napoli, riteneva di costringerlo a fare altrettanto, con il conseguente commissariamento del comune. Miano però è titubante, per un certo certificato d’invalidità su cui chiederò a Carbone di indagare.
Per dare una mano a Nuccio giungerà addirittura a Mezzojuso il segretario del suo partito, quello Zingaretti che ottusamente vuole nelle sue liste elettorali la sorella del povero Cucchi.
Caro sindaco, io alla Scuola di Guerra di Civitavecchia non ho imparato solo gli ammaestramenti di Von Clausewitz , ma l’insegnante di strategia globale aveva un debole per Mao Tse Tung, la cui grandezza cominciò proprio con una fuga difronte al nemico giapponese, la Grande Marcia. Secondo Mao il soldato che fugge, diversamente da quello che si immola eroicamente come i kamikaze, è pronto per combattere una nuova battaglia.
Ci sono poi due colonnelli dell’esercito cinese che, in anni più recenti, hanno pubblicato un manuale di strategia che ha stravolto quelli tradizionali: La guerra asimmetrica. Insegnano come anche una piccola potenza militare può avere il sopravvento sugli Stati Uniti se li costringe a forme di combattimento non convenzionale, come la guerriglia. Avessi io mano libera, arruolerei dei commandos che facciano restare Giletti senza corrente elettrica durante la trasmissione, magari dopo la prima ora, quella dedicata a Zingaretti.
Insieme con questo stratagemma, suggerisco ai miei compaesani di essere presenti in massa per quella prima ora, ed eclissarsi altrettanto in massa dopo di essa.
Tu, Salvatore, se vuoi lasciare il guitto con il cerino in mano, insieme con Nuccio e gli altri compagnucci di merende, fai altrettanto, eclissandoti dopo la prima ora di trasmissione. Ti pare disonorevole? Probabilmente lo è, ma sei certo che Giletti seguirà fedelmente il copione che ti ha detto scriverete insieme? Sei certo che il suo scoopmaker Danilo Lupo, in questo momento che si trova da quelle parti non stia confezionando altre eclatanti rivelazioni del tipo che gli sono più congeniali, e cioè che l’acqua è bagnata?
Dopo avermi letto, se ritieni doverose le mie dimissioni te le spedisco tempestivamente per posta certificata, ma ti suggerisco di attendere la fine della trasmissione, per consentire al guitto di scaricare su di me assente tutte le contumelie che riterrà, certo come è, che io non lo querelerò mai. Oltre al mantra del mio grado militare che ben mi sono guadagnato, anche se lui non intende riconoscermelo, farà leva su quello che ho detto nella tua conferenza stampa di Palermo, in relazione all’informativa firmata dal mio collega Obinu ed alla proposta di sorveglianza speciale con divieto di soggiorno in Sicilia voluta (non firmata) da Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Quando mi sarà notificata la querela delle sorelle, ed ancora non si è fatto avanti nessuno, forte di essa mi recherò negli archivi che ben conosco e tirerò fuori le carte utili a difendermi in giudizio.
Una di esse Claudio Fava l’ha avuta sotto il naso, tant’è che il giorno dopo alla prima audizione della sua commissione, una agenzia di stampa catanese a lui sempre vicina, ne riportava un passo fra virgolette, quello relativo al fatto che il Napoli aveva portato la mafia delle campagne fin dentro le segreterie palermitane di alcuni partiti politici.
Nel ribadirlo, voglio concludere con l’affermazione che feci durante la conferenza stampa di Palermo, dalla quale tu subito facesti sapere di dissociarti: allora sono vittime di mafia anche i due figli di Bernardo Provenzano !

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