Nicolo Gebbia

I Cavalieri ed io

Non li ho mai rincorsi. Cavaliere della Repubblica ci sono diventato per anzianità, nel senso che, dopo 25 anni di servizio senza demeriti, il ministero della Difesa segnala il tuo nominativo alla Presidenza della Repubblica, dove vieni messo a turno, e dopo altri 7/8 anni ti arriva il diploma.
Cavaliere di San Maurizio, volgarmente detto mauriziano, ci sono diventato addirittura prima.
Teoricamente è una distinzione di grande prestigio.
Il santo era un capo manipolo egiziano della Legione tebana che si rifiutò di perseguitare i cristiani della Gallia settentrionale, e l’Imperatore lo mandò a morte.
La sua esecuzione avvenne in un angolino dell’attuale Svizzera che per 500 anni ha fatto parte del Ducato di Savoia. Questo è il motivo per cui il casato lo scelse come santo di riferimento.
I suoi condottieri, purché cattolici, quando andavano in pensione, venivano nominati cavalieri di San Maurizio dal sovrano.
Gabriel Pictet, che la Guardia di Finanza nella fantasiosa ricostruzione di quei primi 100 anni falsi di storia che si attribuisce (in realtà è nata nella seconda metà dell’ ‘800 ed è diventata qual’è fra il 1907 ed il 1911) Gabriel Pictet dicevo, suo fantasioso primo comandante, essendo nato calvinista, dovette convertirsi al cattolicesimo perché il Re lo nominasse cavaliere mauriziano.
A Ginevra, dove era nato e dove andò a vivere da pensionato, non glielo perdonarono mai.
In epoca repubblicana, invece, questa onorificenza viene attribuita ai militari che abbiano compiuto 50 anni di onorato servizio, e quindi la maturerebbe solo Matusalemme.
Si è trovata una temperie sommando agli anni di servizio onorevolmente prestati gli anni di effettivo comando di reparto.
Questo è il motivo per cui raramente vedete quel nastrino tutto verde sul petto di quelli che hanno fatto carriera negli stati maggiori, dove affiancavano con i loro saggi consigli, ma senza alcuna responsabilità diretta, i veri comandanti.
Un’altra caratteristica dei carrieristi, quando sono diventati generali, è che il nastrino dell’anzianità di comando, quello a striscette verticali bianche e blu, è spesso liscio, oppure, al massimo, porta al centro una piccola stelletta di bronzo, ma non mai d’argento o d’oro.
Queste due peculiarità, la mancanza del nastrino verde di cavaliere mauriziano e della stelletta d’argento o d’oro su quello dell’anzianità di comando, vi fa capire che si tratta di paraculi che hanno fatto carriera nei comodi uffici degli stati maggiori e del Comando Generale.
Io, invece, dopo 27 anni di servizio già ne sommavo 25 di effettivo comando di reparto, ed è così che mi sono ritrovato a meritarmi il cavalierato mauriziano prima ancora di diventare cavaliere della Repubblica.
Ad Ales, la mia prima tenenza, il vescovo Todde, cui facevo simpatia, quando seppe che ero volontario AVIS perché avevo donato sangue per tre volte al figlio di un mio carabiniere affetto da anemia mediterranea, mi disse: “Porti qui la tessera, ed io la farò nominare Cavaliere di Malta”. Gli risposi: “Eccellenza, l’unica associazione di cui sono socio è il Circolo Canottieri Roggero di Lauria, e lo sono solo perché figlio di soci. Per il resto, le stellette che porto mi suggeriscono di non valicare i confini dell’Arma dei Carabinieri. La ringrazio per il grande onore, ma declino la sua offerta”.
Era appena scoppiato lo scandalo della P2 ed io, nella mi testolina, avevo pensato: “Figurati se, prima o poi, non scoppia anche lo scandalo dei Cavalieri di Malta!”.
È stato uno dei pochi errori di valutazione della mia vita, perché gli integerrimi e sovrani Cavalieri restano gli unici mai coinvolti nelle solite italiche porcherie.
E vengo al vero argomento del pezzo di oggi, certo che, dopo tanti noiosi preamboli, solo i più masochisti fra i miei 25 lettori sono ancora intenti a leggermi.
Nella grande retata di ‘ndranghetari calabresi che il dottor Gratteri ha voluto affidare alla nostra Gestapo, cioè il ROS, invece che, come la legge prevederebbe, alla DIA (e sono sicuro che un così stimabile magistrato avrà avuto le sue buone ragioni), sono finiti molti pesciolini, cernie e squali che appartengono alla massoneria ordinaria, mentre i più importanti sono iscritti a logge coperte ed i vertici anche all’Ordine Equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Nihil novi sub sole: Pino Arlacchi testimoniò in giudizio di una confidenza fattagli personalmente da Rocco Chinnici. Il magistrato gli disse che certi omicidi eccellenti vengono decisi in consessi insospettabili, come la sede di Monreale dell’Ordine del Santo Sepolcro. In questo senso potete ascoltare su Radio Radicale la testimonianza del vecchio generale Milillo al processo Contrada.
L’alto ufficiale, quello che s’incazzo’ tanto quando feci togliere ad Ignazio Salvo dalla Questura di Trapani il porto di pistola (“Tuo figlio deve ancora imparare a vivere. Non si trattano così certi alti personaggi!”, disse a mio padre), spiega che lui riveste il grado più alto dopo il Papa all’interno dell’Ordine, mentre Contrada ne è solo Cavaliere, e per giunta sempre assente alle loro riunioni.
Ad una specifica domanda circa la natura di tali riunioni, egli rassicura giudici ed avvocati che si tratta di cerimonie religiose o raccolte di fondi da destinare alla beneficenza, e nulla di diverso.
Quando a Trapani arrivò da Milano il maggiore Nazareno Montanti, amico d’infanzia di Ilda Boccassini, che trascorreva le vacanze estive con lui ad Ischia, fui incaricato di curarne la pratica di iscrizione al Santo Sepolcro, già avviata a Milano, perorandola innanzi al Vescovo di Mazara del Vallo, al quale dovevo specificare che il maggiore non avrebbe pagato i tre milioni di lire previsti, perché l’elegante e costoso costumino dei cavalieri (comprensivo di feluca, cappa e spada) glielo aveva lasciato in eredità un cavaliere defunto.
Gli spiegai che in Sicilia l’ordine, dopo la testimonianza di Pino Arlacchi, aveva una fama sinistra,ma lui mi rispose che non gliene fregava niente e che gli serviva quel bel nastrino tutto nero e con una croce al centro perché gliene mancava proprio uno per ultimare sul suo petto la terza fila di medagliette della prima comunione, come dispregiativamente le chiamava mio padre.
Il vescovo era un gran marpione, rimasto famoso perché, quando l’amministrazione comunale gli chiese il suo beneplacito per la costruzione di una moschea dove potessero pregare il 35% degli abitanti di Mazara, rispose che era ben lieto di darlo, ma ad una condizione. Spiegò che la sua diocesi aveva giurisdizione anche sulla città tunisina di Biserta, dove sorgevano due chiese cattoliche alle quali era proibito suonare le campane. Quando a Biserta avessero tolto il divieto, lui avrebbe approvato la costruzione della moschea, che l’amministrazione, in ogni caso, poteva realizzare anche senza il beneplacito episcopale.
Sono passati quasi cinquant’anni e la popolazione musulmana di Mazara del Vallo è ulteriormente aumentata, ma la moschea è ancora da realizzare.
Ne deduco che le campane delle chiese di Biserta sono tuttora mute.
Quando gli portai l’ambasceria di Montanti, il sant’uomo mi rispose: “Un milione e mezzo lo dovrà comunque versare per il passaggio delle navi”.
Fu così che appresi che, in illo tempore, i cavalieri che si recavano a Gerusalemme utilizzavano una linea di navigazione apposita, gestita dalla Repubblica di Venezia, che faceva pagare loro il costoso biglietto per traghettarli, unitamente al cavallo, fino alla Terra Santa dove li sbarcava nel porto di Cesarea, praticamente ad un tiro di schioppo.
Il collega pagò a rate, saldando il debito con la tredicesima, ma il vescovo ebbe fiducia ed il nastrino glielo consegnò subito.
La mia ultima avventura con i Cavalieri del Santo Sepolcro risale al 1996.
Nel giugno dell’anno precedente era morto mio padre, per un tumore ai polmoni di origine professionale, causato da tutta quella balistite respirata per trent’anni nelle torrette dei suoi carri armati, quando, per 40 giorni l’anno, partecipava alle grandi manovre.
La mamma era caduta in una profonda depressione e, per farla uscire da essa, iscrissi lei e me ad un viaggio organizzato in Terra Santa dal cappellano della Legione Carabinieri di Padova, Don Antonio Cameran, che, tre anni dopo, officiando con il Vescovo di Trieste, mi avrebbe sposato.
Mi chiederete perché il pellegrinaggio in Terra Santa, e non invece un bel soggiorno a Tahiti.
C’erano due precisi motivi: nei dieci anni precedenti, quelli che mio padre aveva trascorso da pensionato, lui e la mamma aveva girato sistematicamente per tutto il mondo, ma non in Terra Santa ed in Spagna. Quest’ultima, da sempre, suscita un’istintiva antipatia a mia madre.
Restava quindi solo il pellegrinaggio che, ai miei occhi, aveva poi un incommensurabile pregio, perché lo avrei pagato in dodici rate, detrattemi direttamente dallo stipendio.
Fu un viaggio estremamente divertente, perché io e mia madre, sempre tenuti in fondo al pullman, abbiamo fatto ai pellegrini dispetti d’ogni colore, compreso cantare “Una casetta in Canada’ ” mentre loro recitavano il rosario.
Ricordo ancora che a Nazareth, dove io volevo visitare il mercato arabo, don Antonio mi cazzio’ ad alta voce davanti a tutti gli altri ed io gli risposi con voce ancora più alta: “Ma chi cazzo mi rappresenti? E, per l’avvenire, ricordati che tu sei maggiore ed io tenente colonnello, per cui rivolgiti a me dandomi del Lei, e premettendo il Signore”.
Mia madre, a quel punto, scoppiò in una risata liberatoria che, come per incanto, la fece uscire definitivamente dalla depressione.
Don Antonio non mi parlò più fino alla fine del viaggio, ed abbiamo fatto pace solo molti mesi dopo.
Fra noi c’erano una decina di Cavalieri del Santo Sepolcro, che avevano portato con sé sette milioni di lire in contanti, da offrire al Metropolita cattolico di Gerusalemme, che era anche, insieme col generale Milillo, la più alta autorità dell’Ordine dopo il Papa.
La mattina in cui i cavalieri consegnarono la somma, mia madre restò in albergo, ma io riuscii ad intrufolarmi fra di loro.
Ricordo ancora la vestizione prima di essere introdotti dal Metropolita, perché dei frati francescani aprirono decine di armadi per tirar fuori, da ognuno di essi, il mantello con le insegne dell’Ordine di giusta misura per ognuno di noi, compreso io che fui spacciato per cavaliere.
Il Metropolita era un anziano prelato di origine libanese, che parlava l’italiano con uno spiccato accento francese ed il suo discorso mi colpì profondamente perché era incentrato su una constatazione ineccepibile, e cioè che a Gerusalemme, la città emblematica del cristianesimo, il 95% degli abitanti sono musulmani od ebrei e questo rappresenta un’onta vergognosa circa le capacità che abbiamo di evangelizzare il resto dell’umanità.
Io, dopo aver ascoltato il discorso del colonnello Otello Bilancioni conclusosi con la donazione,e la replica con cui il Metropolita prometteva a tutti i cavalieri presenti un’indulgenza plenaria di mille anni di Purgatorio, esclamai: “Ma questa è simonia!”. Bilancioni ed il Metropolita non lo sentirono, per fortuna, ma il cappellano della Scuola Allievi Brigadieri di Vicenza, che fino a quel momento aveva sempre taciuto durante tutto il viaggio, forte del fatto che era anch’egli tenente colonnello, mi disse: “Stronzo, per una volta sta’ zitto!”.
Concludo con una nota comica: esiste in Italia una associazione dei cavalieri di tutti i cavalierati, presieduta da un imprenditore vicentino, che possiede una splendida Jaguar d’epoca.
Una volta al mese la tira fuori un maresciallo dei carabinieri che fa servizio alla Scuola Allievi Brigadieri, ed io sono riuscito a farmela cedere per una passeggiata romantica, molto concretamente romantica, con una avvenente dottoressa che, grazie a tutti i cavalieri d’Italia, fu estremamente generosa con me.
Altre esperienze positive, legate ad ordini equestri e cavalieri, non ne ricordo.

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