Nicolo Gebbia

I carabinieri e Mezzojuso, un pregiudizio antico

Il 20 novembre 1945 a Villarbasse (TO) dieci persone vennero massacrate a bastonate e gettate ancora vive in una cisterna. Fu l’esito estremo di una rapina che fruttò duecentomila lire in contanti, un paio di orecchini d’oro, quattro salami, tre paia di calze e dieci fazzoletti.

In Piemonte, a quella data, la giurisdizione era ancora della polizia militare alleata, che accusò i partigiani comunisti, impuniti perché protetti da quelli di loro che si erano infiltrati nella polizia ed erano presenti nel governo. Ma dal primo gennaio 1946, ripristinata la piena sovranità italiana, le indagini furono proseguite dai carabinieri, l’unico organo di polizia che non lamentava infiltrazioni di comunisti, malgrado la notoria fraterna amicizia fra Palmiro Togliatti ed il “corpulento colonnello Romano Dalla Chiesa”, padre di Carlo Alberto (cfr. Diari di Falcone Lucifero).

In primavera finalmente il sottotenente Armando Losco identificò uno dei responsabili, Giovanni D’Ignoti. Questi, convinto di essere l’ultimo degli arrestati, confessò tutto, indicando il nome degli altri complici, Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Pietro Lala, tutti di Mezzojuso come lui. Pietro Lala era stato eliminato in paese poco prima (si narra per mano di Iachinazzu Napoli, uomo d’onore e d’ordine) mentre gli altri due furono tratti in arresto.

Nel corso delle indagini molti altri siciliani che ebbero la disavventura di trovarsi a Torino, o nei dintorni, furono sospettati ed arrestati, compreso un partigiano che riuscì a dimostrare come il giorno della strage si trovasse a Caltanissetta, dove aveva salvato un vicino dall’incendio della sua abitazione.

Venerdì primo marzo 1946 mio padre compiva 26 anni. Aveva alle spalle la frequentazione dell’Accademia di Modena fianco a fianco col fratello di Carlo Alberto Dalla Chiesa, Romolo, entrambi nella compagnia allievi ufficiali carristi, la Scuola Truppe Corazzate di Palombara Sabina, il ferimento (con intenzioni omicidiarie) del comandante la stazione dei carabinieri di Montecompatri, consumato il 9 settembre 1943 per sottrarsi all’arresto che il maresciallo voleva operare nei suoi confronti, in quanto aveva ucciso poco prima due soldati tedeschi, l’attività di partigiano monarchico membro della “Banda Battisti” nell’inverno ‘43/44 a Roma, ed il resto della guerra inquadrato nell’ottava armata britannica lungo la dorsale adriatica, fino al momento dell’armistizio che colse il suo reggimento a Piove di Sacco.

Dopo un breve periodo a Cernobbio, il reparto fu trasferito a Fossano, e quella mattina mio padre, già pluridecorato al valor militare, si trovava in un elegante albergo torinese in compagnia di una giovane signora che abitava sulla collina di Rivoli. Il concierge, leggendo sul suo documento di identità militare che era nato a Mezzojuso, da buon torinese falso e cortese, lasciò che i due amanti salissero in camera e subito dopo chiamò i carabinieri, che accorsero personalmente al comando del già citato sottotenente Losco, il quale pretendeva che mio padre, sommariamente vestito ed ammanettato, lo accompagnasse in caserma.

Ormai mi conoscete, e sapete che è difficile intimidirmi, figuratevi quanto più difficile lo fosse nei confronti di mio padre. Accertato che l’ufficiale dell’Arma era meno anziano di lui, attraverso la porta della sua stanza gli disse: “Hai la mia rivoltella d’ordinanza Webley & Scott puntata contro la porta. Se provi a forzarla, sparo. Ti ordino di informare subito il colonnello comandante del mio regimento, pregandolo da parte mia di accorrere per chiarire di presenza questo sgradevole equivoco. Alla data della strage di Villarbasse mi trovavo a Cernobio con il mio reparto. Non ho altro da aggiungere ed aspetto fiducioso il colonnello”. L’attesa durò circa un’ora e mezzo e si concluse con un grosso cazziatone al sottotenente Losco da parte di quel colonnello, cui seguì anche un Richiamo scritto fatto pervenire alla Legione Carabinieri di Torino.

La signora fu accompagnata, a sua richiesta, alla stazione dei taxi, perché era inopportuno che arrivasse in villa a bordo di una jeep con due ufficiali che indossavano l’uniforme britannica, in cui a stento si intravedeva una minuscola bandierina italiana sul braccio sinistro.

Il colonnello potè baciarle la mano, mentre a mio padre ciò non fu concesso, e fu congedato con un drastico: “Addio!”

Oggi, al posto del sottotenente Losco abbiamo il maresciallo Saviano che, per documentare l’esistenza della mafia dei pascoli, ha fatto spendere alla Procura di Termini Imerese circa 400.000 euro di intercettazioni telefoniche ed ambientali.

L’Arma si evolve in tutto, ma è evidente che il pregiudizio nei confronti di Mezzojuso è il più duro a morire.

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