Nicolo Gebbia

Hitler, mio padre ed io

È uno strano titolo, ma non allude di certo a tendenze familiari filo-naziste. Sottolinea solo la passione per la fotografia che abbiamo condiviso col Führer. Ad illustrare questo articolo c’è una foto di papà con i suoi colleghi di corso d’accademia che risale all’estate del 1941, quando, con la bicicletta pieghevole dei bersaglieri (ruote piene e rocchetto fisso), si spostarono da Modena all’altopiano di Asiago per le grandi manovre estive, presenti Galeazzo Ciano ed il principe Umberto.
Sono circa 220 chilometri, e mio padre fu punito due volte. La prima quando il tenente istruttore, in discesa, voltò la testa, accorgendosi che papà aveva allargato i piedi, togliendoli dai pedali, per faticare di meno. La seconda punizione è più estemporanea e riposa tutta sulla fantasia di papà: il tenente Slaviero, visto che erano tutti molto accaldati, durante una sosta ordinò che togliessero la giubba, restando in camicia. Si accorse così che mio padre aveva creato un capo molto fantasioso, ritagliando solo il colletto e la pettorina della sua camicia. Non fu mai punito, invece, per quella macchina fotografica che porta alla cintura nella sua custodia verticale di pelle .
Gliela aveva regalata Hitler in persona, durante la sua visita di stato del 1938 (ricordate il film “Una giornata particolare” di Scola?). Papà era arrivato secondo al concorso ippico di Piazza di Siena ed il Führer, stringendo la sua mano, gli consegnò la coppa ed una macchina fotografica Voitglander Bessa 6×9, con l’obiettivo apocromatico al lantanio.
La coppa fu venduta dallo zio Peppuccio, insieme con selle, finimenti e stivali di papà, nell’inverno 43-’44, mente lui faceva il partigiano monarchico a Roma, ed a casa lo consideravano disperso.
Mio zio aveva appena conseguito la maturità, e si accingeva a frequentare l’università, dove ritenne che non poteva presentarsi senza possedere un cappotto di cammello, il cui acquisto mio nonno si rifiutò di finanziare.
Lo zio per tutta la sua vita è stato il magistrato più elegante che io abbia mai conosciuto, inteso a palazzo di giustizia come Lord Brummel.
La Voitglander papà l’aveva con sé, l’ho ereditata io e continua a funzionare perfettamente. Con l’autorizzazione ad usarla, quando in Sardegna superai con la media del nove gli esami di terza media, venne anche l’acquisto, a Carbonia, di una più moderna Voitglander Vito 24×36, condita da una serie di lezioni che papà mi impartiva ogni domenica, sulla tecnica fotografica, per cui sono in grado, ancora oggi, di calcolare l’iperfocale di qualsiasi obiettivo e, modestamente, non ho bisogno di alcun esposimetro in quanto so misurare la luce alla perfezione istintivamente.
Tutte nozioni che, insieme con la collezione di macchine fotografiche rare più completa che conosco (ho anche una Robot Royal ed una Alpa), sono diventate assolutamente inutili con l’avvento della fotografia digitale ed il tramonto delle pellicole allo ioduro d’argento. Da ragazzo avrei voluto diventare un Cartier Bresson o un Frank Capa, ma alla fine ho capito che sono solo un grande collezionista di macchine fotografiche, mentre resto mediocre fotografo. Vi sono però almeno due foto delle quali vado molto fiero: la prima ve la mostrerò un’altra volta, a suo tempo fece il giro del mondo ed il regista Gianni Amelio dichiarò che si era ispirato ad essa per il suo film “Il ladro di bambini”.
La seconda correda questo articolo e mostra una giovane madre etiope con il suo bambino in braccio, mentre accende una candela all’interno del Santo Sepolcro.

Essa è emblematica di una confessione religiosa cristiana, quella dei copti di Etiopia. Loro hanno i piedi per terra e sono convinti che la Madonna sia stata concepita dai suoi genitori, rifiutando l’ipocrisia papalina dell’Immacolata Concezione. Hanno poi molte abitudini in comune con gli ebrei, come la circoncisione ed il sabato festivo. Anzi, a questo proposito, son loro ad aver inventato il moderno week-end, perché considerano festiva anche la domenica. Pare poi che detengano, in una delle loro chiese più misteriose, l’Arca dell’Alleanza. Ma il costume che più li rende pii ai miei occhi è il viaggio al Santo Sepolcro, che affrontano per gran parte del percorso a piedi, almeno una volta nella vita, esattamente come quello alla Mecca per i musulmani e quello al Muro del Pianto per gli ebrei. La differenza sta nella povertà in cui versano i nove decimi dei pellegrini, diversamente da islamici e giudei. Già magri di natura, arrivano a Gerusalemme in condizioni pietose e, per affrontare il viaggio di ritorno, restano un paio di settimane costipati sul tetto del Collegio Episcopale etiopico perché non possono permettersi di dormire altrove. È lì che i monaci li rifocillano, consentendo la partenza solo quando hanno messo su qualche chilo.
Io li ho visitati, grazie a forti raccomandazioni, non così potenti, tuttavia, da consentirmi di fotografarli.
Perché vi sto raccontando tutto questo? È colpa del Patriarca di Venezia, che oggi si scaglia contro il regista Sorrentino perché nella sigla d’apertura della serie The New Pope ha utilizzato il refettorio dei monaci benedettini di San Giorgio Maggiore, un capolavoro del Palladio, in cui si tenne anche il Conclave che elesse Pio VII. Sullo sfondo delle Nozze di Cana di Paolo Veronese, e con un grande crocefisso che risplende di luce subliminale, trenta belle monache si abbandonano ad una danza la cui lascivia, asserisce il Patriarca, sarebbe gratuita e blasfema.
La giovane mamma che ho fotografato nel Santo Sepolcro, subito dopo il momento dello scatto denudò un seno porgendolo al suo bambino.
Perché non l’ho fotografata anche durante l’allattamento?
Perché tutta quella serie di condizionamenti sessuofobici inculcatami dai preti quando ero bambino me lo ha impedito.

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