Nicolo Gebbia

Le Hawai del Mediterraneo

Quando cominciai ad andare a scuola abitavo a Santa Marinella. È presso quella scuola elementare comunale che ho frequentato le prime tre classi. Ogni volta che ci ritorno per me è una grande emozione, forse anche maggiore di quella che ho provato nel riavvicinarmi a Mezzojuso, il paese di tutti i miei avi paterni. È a Santamarinella, comunque, che ho imparato l’italiano più viscerale, visto che i primi 5 anni della mia vita li avevo passati a Belet Uen e Mogadiscio, dove l’attendente di mio padre, Pompei, era marchigiano, il cuoco di casa , Hussein, parlava il bolognese delle suore che gli avevano insegnato a cucinare, ed Alima, la nostra governante, parlava un italiano pieno di verbi all’infinito , quasi fosse stata la figlia dello zio Tom. A Santamarinella appresi che ero siciliano e che il mio compagno di banco, Zolesio, era sardegnolo. Si sardegnolo perché la sua famiglia veniva dalla Sardegna, esattamente come io ero siciliano perché la mia, invece, era originaria della Sicilia. A Santamarinella ed a Civitavecchia, dove era di guarnigione il reggimento di mio padre e dove si trovava la Scuola di Guerra, chi si dichiarava sardo era preso per un piemontese di inclinazioni monarchiche , e comunque per un provocatore, visto che da quelle parti erano tutti comunisti iscritti al PCI . Quando , dopo un intermezzo di 5 anni a Legnano, mio padre fu trasferito al CAUC (campo addestramento unità corazzate) di Capo Teulada, ed io frequentai da quelle parti la terza media ed il quarto ginnasio, scoprii a mie spese che i sardegnoli odiano essere definiti tali. Sardo è il termine che loro prediligono, mentre l’altro è considerato dispregiativo. Io, che sono dispettoso, li chiamo sardegnani, e spiego che se la Sicilia è abitata dai siciliani, ne consegue che la Sardegna sia abitata dai sardegnani. Mi rispondono che gli abitanti della Sicilia sono i siculi e quando replico che a noi siculo non piace come a loro poco garba sardegnolo, ci insabbiamo in una discussione senza senso, simile a quella che un tempo ero solito fare con i miei amici polentoni e leghisti, che cercavo vanamente di convincere essere corretta in italiano la pronuncia PADANI’A, così come si dice Albania. Cari i miei 25 lettori, oggi siete stoici se mi avete seguito fin qui, ed allora meritate il premio che io entri finalmente in argomento. Quale è l’organizzazione criminale italiana più antica? È la camorra, che ha preceduto la mafia siciliana di almeno due secoli. Erano i camorristi napoletani che comandavano dentro il carcere della Vicaria, cioè l’Ucciardone, ed i detenuti siciliani venivano costretti a sottostare alle loro prepotenze. Del resto anche fra le guardie carcerarie borboniche erano i napoletani a ricoprire gli incarichi di comando. Finché a metà dell’Ottocento non fu portato in scena un dramma popolare dal titolo “I mafiusi della Vicaria”, che vedeva alcuni detenuti siciliani particolarmente fieri ( mafiusi in siciliano) ribellarsi alle prepotenze dei camorristi e rovesciare i rapporti di forza preesistenti all’interno dell’istituto di pena. Del resto i mafiosi doc hanno sempre affermato che questo termine non è usato dentro la loro associazione a delinquere, sostituito dalla Cosa Nostra, già nota prima negli USA come Sindacato de Crimine Organizzato, e prima ancora come La Mano Nera. In una Italia dove si cazzeggia sul termine dantesco negro ed è facile trovare un pubblico ministero che ti rinvia a giudizio per razzismo se lo usi, fra una telefonata e l’altra con i compagniucci di merende della sua corrente, è lecito pretendere che, per rispetto verso i siciliani della stessa natura di quello che è invalso nei confronti delle “persone di colore”, venga ammesso un solo significato del termine Mafia, quello che si riferisce all’isola della Tanzania, ed un solo altro significato al termine mafioso: mafioso è l’abitante dell’isola di Mafia.

 

Tutte le altre accezioni improprie , comprese quelle del codice penale, che fanno riferimento alla criminalità organizzata, saranno sostituite dal ben più antico e specifico “camorristico”. Dando a Cesare quel che è di Cesare e restaurando il primato di Napoli su Palermo, si parlerà quindi di associazione a delinquere di stampo camorristico ed a Mezzojuso di “ rinata camorra dei pascoli “. È pretendere troppo? Se non ce lo concedete, cari fratelli d’Italia, sapete che vi dico, che come Totò quando si buttò a sinistra, noi siciliani torneremo a buttarci fra le braccia degli Stati Uniti, che non hanno smesso di corteggiarci da quando volevano che diventassimo la loro quarantanovesima stella, e sarebbero felici di trasformarci nelle Hawai del Mediterraneo.

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