Nicolo Gebbia

Un happening collettivo stimolante!

A Milano, quando dopo un un anno al Palazzo di Giustizia fui trasferito in via Moscova, investigando su un omicidio io ed i miei magnifici collaboratori (che nostalgia!) ci imbattemmo in un caso di prostituzione minorile, divenuto poi famoso perché il regista Gianni Amelio dichiarò di essersi ispirato ad esso per il suo film “Il ladro di bambini”.
La giovane vittima è diventata ora la protagonista risolutiva, nella mia fervida immaginazione, del quarto giallo che pubblicherò prima di Natale, “Una morte scomposta”. Di più non voglio anticiparvi su di esso, ma sappiate che molti dei personaggi, a partire da Corrado Lancia, chi ha letto i gialli precedenti già li conosce.
In ogni caso quella ragazzina del “Ladro di bambini” raccontò a me, all’appuntato Togliatti ed alla vigilessa urbana motociclista Marisa Bovoletta (di noi tre quella che ha fatto più carriera, essendo diventata un ras della polizia municipale meneghina) che nel corso degli anni c’erano stati solo due orchi ad abusare di lei: Claudio Mingotto in innumerevoli occasioni, giungendo a pagare quindici milioni di lire ogni volta; l’altro lei non lo conosceva, ma sapeva solo che si chiamava Biagio, che dichiarava di essere un agente di borsa, ed andava in giro con una Lancia Thema.
In quella Milano di cui ho tanta nostalgia la ricerca del Biagio pedofilo divenne un happening collettivo ed alla fine fu una giornalista del Sole 24 Ore che, invitandomi a prendere un aperitivo con lei dalle parti della Borsa, uscendo dal bar e mentre la riaccompagnavo verso la redazione, passando davanti ad un portone mi disse: “Il Biagio che cerca lei lavora lì dentro”. Era vero, e lui, Biagio Casasole, ha sempre sostenuto di essere stato vittima di una congiura fra stampa e carabinieri. Contro Goffredo Buccini, addirittura, presentò anche querela.
In ogni caso sia Mingotto che Casasole furono condannati, con una rapidità che non ha precedenti nella storia giudiziaria d’Italia, sia in primo grado, che in appello e Cassazione, malgrado la difesa dei migliori penalisti nostrani (Casasole aveva addirittura Tavormina). Dopo questa premessa così ridondante, voglio tornare alla morte di Tony Bisaglia, per ampliare il quadro grazie soprattutto a due miei lettori, Fabrizio Ruggeri e Daniela Zini, che hanno partecipato fattivamente all’ happening collettivo da me proposto ieri. Grazie al primo ho potuto scoprire chi ci fosse a bordo del 22 metri Rosalu’, oltre a Bisaglia e Romilda Bollati: erano il regista Sandro Sequi, il comandante Luciano Saporiti ed il marinaio Stefano Zolezzi.
Questi ultimi due sono sopravvissuti, e Zolezzi rese alla Capitaneria di Porto una testimonianza tale da indurre il procuratore di Chiavari, dopo avere sentito il medico legale, ad archiviare il tutto senza neanche l’esecuzione di una autopsia. Leggiamo la dichiarazione di Zolezzi: “Il senatore aveva ordinato al comandante di mettere in moto ed accelerare, e venne poi colto di sorpresa all’improvviso movimento, cadendo in mare dopo aver rotto il corrimano in acciaio. Cadendo in acqua ha battuto la testa. Io ho sentito il tonfo classico del corpo che cade in mare”. Quando il comandante Saporiti riuscì a recuperarlo ed issarlo a bordo, Zolezzi confermò che Tony Bisaglia era ancora in vita, sebbene con una ferita alla testa dalla quale usciva molto sangue. La morte sopravvenne pochi minuti dopo. Se voi conoscete come sono fatti i candelieri in acciaio inossidabile che reggono il corrimano di un cabinato a vela, converrete che infilarsene uno in testa è un po’ come essere fiocinati: difficile sopravvivere!
Tuttavia ora vi richiamo alcune dei misteriosi accadimenti successivi che rendono la morte di Tony Bisaglia un caso tuttora aperto. Vi ho già parlato dei sospetti che nutriva don Mario, il fratello del senatore, morto misteriosamente la mattina in cui avrebbe voluto esternarli al Papa. A distanza di un anno da lui muore anche il segretario particolare di Bisaglia, asseritamente suicida nell’Adige dopo aver lasciato un biglietto in cui si dichiara innocente da ogni colpa.
Fin qui quello che avevo scritto ieri, ma oggi ci voglio aggiungere altri tre morti, ed essi sono il regista Sandro Sequi (anch’egli a bordo, ricordate?), deceduto a seguito di un incidente stradale in Turchia, all’età di sessantacinque anni e mentre godeva di ottima salute, il presidente della Farmitalia-Carlo Erba, Ugo Niutta, già agente della OSS (così si chiamava la CIA a cavallo della guerra), e già magistrato, che si suicida, asseritamente perché malato di un tumore incurabile, il 5 novembre 1984 a Londra, ingerendo una forte dose di barbiturici nel suo albergo, ed infine il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, morto sei anni prima di Bisaglia, per mano delle BrigateRosse.
“Che c’entra?”, mi chiederete voi!
Due mesi dopo, andato in pensione, sarebbe stato assunto proprio dal Niutta alla Farmitalia come capo della vigilanza. Egli era una delle principali fonti di Mino Pecorelli, il burattino di Carlo Alberto Dalla Chiesa, che fu ucciso pochi mesi prima di Varisco. Naturalmente era anche grande amico di Eugenio Cefis, il burattinaio di tutti, Dalla Chiesa compreso.Tracciate ora un fil rouge fra tutti quei morti e cominciate a chiedervi quale fosse il ruolo della Farmitalia all’interno dell’ENI, dopodiché concludo con il misterioso arrivo del presidente del Senato Francesco Cossiga a Santa Margherita Ligure quando il cadavere di Bisaglia era ancora caldo ed i suoi ordini perché, già qualche ora dopo, esso venisse caricato su un aereo militare diretto a Roma contenuto in una bara diversa da quella dentro la quale uscì dalla pancia del velivolo.
Io, sbirro di campagna, non ho la minima idea del dove vada a finire quel filo rosso, ma sono certo che almeno due fra i miei lettori, Piero Geraci e Daniela Zini, me lo spiegheranno.
Sottolineo solo che sopravvissero proprio i due membri dell’equipaggio la cui testimonianza consentì di banalizzare la morte di Bisaglia.
Sarà un caso? Ebbero da allora un tenore di vita diverso da quello precedente? Forse Fabrizio Ruggeri potrà aiutarci a rispondere.
Ora vi devo proprio lasciare perché non mi voglio perdere la diretta di Silvio Berlusconi che esce guarito dal San Raffaele.
MENO MALE CHE SILVIO C’È!

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