Nicolo Gebbia

La guerra persiana che abbiamo previsto dieci giorni fa

Non mi riferisco, nel titolo, ad una di quelle guerre combattute nell’antichità dai greci contro l’impero persiano (ricordo ancora la fuga sulla neve di Senofonte inseguito da Serse che ossessiono’ il mio V ginnasio, ripetuto due volte) ma quella che ho previsto dieci giorni fa nell’ articolo “Impeachment e guerra” .
Nella sua cupio dissolvi, Trump, l’uomo che porterà all’autodistruzione l’impero americano, ha ufficializzato l’omicidio politico, che era tramontato già dopo la morte di Machiavelli. Allora, però , i sicari rischiavano in prima persona, mentre oggi sono rinchiusi in un prefabbricato di Tampa, in Florida, da cui manovrano il loro drone.
Questa filosofia, applicata contro nemici che ancora coltivano il mito della virtus, l’onore militare dei romani, rende la loro brama di vendetta ancora più feroce.
Io l’aeroporto di Baghdad lo conosco bene, e quindi mi viene più facile immaginare il generale Soleimani mentre scende dal suo Executive, che lo ha riportato indietro da Mosca, e sale su una automobile che, immediatamente dopo viene colpita da un fulmine di Giove.
Leggo sui quotidiani che una guerra come l’ho prevista io nell’articolo citato appare improbabile. Invece tutti prevedono l’escalation degli attentati.
Mantengo serie riserve e resto dell’opinione che i 3500 militari (700 dei quali da Vicenza)subito mandati da Trump, siano solo l’avanguardia di un nuovo esercito che sarà presto rischierato in quel teatro. Prima, però, assisteremo alla reazione persiana per vendicare il loro eroe nazionale assassinato.
Fossi in Trump prenderei i miei cinque figli e li costringerei a restare in una base militare a tempo indeterminato.
Mi preoccupa particolarmente il più piccolo, Barron.
La presidentessa, invece, secondo me non ha nulla da temere.
In Persia son ben consapevoli che suo marito la sostituirebbe subito con un nuovo modello, senza particolari coinvolgimenti emotivi.
Altro obiettivo probabile è l’ambasciata americana di Gerusalemme. Anzi, sarebbe la risposta migliore, perché universalmente approvata da tutto il mondo arabo, che non ha ancora digerito il suo trasferimento da Tel Aviv.
Ma le responsabilità maggiori il presidente americano le porterà davanti al tribunale della storia perché è certo che i persiani rinnegheranno il patto del 2015, con cui si impegnavano a ritardare di dieci anni la loro ricerca atomica, ed usciranno anche dal Tnp, il trattato di non proliferazione nucleare che avevano sottoscritto nel 1970.
Il Medio Oriente, con Israele e la Persia pronti ad affrontarsi in una guerra nucleare, potrebbe diventare la miccia che innesca la fine del mondo.
Cosa dobbiamo sperare?
Che i repubblicani del senato statunitense comprendano come liberarsi di Trump sia diventata anche una loro priorità, e consentano l’impeachment.
Naturalmente sono solo le opinioni di un vecchio sbirro di campagna, ed attendo le perle di saggezza che, alla fine del suo lungo silenzio di riflessione, usciranno dalla bocca del nostro saggio ministro degli esteri, Luigi Di Maio.
Salvini, nel frattempo, ha commesso la fesseria di plaudire all’omicidio del generale Soleimani, e Putin non glielo perdonerà mai.

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