Nicolo Gebbia

Gli psicologi, una categoria professionale inutile, anzi dannosa.

Quando feci la visita di leva, al Distretto Militare di Catania, era la primavera del 1967 ed io frequentavo ancora il secondo liceo classico.
Vi fui sottoposto per volontà di mio padre, il quale, convinto che fossi cretino, ed essendo lui il comandante del Distretto, voleva esser certo che fossi dichiarato idoneo, onde evitare l’onta di un figlio inabile al servizio militare.
Ricordo ancora l’angoscia che provai quando ebbi in mano un cubo di circa dieci centimetri di lato, composto da tanti altri piccoli cubi colorati.
Dovevo cercare di fare in modo che ogni faccia del cubo più grande avesse lo stesso colore, ma non ci riuscii.
Rammento bene due delle domande che servivano a tracciare il mio profilo psicologico.
“Credi in Dio?”, era la prima mentre la seconda recitava così: “Dici le bugie ai genitori?”.
C’era poi tutta una serie di quesiti, anche di matematica ed algebra, per la cui risoluzione erano previste tre risposte e bisognava mettere una “x” di fianco a quella che si riteneva esatta.
Il soldato che me le somministrò (si dice proprio così), sussurrò al mio orecchio: “Le lasci tutte in bianco”. Io obbedii. Quello che veramente mi mise in difficoltà fu un libro pieno di strani disegni colorati, che serviva per capire se fossi daltonico.
L’ufficiale medico, disperato, perché non ne avevo azzeccato nemmeno uno e pensando che lo doveva riferire a papà, alla fine tirò fuori una scatola di cartone piena di gomitoli di lana colorati, ed emerse che si trattava di un daltonismo tenue, che mi impedisce di distinguere il verde scuro dal nero e le varie tonalità del giallo.
Il risultato, truccato, fu che il mio era un profilo di prima classe, compatibile con qualsiasi carriera avessi voluto intraprendere all’interno delle forze armate.
Vi ho poi raccontato che una volta, alla Scuola Ufficiali dell’Arma, il famoso criminologo Ferracuti (il piduista del sequestro Moro, per intenderci), mi sottopose ad una misurazione del quoziente intellettivo che non superò il 69, borderline con la stupidità.
Il mio padrino dentro l’Arma, Generale Carlo Casarico, quando dovetti essere assegnato per la prima volta ad un reparto territoriale, mi disse: “Ti farò dare una tenenza in Sardegna, così, visto che l’isola dipende dal mio comando di Roma, se fai qualche grossa cappellata vedrò di porvi rimedio”.
C’era, però, una sola tenenza che si era liberata quell’anno, quella di Ales, la più piccola d’Italia.
Io mi lasciai convincere, anche perché lo zio Carlo soggiunse che, in quel modo, mi sarei subito tolto dalle scatole i due anni di “zona disagiata”.
Ma quando giunsi in loco , nel settembre del ’77, la situazione era già mutata.
Lo zio Carlo era stato trasferito a Palermo durante l’estate (il più elevato in grado dei puniti per la fuga di Kappler) e la desolazione del luogo mi causò una profonda depressione.
A gennaio del ’78 accettai, perciò, l’interpellanza per andare a Foligno a frequentare quattro mesi di corso per conseguire la specializzazione di istruttore militare di educazione fisica.
Subito dopo fui coinvolto nelle indagini per un sequestro di persona, la depressione passò come per incanto, ed entrai in quello stato di grazia che informa di sé chiunque diventa investigatore.
Esso non mi ha mai più abbandonato, ed è l’unica cosa di cui ho nostalgia da quando sono in pensione.
Mi arrivò un messaggio, fra capo e collo, perché mi presentassi a Roma, al Centro di Psicologia Applicata dell’Arma.
Cosa era successo?
I soloni del Comando Generale avevano stabilito che, per frequentare un corso di durata superiore ad i quaranta giorni, le teste di cazzo del Centro dovevano decretare che il tuo profilo psicologico armonizzasse con la specializzazione che volevi conseguire.
Alle otto del mattino, in viale Giulio Cesare, mi aspettava solo un maresciallo con il camice bianco e le barrette sul taschino, che mi fece accomodare in un’aula didattica e mi dette una cartellina che conteneva 200 domande, con le tre risposte per ognuna, e l’onere solo di mettere una “x” su quella giusta.
Mi fu detto che avevo due ore di tempo e venni lasciato solo.
Scorrendo le domande, ci trovai anche “Credi in Dio?” e “Dici le bugie ai genitori?”.
Capii che avevo fra le mani un mezzo per liberarmi del corso a Foligno senza fare la brutta figura di una mia richiesta di revoca: bastava convincere le teste di cazzo che non ero psicologicamente adatto a fare l’istruttore di educazione fisica.
Per cui misi le “x” tutte sulla prima risposta, fino alla domanda numero 130.
Nella centotrentunesima mi veniva chiesto chi fosse Alessandro Volta.
La prima risposta diceva che egli era un compositore di musica e solo la terza lo qualificava scienziato.
La centotrentaduesima domanda riguardava Giovanni Giolitti. Secondo la prima risposta si trattava di un generale dell’esercito italiano e solo la seconda lo qualificava come un famoso uomo politico.
Scorsi tutte le altre domande fino alla duecentesima e mi accorsi che si trattava di cultura generale, storia e geografia.
Decisi di rispondere secondo scienza e conoscenza, perché mi ripugnava definire Alessandro Manzoni un matematico, collocare la Battaglia delle Termopili nel Medioevo e sostenere che Buenos Aires fosse la capitale del Brasile.
Comunque alle 8.20 avevo già finito.
Andai alla ricerca del maresciallo che mi aveva somministrato le domande e lo trovai allo spaccio, intento a chiacchierare coi suoi pari-grado, mentre sorbivano il caffè.
Quando mi vide , chiese subito “Che problemi ci sono, signor tenente?”, gli misi in mano la carpetta, dicendogli che avevo finito e che ero sceso a prendere un caffè anch’io.
Ritornammo al primo piano e mi fece accomodare su un divano dell’ingresso.
Fu così che, a partire dalle nove meno cinque, vidi arrivare tutto il resto del personale.
Verso le nove e mezza giunse anche un capitano, in borghese come tutti gli altri, con la faccia particolarmente da stronzo, nel cui ufficio il maresciallo entrò con la mia carpetta sotto braccio.
Dopo dieci minuti lo stronzo si affacciò alla porta del mio ufficio e mi dette un’occhiata prolungata.
Finalmente, alle dieci, arrivò il comandante del Centro, colonnello Nicolò Mirenna, uomo stimato in tutta l’Arma perché colto come me, e per giunta eccellente investigatore.
Il capitano ed il maresciallo entrarono nel suo ufficio e dopo un quarto d’ora vi fui introdotto anche io dal maresciallo che, però, rimase fuori dalla porta.
Alle spalle del colonnello, sulla parete, c’erano incorniciati tutti gli encomi solenni che si era guadagnato, nonché, in piedi, quello stronzo del capitano.
Mirenna mi disse: ” Tenente! Siamo curiosi di apprendere cosa ha voluto lasciarci intendere con la sua buffonata”.
Gli risposi con sincerità: “Quando ho aderito a quell’interpellanza mi annoiavo, ora che sono coinvolto nelle indagini per un sequestro di persona non posso permettermi di restare assente da mio comando per quattro mesi. Ed allora, visto anche che non riesco a comprendere come ci possa essere una correlazione fra le bugie che dico ai miei genitori e la specializzazione che volevo conseguire, ho messo le risposte senza neanche leggere le domande. Le ultime settanta, però, hanno avuto una risposta seria. In ogni caso io ritengo la psicologia applicata una pagliacciata”.
Giunti a quel punto intervenne il capitano: “Il Tenente Gebbia è figlio di un generale dell’Esercito, nonché nipote del nostro generale Casarico! Ho qui davanti tutto quel che lo riguarda, a partire dalla visita di leva di quando aveva diciassette anni. Se non fosse un raccomandato di ferro, non avrebbe fatto neanche il soldato, altro che diventare Ufficiale in Servizio Permanente Effettivo dell’Arma!”.
Replicai con fermezza e piuttosto incazzato: “Il capitano è un ufficiale di complemento che ha tentato, per cinque anni di seguito, di vincere il concorso per diventare ufficiale effettivo, ma non è stato mai ammesso agli orali. Evidentemente non sa scrivere neanche una O col bicchiere. Dovrebbe vergognarsi, e mi meraviglio di lei che se lo tiene nel suo comando. In ogni caso ho lasciato i guanti in anticamera con il mio berretto, ma, virtualmente, è come se lo avessi schiaffeggiato, e lei, che è un gentiluomo, mi ha capito alla perfezione”.
Mirenna fu all’altezza della situazione: “Smettetela di fare i torelli infuriati entrambi e deponete le armi. A lei, tenente, dico che meglio si sarebbe comportato se avesse mandato un semplice fonogramma per informare tutta la catena gerarchica che non era più interessato a frequentare quel corso. A lei, capitano, dico che anch’io sono figlio di un generale, e questo non mi ha impedito di meritarmi tutti gli encomi solenni che vedete incorniciati alle mie spalle. Circa i concorsi cui ha partecipato il capitano, lei, tenente, deve sapere che, al di là del loro esito, nel frattempo egli, pur con il solo diploma magistrale che possedeva, si è iscritto all’università, ed ha conseguito la laurea in psicologia a pieni voti. Ora, caro tenente Gebbia, imbuchi quella porta e vada via di qui senza aprire bocca. Ha la mia parola che tornerà ad Ales mantenendo intatta la sua verginità disciplinare. Scriverò solo che venga annotato nel suo fascicolo personale che lei non è adatto né a fare l’istruttore di educazione fisica, e neppure il perito selettore presso questo Centro di Psicologia”.
Mi alzai, salutai militarmente sbattendo i tacchi ed imbucai la porta.
Mezz’ora dopo ero a Piazza Navona ed entrai da Babington’s, dove con il te’ mi feci servire dei tramezzini ai cetrioli, come fossi stato a Londra.
Quella sera, tornato ad Ales, telefonai al capitano Nastrucci, che comandava la confinante compagnia di Sanluri, e gli raccontai tutto, ringraziandolo perché, nell’affidarmi l’incarico di salutargli il suo caro amico (lo stronzo), mi aveva raccontato di tutti i loro concorsi in cui non erano stati mai ammessi agli orali, notizia per me preziosa.
Qualche settimana dopo Nastrucci mi disse che lo stronzo meditava vendetta e mi raccomandò di guardarmi da lui per tutto il resto della mia carriera.
Per inciso, moltissimi anni dopo lo stronzo concorse per entrare nel Ruolo Speciale, appena istituito, vincendolo.
È diventato colonnello quasi contemporaneamente a me, senza mai essere uscito, per tutta la sua carriera, da quel Centro di Psicologia in cui tanto danno ha fatto all’Arma.
Io ho arruolato circa mille carabinieri effettivi e, con ognuno di loro, ho avuto un colloquio chiarificatore.
Ma essi sarebbero almeno 1400, se quelli che consideravo i migliori e più promettenti non fossero stati tutti considerati non idonei dal Centro di Psicologia Applicata dell’Arma.
Probabilmente erano tutti adusi a mentire ai propri genitori e miscredenti.
Perché ve lo ho raccontato?
Perché ho letto che lo scorso anno gli psicologi hanno sottratto circa 23.000 bambini ai loro genitori, la metà dei quali ha vinto il ricorso contro l’iniquo e disumano provvedimento, che ha la sua ragion d’essere solo nel fatto che bisogna trovare sempre nuovi clienti per quegli istituti dove altri psicologi percepiscono uno stipendio sottoponendo quei bambini ad un sistematico lavaggio del cervello per trasformarli in teste di cazzo patentate come loro.
Il nuovo ministro per l’Università dovrebbe esaminare urgentemente l’opportunità di abolire la laurea in psicologia, sostituendo la categoria professionale con dei medici che abbiano conseguito la specializzazione in psichiatria.

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