Nicolo Gebbia

Gheddafi veneziano, no anzi corso

Ho scoperto solo da poche ore l’esistenza di una donna fantasiosa, di poco più vecchia di me, che nel suo profilo Facebook indossa una inverosimile uniforme da combattimento ed il basco della Folgore, alla quale millanta di aver appartenuto.
Ma non basta, perché dal paesino laziale nel quale vive, negli anni passati ha cercato di accreditare la bufala che il dittatore libico fosse figlio naturale di un ufficiale italiano che, quando aveva pochi mesi di vita, lo avrebbe portato a Venezia per farlo battezzare.
La stessa donna, asseritamente agente del SIFAR ai tempi di Piazza Fontana, nonché amica del più grande depistatore mai smascherato in Italia, Guido Giannettini, il famoso agente Z, sostiene anche che la strage di Piazza Fontana abbia una matrice tutta sinistrorsa, e che i poveri fascisti, alla fine condannati con sentenze passate in giudicato, siano tutti innocenti.
E costei ha scritto due libri in proposito, e quindi la considero una pericolosa concorrente per i gialli fantasiosi che portano la mia firma.
Tuttavia in Corsica c’è un paese dove si sostiene che lo sfortunato dittatore libico sia figlio dell’eroe di guerra Albert Preziosi, nato a Vezzani.
A suffragio di questa tesi tale Francois Quilichini, pensionato di Ajaccio, sostiene che nel 1974, quando lui era capo della sicurezza del presidente del Niger, Gheddafi, nello stringergli la mano, lo avrebbe definito suo compatriota.
E dicono i corsi che non è casuale l’appoggio, in termini di armi ed addestramento, sempre dato dal dittatore libico agli indipendentisti corsi.
Io ho una terza tesi, e Carmelo Canale mi è testimone che lo vado dicendo da quando il colonnello salì al potere: all’epoca e per molti anni a seguire, i due (Gheddafi e Canale) apparivano come fratelli gemelli.
Per cui porto avanti anche l’ipotesi di un Gheddafi palermitano.
C’è un solo fattor comune a queste tre tesi, che hanno assolutamente la stessa percentuale di fondatezza: la beduina Aisha, in quella tenda del Fezzan, dove viveva nel ’42, riceveva con pari generosità sia gli ufficiali italiani che quelli francesi, e non so se suo marito restasse all’ingresso per staccare le marchette.
E qualcosa delle tradizioni di famiglia deve essere restato se diamo un’occhiata a quel reparto selezionatissimo di sole donne fra le quali lui selezionava le sue body- guard.
Quella che nel ’98, ai confini con l’Egitto, si immolo’, inframettendosi col suo corpo, alla gragniuola di proiettili indirizzati al dittatore, si chiamava proprio come sua madre, Aisha.
Tuttavia voglio tornare a quella fantasiosa signora dalla quale sono partito, amica su Facebook di persone che pensavo più serie, perché in questi ultimi tempi è latrice della teoria che in Italia sia imminente un golpe militare.
Vi spiego perché ciò non è possibile.
Noi ormai siamo ridotti ad un esercito di dimensioni assolutamente ridicole, nel senso che i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza, tutti insieme sono grandi più di tre volte che non l’Esercito Italiano.
Ma i complottardi potrebbero rispondermi che siamo tutti d’accordo, noi carabinieri, i questurini, le guardie della gabella ed i soldatini.
Questi ultimi, sempre secondo i complottardi, sarebbero pronti a sparare contro la folla come fece il generale Bava Beccaris nel 1898 a Milano.
Non potrò mai scordare quando mio fratello, all’età di diciannove anni, fece il servizio militare come sottotenente dei carristi, e fu destinato all’8° Battaglione Carri M60 di Vivaro, in Friuli.
Per fargli scontare i cattivi voti che mio padre gli aveva dato alla Scuola di Applicazione di Torino, il suo comandante di compagnia lo mandò come ufficiale di picchetto sia per Natale che per Pasqua.
Affrontò tutto con grande spirito di sacrificio, senza mai lamentarsi.
Però la prima volta che montò di picchetto mi telefonò ad Ales, in Sardegna, piangendo di rabbia perché gli avevano dato una pistola di legno da infilare nella fondina.
Voi pensate davvero che tutti quei soldati che incontrate per strada abbiano le armi cariche?
Rassicuratevi, non succederà mai che gli parta un colpo per sbaglio, visto che le le loro armi sono rigorosamente scariche.
Non vorrei essere frainteso, i nostri soldati godono di un addestramento assolutamente ineccepibile e se gli dai anche i proiettili sparano molto meglio di gran parte di quelli che appartengono agli altri eserciti della NATO.
Non potrò mai scordare la soddisfazione con cui un appuntato del GIS, mi testimoniò il suo orgoglio di tiratore scelto perché con un solo colpo aveva ammazzato due miliziani sciiti.
Infine voglio raccontarvi fino a che punto noi carabinieri, dopo tanti ingiusti processi subiti in Italia, siamo diventati prudenti nell’uso delle armi.
Accadde a Mostar, quando la gente assalì una banca in concomitanza con l’introduzione dell’euro in Europa.
Tutti volevano cambiare i loro marchi bosniaci (una moneta locale di incerto valore) in euro, e catturarono sette carabinieri, malmenandoli prima di liberarli, dopo molte ore.
I miei poveri colleghi avevano chiesto rinforzi per tempo, ma quella banca sorgeva su una strada che da un lato era di competenza dell’esercito francese, e dall’alto di quello spagnolo.
Ognuno dei due pensò che il soccorso toccasse all’altro, ed i poveri carabinieri rimasero soli.
Sarebbe bastata una raffica di mitra sparata per aria ma, Placanica docet, preferirono farsi malmenare.
Prima di essere destinato a Sarajevo, dovetti superare un corso di peace- keeping tenuto presso la Scuola Allievi Ufficiali dell’Arma.
Ero l’unico italiano di quel corso, in mezzo ad ufficiali spagnoli, portoghesi, greci, turchi, olandesi, francesi e marocchini e ricordo ancora che uno degli insegnanti, nel saggio scritto, che era parte fondamentale degli esami finali, ci chiese come avremmo agito al posto di quei carabinieri di Mostar.
Io ebbi il voto più alto perché la mia fantasiosa risposta fu considerata comunque molto efficace: avrei imposto agli impiegati di aprire la cassa, e distribuito ai miei carabinieri mazzette di banconote da lanciare per aria alla folla, per “comprarci” una ritirata strategica senza scontri.
Io non credo che le nostre banche saranno assalite, come fece la popolazione di Mostar, e dubito che qualche mio collega, in tale eventualità, prenda l’iniziativa che avevo ideato io.
Ma sono altrettanto certo che mai un colpo di pistola sarà sparato contro quella folla.

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