Nicolo Gebbia

Le Foibe, l’Ammiraglio Henke e il capo Gallitelli I meriti di una zuppa di pesce celestiale

L’Ammiraglio aveva un vezzo, sull’uniforme non portava tutti gli innumerevoli nastrini della comunione, della cresima, e delle altre amenità per le quali se ne consegue uno. Lui indossava solo quelli azzurri delle sue medaglie al valor militare, che erano due d’argento, due di bronzo ed una croce di guerra.

Era nato a Genova nel 1909, diventando guardiamarina nel 1931. Da quel momento in poi era sempre stato protagonista, imbarcato su una nave da guerra, di tutte le più rischiose nostre ostilità sui mari. Malgrado ciò godeva di ottima salute, fatta eccezione per la malattia professionale tipica degli ufficiali di Stato Maggiore, l’ulcera. Volgarmente noi militari diciamo che è il carrierismo che gliela produce, costretti come sono ad incassare, con apparente indifferenza, tutte le umiliazioni e tutti gli stress cui vengono sottoposti dai gerarchi ai quali, per gran parte della loro carriera, essi devono portare la borsa, e dei cui vizi nascosti, alle volte incoffessabili, essi sono sempre testimoni e spesso complici.

Un vantaggio fra i più rilevanti per i carrieristi di successo è la collocazione al lavoro dei figli. Ho davanti a me un piccolo specchio degli hidalgos (figli di qualcuno) che risultavano assunti dalla Finmeccanica, la nostra più grande industria che produce armi d’ogni genere, nel 2008:

  • Elio Mastella, figlio di Clemente;
  • Davide Marini, figlio dell’ex presidente del Senato;
  • Alessandro Forlani, figlio di Arnaldo;
  • Caio Giulio Cesare Mussolini, pronipote del Duce;
  • Guglielmo Cucchi, figlio del generale Giuseppe, segretario del Cesis;
  • Paolo Venturoni, figlio dell’ammiraglio Guido;
  • Fabiana Gallitelli, figlia di Leonardo, allora Capo di Stato Maggiore dell’Arma, poi suo Comandante Generale;
  • Andrea Bellini, figlio dell’omonimo generale;
  • Emiliano Sarmi, figlio di Massimo, allora amministratore delegato delle Poste.

In questo mese in cui ricorre la Giornata del Ricordo delle Foibe, mi piace  citare che alla fine della guerra, quando fu chiamata dalle Nazioni Unite a fare un bilancio delle sue perdite umane, la Jugoslavia le fece ammontare ad un milione e settecentomila. Solo trecentomila erano però i combattenti, l’altro milione e quattrocentomila lo avevamo trucidato noi insieme con i tedeschi, e forse più noi di loro. Eppure mai un processo è stato celebrato nell’Italia repubblicana nei confronti degli ufficiali italiani responsabile di cotanti orrori.

Nel 1948, presente alla cena di addio al celibato di mio padre, c’era anche quello che poi avrei avuto come padrino di battesimo, il tenente di cavalleria Augusto Pieche, figlio di un famoso generale dei carabinieri, l’unico che ci abbia comandati prima della riforma del 2000.

Mio padre gli raccontò che aveva fatto amicizia, a Palermo, con due ufficiali dell’Arma impegnati come lui contro il bandito Giuliano, uno dei quali è venuto a mancare proprio nei giorni scorsi, Carlo Casarico. Un grand’uomo, con un passato bellico di prim’ordine, compresa la prigionia in Germania per non essersi voluto piegare, nell’isola di Rodi, a giurare fedeltà a Salò. L’altro non lo cito, i suoi figli hanno la querela facile, comprendetemi. Vi dico solo che aveva intrapreso la carriera nel 1938, la prima volta che noi aprimmo i quadri agli ufficiali di complemento, e vi segnalo che nella mia città ci sono dei giardini pubblici a lui dedicati, aggiungendo quello che Pieche raccontò a mio padre: “Guardatene – gli disse – perché mio padre (il generale) quando dirigeva le operazioni anti partigiani nei Balcani ed era necessario procedere alla fucilazione collettiva di donne, vecchi e bambini nei villaggi da cui provenivano, delegava lui, nella certezza che avrebbe eseguito l’ordine senza scrupolo alcuno”.

Pensate che mi sia dimenticato del titolo di questo articolo? Non l’ho fatto, e ritorno all’ulcera dell’ammiraglio Henke: quando si imbarcava, ovunque in quel momento si trovasse il capo Gallitelli, lo faceva comandare a bordo della nave ammiraglia, perché gli preparasse personalmente ogni pasto. Il capo, infatti, era un cuoco sopraffino, ed usava con estrema sofisticatezza delle sue arti culinarie, per somministrare all’ammiraglio dei piatti a base di pesce così leggeri che l’ulcera non si manifestava. Per una Festa della Marina, la leggenda vuole che si siano levati entusiastici, dal quadrato ufficiali, tre urrà al capo Gallitelli e alla sua zuppa di pesce. Come si sdebitò l’ammiraglio Henke? Lo fece solo due volte, una nel 1967, curando che l’erede di cotanto chef entrasse all’Accademia di Modena nel corso carabinieri.L’altra fu qualche anno dopo, quando il già affermato capitano concorreva per il Corso Superiore di Stato Maggiore, presso la Scuola di Guerra di Civitavecchia. All’epoca l’Esercito consentiva all’Arma di ammettere solo due suoi ufficiali all’anno a quel corso. Era il viatico per un sicuro accesso alle più alte gerarchie. Superata la Scuola di Guerra, infatti, per ogni grado successivo, chi ne era titolato passava avanti ai suoi colleghi per un decimo dell’organico previsto in quel grado. Ora sapete a cosa può servire una buona zuppa di pesce.E sapete a chi riconsegnerò, al Quirinale, il mio diploma di Cavaliere della Repubblica se l’onore del paese in cui sono nati i miei avi non sarà totalmente riabilitato dopo il linciaggio mediatico cui è stato gratuitamente sottoposto. Caro Cancelliere dell’Ordine, caro Presidente della Repubblica, quando mi fu conferito il cavalierato pensavo che significasse almeno che avevo prestato servizio con dignità ed onore. Poi, qualche mese dopo, mi sono accorto che contemporaneamente a me era stato nominato Cavaliere anche il mio collega di corso Antonio Marturano, il più giovane degli iscritti alla P2. L’impulso di restituirlo fu allora forte, ma seppi resistervi. Se resterà anche una sola immeritata macchia sul gonfalone di Mezzojuso,la restituzione mi apparirà doverosa.

 

 

 

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