Nicolo Gebbia

Finalmente in soffitta il Franco delle colonie

Da circa un anno i contestatori della grandeur francese attaccano il sistema CFA.

Di cosa si tratta?

Lo spiego ai miei 25 lettori in termini estremamente elementari, anche perché sono gli unici che riesco a padroneggiare.

Quando gli americani diventarono padroni del mondo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la piccola ma non trascurabile eccezione della Russia sovietica, essi decisero che era il dollaro il punto di riferimento dell’umanità, sostituendolo all’oro, il cui valore, e le relative riserve di esso conservate presso ogni banca nazionale, fino a quel momento avevano regolato i rapporti finanziari fra gli stati.

Tutto ciò accadde nel ’44 in un paesino che si chiama Bretton Woods, che dette il nome agli Accordi di B. W. .

Io ricordo che per tutta la mia infanzia il nostro rapporto di cambio con il dollaro rimase fisso a 617 lire per ogni banconota verde, ed eravamo convinti che nei forzieri di Fort Knox fosse custodito l’equivalente in oro di tutte le banconote immesse in circolazione.

Non era proprio così ed anzi amo ricordare a quelli dei miei 25 lettori nati in Polentonia (ce ne sono?) che solo il Banco di Sicilia ed il Banco di Napoli sotto i Borboni, raggiunsero, ed alle volte superarono, la parità aurea.

Poi arrivarono i Savoia e manu militari (utilizzarono proprio noi carabinieri e la Marina) rapinarono tutte quelle centinaia di tonnellate d’oro, portandole a Torino, visto che il Regno Sardo era sull’orlo del default.

Quando l’inverecondo Giletti punta il dito sulla allegra finanza della Regione Sicilia, potete rispondergli senza tema di smentita che siamo ancora in credito noi, malgrado tutto, e stiamo scialacquando i soldi che ci appartenevano e ci furono scippati allora.

Ma torniamo all’argomento principale.

Cos’era il franco CFA? Si tratta di una paraculata inventata da De Gaulle quasi contemporaneamente a Bretton Woods.

CFA sta per Colonie Francesi d’Africa, cioè Camerun, Mali, Benin, Gabon, Senegal, Congo (non c’era solo quello belga), Costa d’Avorio, Ciad, Togo, Burkina Faso, Niger, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Guinea Bissau, Madagascar e Mauritania.

Il sistema, avviato il 26 dicembre 1945, proprio quando la Francia ratificò gli Accordi di Bretton Woods, arrivò a piena maturità solo nel ’58, ed era sottoscritto dagli stati su base volontaria, non imposto , tant’è che nel ’73 ne uscirono il Madagascar e la Mauritania.

Esso prevedeva che tutti gli stati aderenti depositassero il 50% della loro valuta pregiata, cioè delle loro riserve in dollari, presso la Banca di Francia. In cambio furono proprio i francesi a garantire la solvibilità di quegli stati, favorendo la sottoscrizione da parte loro di accordi commerciali con grandi imprese, che si sentivano così molto più tutelate.

Dopo l’introduzione dell’euro i depositi cui ho fatto cenno avrebbero dovuto essere versati dalla Banca di Francia alla Banca Centrale Europea, visto che da quel momento fu quest’ultima a dover garantire la convertibilità del franco CFA.

Nella sostanza sono più di quindici anni che la Francia, pur avendo adottato l’euro, mantiene una pesante posizione di rendita coloniale.

Ieri, però, ad Abidjan, il presidente della Costa d’Avorio, presente Emmanuel Macron, ha dato formale annuncio che nel prossimo luglio il franco CFA sarà sostituito da una nuova moneta ribattezzata ECO, eliminando l’obbligo per i paesi africani di depositare il 50% delle loro riserve nel Tesoro francese e quello (il più odioso) di avere un rappresentante francese nel Consiglio di Amministrazione.

Le nazioni interessate hanno un prodotto interno lordo di 235 miliardi di dollari ed assommano, complessivamente, 150 milioni di abitanti.

Facendo buon viso a cattivo gioco, l’ Eliseo ci ha fatto sapere che il tramonto del franco CFA “metterà fine a tutte le illazioni su questa moneta”.

Volete scommettere che quel grande statista del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si attribuirà ogni merito per questa innegabile sconfitta francese?

Se poi pensiamo che contemporaneamente Angela Merkel deve registrare il blocco del Nord Stream 2, quel gasdotto che dal 2020 avrebbe dovuto raddoppiare le forniture di metano da Mosca all’Europa passando per la Germania, perché Trump ha appena firmato le sanzioni che hanno convinto la società svizzera Allseas a sospendere i lavori di posa dei cavi, Di Maio, che insieme con Conte ritiene di essere nel cuore del presidente statunitense, sicuramente canterà vittoria.

Consentitemi una battuta comune a noi nati a Napoli: “A pucchiacca mmane e criature!”.

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