Nicolo Gebbia

Falcone, uomo e non mito

Su Fatto Quotidiano di oggi ho letto una bella intervista rilasciata da Giusva Fioravanti a Francesca Fagnani.
Lo chiamo Giusva, ed è l’unico fascista per il quale ho sempre avuto un’istintiva simpatia. Dipenderà dal fatto che ero ragazzo quando guardavo gli sceneggiati della famiglia Benvenuti, nei quali lui, che ha otto anni meno di me, appariva come un bambino alle soglie dell’adolescenza.
La madre, Valeria Valeri, mi era, invece, piuttosto antipatica. Le invidiavo però l’automobile, una raffinatissima Morris Minor decappottabile, che è all’origine di tutta quella lunga teoria di auto con la capotte che ho posseduto nella mia vita. Nell’intervista Giusva racconta di un incontro carcerario con Falcone, nel corso del quale, per iniziativa di quest’ultimo, i due rimasero soli, e Falcone verbalizzo’ a penna le dichiarazioni spontanee di Giusva: “Con l’omicidio Mattarella non c’entro nulla, se avessi un mandante da proteggere confesserei ed attribuirei il fatto ad un amico morto. Farei felici tutti ed otterrei uno sconto di pena, ma non è così”.
Fioravanti racconta poi che Falcone gli disse di essere convinto della sua estraneità all’omicidio Mattarella, ma che doveva perseguirlo perché, altrimenti, lo avrebbero fatto passare per un piduista.
Due giorni dopo spicco’ l’ordine di cattura e Giusva fu messo in isolamento.
Nell’intervista egli racconta anche che quando un suo coimputato chiese a Falcone il nullaosta per sposarsi, questi lo firmò e, contemporaneamente, gli dette un biglietto con il suo numero di telefono, dicendogli: “Fammi sapere se i bolognesi esagerano con Francesca e Valerio”. Del resto – prosegue Giusva – Falcone stesso indagò per calunnia e depistaggio i due pentiti che lo accusavano dell’omicidio Mattarella, Giuseppe Pellegrini ed Angello Izzo.
Falcone sapeva, come lo so io, che Fioravanti e la Mambro non hanno responsabilità alcuna nella strage di Bologna, avvenuta per caso, in conseguenza del brillamento accidentale di esplosivo trasportato da maldestri palestinesi.
Tutti noi vecchi intranei alle istituzioni siamo consapevoli che la pista neofascista cavalcata dalla giustizia proletaria emiliana ha consentito di mantenere in piedi il Patto Giovannone (altrimenti detto Lodo Moro), sottoscritto a Beirut da quel colonnello dei carabinieri il 16 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro.
Da allora l’Italia è immune da attentati posti in essere da quelle organizzazioni che una volta facevano capo alla OLP di Yasser Arafat.
Nell’intervista, poi, a specifica domanda, Giusva risponde che suo fratello Cristiano lo indicò come il killer di Mattarella (poi ritirò tutto) dopo un lungo periodo di detenzione alla rocca di Paliano.
Francesco Di Maggio, a Milano, quando catturai Marietto D’Argento (il solista del mitra della famiglia Fidanzati) e lui (Di Maggio) si accingeva a diventare un boss degli istituti di detenzione e pena, visto che Marietto mi voleva bene (per non averlo ucciso), mi invitò a convincerlo alla collaborazione, illustrandogli i privilegi da albergo a cinque stelle di cui avrebbe goduto appena trasferito in quell’istituto di detenzione per pentiti di lusso.
Fioravanti oggi è libero, malgrado gli otto ergastoli cui era stato condannato, dopo avere scontato 26 anni di pena, il periodo di detenzione più lungo che la giurisdizione italiana può fare trascorrere in carcere ad un detenuto che non si sia pentito, ma che abbia mantenuto buona condotta, naturalmente a patto non sia siciliano ed appartenente a Cosa Nostra, perché, allora, lo Stato mostra tutta la sua ferocia.
Giusva potrebbe chiedere anche la riabilitazione, ed ho apprezzato molto il motivo per cui non lo fa.
È un istituto giuridico che comporta il perdono dei familiari delle tue vittime.
Dichiara: “Non ho chiesto la riabilitazione come altri perché sarebbe eccessivo. Chi ci odia ha il diritto di odiarci”.
L’intervista si conclude con una battuta che mostra la stessa sottile ironia propria di Falcone.
Sostiene infatti che il senso di disagio e di colpa che prova rispetto a ciò che ha fatto davvero è uno stato d’animo in lui raro, perché da anni è impegnato in un lavoro a tempo pieno, quello di discolparsi per i reati che non ha commesso.
Ora traggo una conclusione che riposa sia sulla mia conoscenza personale dell’uomo che su episodi e testimonianze raccontatimi, quando egli era ancora in vita: Falcone non era certo un uomo di sinistra.
Del resto, se lo fosse stato, come avrebbe potuto contrarre una così profonda amicizia con Gianni De Gennaro, membro del servizio d’ordine del FUAN quando frequentava giurisprudenza alla Statale di Roma, e con Rudolph Giuliani, quel fascistone che sta concludendo la sua carriera come avvocato di fiducia di Trump, mentre il nostro connazionale è stato anche presidente della Finmeccanica (oggi Leonardo), la quinta fabbrica d’armi del mondo?
Borsellino diceva di sé (citazione di Ingroia): “Io non sono fascista, sono un fascistone!”.
Quali le differenze fra i due, secondo il mio modesto parere?
A Falcone il fascismo, come periodo storico e come ideologia politica, ripugnava profondamente.
Egli, poi, non era particolarmente credente, diversamente da Borsellino, che era anche praticante, il che rende il suo martirio, cui è andato incontro con lucida consapevolezza, degno dell’attenzione della Congregazione delle Cause dei Santi.
La chiave umana di Falcone era tutta nella sua ironia ed autoironia, addirittura.
Ne volete la prova?
A Trapani ho conosciuto quel sottufficiale dell’Arma che, per il carnevale del 1977, verso le 21, con la sua autoradio fu fermato, sul lungomare, da una ballerina in tutù, che ne aveva a fianco un’altra.
Si trattava di Giovanni Falcone e Giangiacomo Ciaccio Montalto, così travestiti per una festa in maschera, che erano stati scaricati, con l’inganno, dalla macchina degli amici con i quali si stavano recando alla festa, desiderosi di farsi quattro risate ai loro danni.
Il brigadiere si sentì dire: “Siamo i giudici Falcone e Ciaccio Montalto, ci riporti subito a casa a cambiarci, prima che qualche cliente ci metta le mani addosso”.

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