Nicolo Gebbia

Noi ed i tedeschi

Oggi è il primo giorno della mia dieta, ho deciso di dimagrire!
Questa mattina te’ verde non zuccherato e fiocchi d’avena dietetici.
Sono turbato, perché l’ingordigia alimentare è l’unico vizio che mi ero concesso durante la mia vecchiaia.
Ma quale migliore occasione di questo isolamento da Coronavirus per tentare di perdere qualche chilo?
E così, mentre comincio a sentire i morsi della fame, dopo che ieri ho rievocato la mia teutonica avventura galante per il Festino di Santa Rosalia nel 1975, tanti altri ricordi ne sono conseguiti.
L’unico fratello maschio di mia madre, di qualche anno più giovane, è un architetto che in gioventù aveva solo colleghi sposati con mogli tedesche.
Sostenevano costoro essere la donna tedesca una moglie ideale, ed erano soliti confrontare le virtù che attribuivano alle compagne con i difetti che ascrivevano alle ragazze della buona borghesia palermitana.
Sarà forse per questo che il protagonista dei miei gialli, Corrado Lancia, oltre che studiare ad Heidelberg , si era scelto una moglie austriaca e, rimastone tragicamente vedovo, fu fedele al suo ricordo per trentun anni.
Ma voglio entrare in argomento (finalmente, diranno i miei 25 lettori!).
Il luogo comune vuole che tutti i tedeschi adorino l’Italia ma disistimino gli italiani.
È vero anche il contrario, nel senso che noi ammiriamo i tedeschi, anche se li detestiamo.
Vi prego di riflettere sulla banale causa che è all’origine della nascita del movimento luterano: Martin Lutero, giovane sacerdote, si recò a Roma per approfondire la sua preparazione teologica, tornando in Germania disgustato per avere trovato una città lasciva e corrotta, a partire proprio dai Cardinali e dal Papa.
Quest’ultimo, Giulio Secondo Della Rovere , oltre che essere un grande guerriero, aveva una visione tanto ispirata dal suo buon gusto di come trasformare Roma, che si rese conto della necessità di fondi illimitati per costruire tutte quelle bellissime piazze, fontane e chiese che trasformarono la città in quella che è oggi, adornandola con le statue ed i quadri di grandi e costosissimi artisti, a partire da Michelangelo. Fu così che al Papa venne un’idea geniale: visto che i contadini italiani non erano stupidi, e neppure particolarmente ricchi, decise di truffare quelli tedeschi, notoriamente ricchi ed altrettanto creduloni.
Egli selezionò perciò i migliori predicatori e li mandò in Germania dove, alla fine di ogni loro predica fondata sull’illustrazione delle terribili pene che attendevano i peccatori all’inferno , i complici del Papà vendevano costosissime indulgenze plenarie ai ricchi tedeschi, spaventati da un lato, e speranzosi di guadagnarsi il paradiso dall’altro. Tanto efficace fu questa campagna per collocare i romabonds, che gli allocchi ci investono tutti i loro risparmi, restando senza nemmeno i soldi per pagare le tasse imposte dai loro principi.
Finché uno di essi, Federico Terzo di Sassonia, cominciò a proteggere Martin Lutero, perseguitato da Leone X (successore di Giulio) , lo nascose in un castello, rifiutandosi di consegnarlo agli emissari del Vaticano, ed alla fine facendosi luterano egli stesso.
Noi ci abbiamo guadagnato la splendida Roma edificata fra il ‘500 ed il ‘600, a partire dalla Basilica di San Pietro, e loro ( i tedeschi ) da allora cercano di recuperare i soldi che essa gli è costata.Ma qualcosa ci deve essere, fra italiani e germanici, che io non riesco proprio a capire, perché è indubbio che ci sentiamo inconsciamente più vicini a loro che non ai francesi oppure agli inglesi.
A questo proposito voglio raccontarvi un un episodio di cui fui testimone nell’estate del 1963, quando vivevo a Capo Teulada. L’Esercito Italiano doveva cambiare il suo carro armato Patton M47, e la scelta sarebbe ricaduta o sull’ M60 statunitense, oppure sul Leopard tedesco. Il consorzio che produceva quest’ultimo carro, formato da Mercedes, NSU e DKW, paraculescamente chiese ospitalità a noi italiani per una serie di prove tecniche che servivano loro per rendere sempre più efficiente il carro armato e fu così che arrivarono alcune decine di tecnici, con quattro dei loro Leopard e tanti soldi che usavano come captatio benevolentiae, per arruffianarsi gli ufficiali carristi italiani di cui erano ospiti, ed anche le loro famiglie. Ogni volta che incontravano noi ragazzini ci regalavano degli splendidi coltellini con lo stemma della Mercedes, e ci scarrozzavano dovunque volessimo a bordo delle loro jeeps Munga.Mio padre e gli altri carristi della sua età furono invitati ad esaminare i piani tecnici del Leopard, che aveva addirittura un motore policarburante, per cui con piccole modifiche all’alimentazione era in grado di funzionare anche con l’acqua ossigenata.In poligono i tedeschi esibirono poi la velocità del mezzo,e la straordinaria efficacia delle sue sospensioni oleopneumatiche, per cui esso era in grado di correre a settanta chilometri all’ora, volando tra una cresta di fango rappreso e l’altra, come fosse stato un tappeto.Non vi dico poi di quanto fosse preciso quel cannone (e non era ancora il modello girostabilizzato) ed efficaci i proiettili elaborati per esso.Non c’era alcun dubbio: il Leopard superava di gran lunga l’ M60 statunitense.
I tedeschi, per giunta, dopo che ne avessimo acquistato poche centinaia, erano diportisti a farcelo produrre in Italia su licenza. L’M60, invece, era molto più banale, consistendo, nella sostanza, in un M47 grande un terzo di più. Tutti si convinsero che la scelta sarebbe caduta sul Leopard, ma non avevano tenuto conto che la figlia del generale Aloia, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, doveva sposarsi.
Fu un matrimonio principesco, finanziato dagli americani, ed il nostro esercito scelse l’M60.Un paio di anni dopo scoppiò lo scandalo, perché quel carro armato era così largo che per farlo viaggiare sul treno, esigenza per noi strategica, bisognava smontargli i cingoli, altrimenti il convoglio ferroviario, se ne avesse incrociato un altro che procedeva in senso opposto, avrebbe prodotto un disastro.Fu così che Aloia venne rovinato (la figlia peraltro si separò dopo pochi anni) e noi adottammo il Leopard, relegando l’M60 a pochi reparti del nord-est.
Ma è a quei tedeschi che vi ho detto che voglio tornare, perché tutti loro avevano una certa età, ma misteriosamente dichiaravano che nessuno aveva partecipato alla Seconda Guerra Mondiale.
Accadde invece che, quando organizzarono la loro festa d’addio presso il lido balneare militare, che ancor si trovava( e si trova) dinanzi all’Isola Rossa. Il vino, la birra ed i liquori che corsero a fiumi fecero sì che i tedeschi perdessero tutti i loro freni inibitori, e tornarono ad essere gli stessi ufficiali delle divisioni Panzer nelle quali avevano militato tra il ’40 ed il ’45.
Quello che è peggio è che anche mio padre ed i suoi colleghi tornarono ad essere i loro camerati dei primi tre anni di guerra, e tutti insieme si misero a cantare le canzoni di allora, a partire da Lili Marlen, in un crescendo che culminò nella marcia dei carristi, scandita battendo ritmicamente per terra il piede destro.
Io ero l’unico testimone lucido, perché astemio, ed è un peccato che non avessi con me una cinepresa, perché quello che vidi aveva dell’incredibile, e sentii mio padre affermare che gli mancavano tanto quelle ausiliarie della Wehrmacht, nude, con le quali faceva il bagno ad Anzio nell’estate del 43.

Inni carristi 

 

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