Nicolo Gebbia

Domani a Mezzojuso incontrerò la vedova di Mario D’Aleo. Vergognati Giletti!

Nella foto che accompagna questo articolo ci vedete in sette: Luciano Gargiulo, Mario D’Aleo (il più alto), Nunzio Frasca, Nicolò Gebbia (avevo ancora capelli e barba rossi), Alberto Cannone, Claudio Curcio, tutti capitani e, accovacciato fra noi, un tenente di cui non ricordo il nome (spero che mi perdoni e si faccia vivo con me). Come vedete nessuno di noi porta sull’uniforme nastrini della prima comunione. Eravamo una generazione seria, e questo particolare è l’elemento che meglio lo comprova.

Dietro le mie spalle vedete la caricatura di un ufficiale in grande uniforme con la feluca sul capo. Sotto di essa, al circolo ufficiali della Legione di Palermo, dove la foto è stata scattata, c’era una consolle, sulla quale campeggiava una foto 18×24 incorniciata del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa che indossava proprio la grande uniforme, e teneva la feluca nella mano sinistra. La dedica, di suo pugno diceva: Ai Signori ufficiali della Legione di Palermo, che ho avuto il piacere di avere al mio comando.

Per usare i metri di giudizio, squallidi, di Giletti e di Salvatore Battaglia, solo Claudio Curcio, che allora comandava la compagnia di Corleone, è diventato un generale importante, gli altri hanno fatto carriera nei limiti della norma.

Di Cannone vi ho parlato quando a Sciacca, dove lui faceva servizio, gestimmo insieme l’ammutinamento della mia motovedetta. Con Nunzio Frasca, elicotterista, ricordo che andammo due volte a Pozzallo, per provare prima, e farci consegnare dopo, degli stivali da cavallo particolarmente pregiati, capolavori di un artigiano locale. Quanto saranno costati all’Amministrazione in termini di ore di volo e carburante non ve lo so dire, credo comunque che il reato sia ampiamente prescritto. Di Luciano Gargiulo ricordo che non era molto simpatico a mio padre, allora Presidente del Consiglio di Leva di Palermo, perché gli telefonava spesso, segnalandogli sempre situazioni particolarmente drammatiche di poveri giovani, tutti figli unici di madre vedova, e perciò abbisognevoli dell’esonero di leva. Era un guaglione napoletano che si commuoveva facilmente.

Con Mario D’Aleo ci sentivamo spesso, e soprattutto dopo l’omicidio Dalla Chiesa, quando fu approvato il 416bis, che entrambi cogliemmo come un’opportunità preziosa. Io arrivai quindici giorni prima di lui ad arrestare la cosca di Marsala, ma fu lui a vincere moralmente la scommessa, perché, in giudizio, nessuno dei miei fu condannato per il 416bis, mentre lo furono in molti della famiglia di San Giuseppe Jato, da lui perseguita con stringenti indagini.

Giovanni Brusca, quello che innescò l’esplosione in cui fu ucciso Falcone, per intenderci, era stato arrestato per primo proprio da D’Aleo. Aveva dato in escandescenze in caserma e Mario lo aveva fatto tornare in sé con un sonoro schiaffone. La vulgata dice che questo sarebbe il movente, ma io non ci ho mai creduto. La mafia è un’azienda seria, non uccide un capitano, un appuntato ed un carabiniere per uno schiaffone. Furono le indagini sulla Calcestruzzi Litomix, e tutte le società ad essa correlate, quelle che costarono la vita al mio coraggioso collega, all’appuntato Bonmarito e al carabiniere Morici.

In quegli stessi mesi, nel trapanese, io ed i miei uomini – inconsapevolmente – rischiammo di rovinare una indagine della Guardia di Finanza di Palermo, che però, sportivamente, ci prese a bordo, e quando vennero emessi i mandati di cattura fummo delegati di eseguire quello nei confronti di Rosario Spatola.

Risultava che lavorasse presso una piccola azienda nell’area industriale di Castelvetrano. Una mattina ci materializzammo nel cortile di quella ditta, io, il maresciallo Canale e l’appuntato De Nittis. Scesi dalla Ritmo blu, targata Esercito Italiano, che guidava De Nittis in uniforme, e mi diressi verso una porta a vetri sovrastata dalla scritta UFFICI. Arrivato al bancone, alto fino al mio torace, ci appoggiai sopra le braccia, e chiesi all’uomo che mi trovai di fronte dove potessi trovare Rosario Spatola.

Fu gentilissimo, mi disse che lo avevano assunto un mese prima, ma che, dopo una settimana di lavoro, non si era più fatto vivo: “Vuole vedere i registri?” “Grazie, non ce ne è bisogno” risposi io, e non accennai al mandato di cattura firmato da Giovanni Falcone, proprio per mantenermi maggiori chances di riuscire ad eseguirlo.

Anni dopo ho saputo che era Brusca quello con cui avevo parlato. Il suo commento, riferitomi, era stato: “Avevo la 44 Magnum sotto il bancone e lo avrei steso senza che neanche se ne accorgesse. Gli altri due, che erano rimasti in macchina, forse avrebbero fatto in tempo ad estrarre la pistola, ma sarebbero morti anche loro.”

Questo forse vi è utile, cari i miei 25 lettori, per comprendere quanto appesa ad un filo fosse allora la vita di uno sbirro generico medio, quale io ero. Della telefonata di Mario fattami poco prima della sua morte, in cui mi chiedeva se lo volevo sostituire a Monreale, vi ho già parlato nell’articolo precedente a questo. Vi ho anche detto che appena fu ucciso mi vergognai di avergli opposto un diniego, e chiamai il Comando Generale per mettermi a disposizione.

Quello che non sapevo quando ho scritto l’articolo è che a Mezzojuso vive la compagna del mio eroico collega (Medaglia d’Oro al Valor Civile). Fu ucciso proprio sotto la sua abitazione, ed io l’ho incontrata solo al funerale di Mario. La rivedrò domani, abbiamo appuntamento per un caffè a casa sua, dopo la riunione della Giunta Comunale nella quale sono, immeritatamente, l’assessore anziano. E’ un’ insegnante di lettere in pensione, e vive con suo marito, già responsabile della Biblioteca Comunale di Mezzojuso. Lui si chiama Lillo Pennacchio, è uomo di cultura con un passato nello storico PC, quello di Berlinguer, per intenderci. Questo non gli ha impedito, nel corso di una delle prime trasmissioni persecutorie di Non è l’arena, di essere insolentito da Giletti, che gli ha pure detto: “Lei deve imparare a leggere.”

Vergognati Massimo, vergognati tre volte!

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