Nicolo Gebbia

De gustibus

Nella prima delle due foto che corredano questo articolo potete vedere mio padre con la fidanzata pro tempore che si procurò all’inizio del 1943 a Palombara Sabina, quando, appena uscito dall’Accademia di Modena, vi frequentò la Scuola Truppe Corazzate.
Pare avesse delle virtù amatorie eccezionali, ed io, che sono un po’ lombrosiano, gliele intuisco in volto.
Suo padre, visto che in paese aveva consumato troppe avventure, sperò per qualche mese di aver trovato nel mio il pollo che la sposasse. Una domenica, addirittura, finirono entrambi a mollo nel lago di Bracciano durante una passeggiata in barca a remi. Papà fu rivestito dal comandante della tenenza carabinieri, Faiola, lo stesso ufficiale cui toccò, mesi dopo, custodire Mussolini sul Gran Sasso.
Lo incontrammo una domenica, di ritorno dalla Somalia, al Circolo Ufficiali di Palazzo Barberini. Era il ’56, e ricordo bene che papà gli chiese espressamente perché non avesse sparato al Duce, come gli era stato ordinato, quando atterrarono i paracadutisti tedeschi mandati a liberarlo.
Rispose che lui non era un sicario e che aveva provato ripugnanza per quell’ordine arbitrario di uccidere un uomo inerme e mai processato. Come dargli torto?
Tornando però a quella domenica “bagnata”, mentre papà rientrò in caserma con una uniforme asciutta prestatagli da Faiola, che aveva la sua stessa corporatura, la fidanzata della fotografia indossava solo un’ampia camicia militare, sempre del corredo di Faiola, senza null’altro sotto, visto che, quando si incontrava con mio padre lasciava la sua biancheria intima nei cassetti di casa.
Non vi date pena per il suo destino, perché sposò un ricco polentone molto tollerante. La seconda foto, invece, scattata nel 2002 sulla montagna che sovrasta Mostar, ritrae la dottoressa Chitra Koenigsmark, maggiore medico che dirigeva il laboratorio di analisi presso l’Ospedale Militare tedesco di Sarajevo.


L’immagine non le rende giustizia. Vi assicuro che era molto bella. La corteggiai con grande caparbietà, e quel giorno, dopo l’escursione testimoniata dalla foto, la portai a pranzo proprio nel ristorante all’aperto che si trova dieci metri più in basso del ponte di Mostar, all’epoca in fase di avanzata ricostruzione dopo che, durante la guerra, un artigliere mussulmano ubriaco lo aveva abbattuto con un colpo di cannone.
Qualche giorno dopo la portai a cena al Paradiso Blu, il ristorante più esclusivo di Sarajevo. Amava farsi corteggiare, ma non aveva nessuna intenzione di tradire suo marito, e spesso mi parlava dei figlioletto, che ho visto ora su Facebook essere diventato un giovanottone.
Si era fatta mandare in Bosnia nella speranza di essere promossa tenente colonnello, ma non ci fu niente da fare.
L’anno dopo sollecitò una missione sulla nave-ospedale ancorata di fronte a Gibuti e, finalmente, al ritorno la promossero.
Sua madre era indiana, e lei lamentava il fatto di avere un cugino generale medico dell’esercito indiano che aveva la sua stessa anzianità di servizio.
Finalmente, una sera d’estate, poco prima che il Metropolita di Sarajevo mi rivelasse quello che sapete circa la latitanza di Provenzano a Mezzojuso, tornando all’ospedale, sudatissimi, mi invitò per una doccia….Voi immaginate che io cerchi di vantare una conquista, ma non è questo il motivo per cui ve lo racconto. Suo marito e mia moglie non hanno subito torto alcuno. Lo giuro sulla testa di Salvatore Battaglia, e che gli venga un accidente se mento!
Ve ne parlo, invece, per descrivervi l’estrema miseria dell’alloggiamento di quella povera donna. Viveva in una baracchetta di assi di legno malamente assemblate, dentro la quale c’era un letto d’ospedale (robusto, per fortuna), un comodino sempre frutto del bricolage operato dai suoi infermieri (tutti gay), un tavolo, una sedia ed un armadio senza ante. Mi spiegò che poche settimane prima era personalmente venuto il ministro della difesa della Repubblica Federale ed aveva fatto loro un discorso in cui raccomandava di accettare le tante privazioni in funzione del fatto che l’allargamento alla Germania Comunista costava lacrime e sangue, ed ogni buon patriota tedesco doveva farsene una ragione. Ora che sono vecchio, ed ho abbastanza elementi per paragonare la mia vita a quella di papà, mi chiedo se ci siano delle analogie ricorrenti in entrambe.
Voi che ne pensate?

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