Nicolo Gebbia

Coscritti contro la guerra

Questa volta la prendo ancora più dal lontano, cosicché, quando entrerò nel cuore dell’articolo, saranno rimasti solo i miei lettori più affezionati, ai quali si sono aggiunti di recente, con mio sommo piacere, Ninetta Bagarella, sua figlia Lucia ed il genero Vincenzo, marito di Lucia.
Avrò mai il privilegio di essere letto anche dalle sorelle Napoli e non solo dal loro avvocato?
Nella foto di copertina mi vedete, nel 1952, in piedi su un rustico tavolo, con al mio fianco Bambi, il dick-dick (antilope nana) che fu il mio primo animale domestico.
Siamo a Belet-Uen, in Somalia, all’interno del campo militare costruitovi negli anni ’30 da un ingegnere che lo circondò, addirittura, di alte mura merlate. Se guardate bene alle nostre spalle, scorgerete dei soldati in pantaloni corti e canottiera, e, più indietro ancora, autoblindo e carrarmati parcheggiati all’ombra di un’alta pensilina di lamiera ondulata.
Ogni mattina, appena sveglio, le mie prime parole erano immancabilmente: “Mpei, acqua, bicchiere, borraccia!”. Volevo che l’attendente di mio padre, un marchigiano che si chiamava Gianni Pompei, mi versasse nel suo bicchiere da campo collassabile un sorso di acqua dalla borraccia di papà, il cui rivestimento di lana, bagnato, ne manteneva fresco il contenuto.
Intendo con ciò significare che la vita militare mi ha avviluppato fin dalla più tenera infanzia, e sono profondamente orgoglioso di essere stato per quarant’anni un ufficiale di carriera.
Questo, però, non mi ha trasformato in guerrafondaio. Un poco di guerra, comunque, l’ho subita anch’io, non tanto in Bosnia, dove era già finita quando ci sono arrivato, quanto in Iraq, fra Nassiriya e Bassora, e so bene quanto sgradevole sia la sensazione che stai vivendo gli ultimi istanti della tua vita, provata ripetutamente quando ti stanno sparando addosso o ti bombardano. Da sbirro di campagna, poi, ho vissuto innumerevoli circostanze in cui, irrompendo in un locale chiuso, era probabile che mi sparassero addosso. Il mio organismo reagisce, invariabilmente, con il prosciugamento delle fauci, cioè mi si blocca la salivazione, e la lingua sembra un corpo estraneo dentro la bocca.
Sgradevolissimo!
Ho pensato a tutte queste cose leggendo un articolo del Messaggero che riporta il discorso fatto dal vice-presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, ai neo-diplomati sottotenenti durante la cerimonia in cui lasciano l’Accademia Militare di West Point, anche da lui frequentata fra il 2001 ed il 2005. Argutamente osserva che tutti i suoi istruttori erano ufficiali che non avevano mai fatto realmente la guerra. Le scaramucce di Panama e Grenada, così come il servizio prestato nei Balcani od in Somalia, gliela avevano fatta solo “naschiare” (= odorare), come diremmo noi siciliani.Nella sostanza il vice-presidente diceva che, per molti decenni dopo la fine della guerra del Vietnam, i cadetti di West Point si allenavano per la guerra, ma non si aspettavano necessariamente di combatterne una.
Egli ha proseguito definendo quegli anni “deliziosamente pittoreschi”. E li ha confrontati (quegli anni) con la certezza, invece, che i neo-diplomati del 2019, ad un certo punto della loro vita, condurranno dei soldati in battaglia. Citando i probabili teatri di operazione, non si è limitato all’Afghanistan ed all’Iraq, ma ha aggiunto anche la penisola coreana, il Mare Cinese Meridionale e l’Europa (contro “una Russia aggressiva” ).
In questo suo crescendo bellicoso, ha concluso dicendo: “Alcuni di voi potrebbero persino essere chiamati a servire in questo emisfero”.
Chiaro il riferimento a quella che negli Stati Uniti ormai è definita la Seconda Guerra Fredda, contro la “troika della tirannia”, cioè Venezuela, Cuba e Nicaragua, resuscitando, così, lo spettro del comunismo alle porte. Perché i neo-diplomati, però, cogliessero anche l’altra faccia di queste prospettive guerrafondaie, Pence ha rammentato loro che, giunti ai reparti, avrebbero trovato in quantità tutte le armi ed i mezzi tecnologici più avanzati, necessari oggi per combattere una guerra. Gli Stati Uniti, infatti, ha proseguito il vice-presidente, spendono per le loro forze armate, da soli, più delle successive sette nazioni messe insieme. Paradossalmente un’affermazione del genere, che in Italia sarebbe suicida per qualsiasi politico, negli USA non attira critiche, essendo la spesa per la difesa politicamente popolare, sia tra gli elettori repubblicani che per quelli democratici. E vengo finalmente alla mia proposta.Negli Stati Uniti il servizio di leva obbligatorio è stato sospeso dal Congresso dopo la sconfitta nel Vietnam. Da allora la truppa è composta da volontari, per l’80% di origine ispanica ed afro-americana, e per una percentuale non trascurabile’da tutti coloro che, non avendola, aspirano a conseguire la cittadinanza americana in soli cinque anni, invece che i dieci previsti dalle leggi sull’immigrazione.
Si tratta di soldati nati poveri e scarsamente alfabetizzati, di facile comandabilita’ da parte dei loro ufficiali, a disposizione dei quali (anche solo virtualmente), c’è l’arma del ricatto morale: obbedisci oppure tornerai disoccupato, se non addirittura espulso dagli States.
Qualora il Congresso, invece, ripristinasse il servizio di leva obbligatorio, allargandolo anche alle donne, e se fosse previsto che, per ogni missione fuori dai confini nazionali, venissero prescelti solo militari di leva sorteggiati a caso, profondamente diverso diventerebbe l’atteggiamento dell’opinione pubblica statunitense nei confronti delle guerre da combattere fuori dai confini nazionali.
Concludo con una considerazione degna del massimo approfondimento: dalla fine della guerra di Indipendenza americana, quasi tutti i politici più amati nella storia della nazione sono stati degli ufficiali distintisi in combattimento, se non addirittura militari di carriera.
Cito, a caso, il presidente Ulixeses Grant, il presidente Teodoro Roosvelt, il presidente Eisenhower, il presidente Kennedy ed il presidente Bush padre.
È una tradizione profondamente diversa da quella europea, massimamente da quella italiana.
Ricordo che il conte Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, scrisse alla fine del 700: “Il mestiere delle armi, se non è disonorevole per chi è costretto ad esercitarlo dalla necessità, tuttavia non è degno di un gentiluomo”.
Ognuno, poi, è libero di interpretare le mie considerazioni sopra esposte e le affermazioni del Leopardi come meglio crede.
Circa il mio Grillo Parlante, Geraci, desidero fare una precisazione.
Il maggiore Chitra Koenigsmark aveva due seni grandi e sodi come quelli della giovane Serena Grandi, ed, in nessun modo, avrebbe potuto essere scambiata per un travestito, malgrado i capelli dal taglio militare.
Lui, purtroppo, legge solo la versione censurata dei miei articoli.
Visto che Geraci è il più assiduo tra coloro che mi leggono, lo invito, per l’avvenire, a leggere, sul mio profilo Facebook, chiedendomi preliminarmente l’amicizia, la versione non espurgata di tutto quello che scrivo.
Anzi, sono molto curioso di vedere come la bacchettona mi censurerà questa volta. Lei sa…

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