Nicolo Gebbia

Coronavirus trotzkista e vecchi ricordi

La diffusione della pandemia sarebbe piaciuta molto a Trotzki .
Mutatis mutandis (che non significa cambiate le mutande) egli l’avrebbe interpretata come la prova che la sua teoria della rivoluzione permanente è corretta. Il comunismo non può essere attuato solo in uno stato, se resta circondato da quelli capitalisti.
Esso ha senso solo se pervade di sé l’intera umanità.
Spingendosi più oltre, sosteneva che ciò sarebbe accaduto ineluttabilmente, ed indipendentemente dalla volontà contraria di conservatori e capitalisti.
Se sostituiamo al sostantivo comunismo quello di Coronavirus, ciò che è accaduto è molto trozkista.
I confini frenano per pochi giorni, poi franano.
Ineluttabilmente il morbo si diffonderà a tutta l’umanità, e buona parte di essa gli sopravviverà, con un piccolo salasso che ridurrà il numero degli uomini di una percentuale insignificante rispetto al problema della sovrappopolazione globale.
L’ amico Diego Fusaro, che ha arricchito i miei due gialli già pubblicati delle sue dotte prefazioni, è ossessionato dal timore di un golpe militare in Italia.
Anche l’avvocato Lillo Massimiliano Musso nutre medesima paura, malgrado io gli abbia spiegato che i giubetti antiproiettile indossati durante i controlli stradali dai carabinieri sono la norma, non l’eccezione.
Il fatto che dalle sue parti, in provincia di Agrigento, essi si siano visti raramente, dipende dalla loro enorme scomodità.
Le piastre al loro interno, tali da bloccare anche il 9 parabellum ed il 357 magnum, sono molto pesanti, ed andrebbero cambiate ogni sette anni, perché dopo tale scadenza perdono di validità.
La maggior parte di quelle distribuite ai reparti sono scadute, ed è questo il motivo per cui i carabinieri preferiscono non indossarle, atteso che si tratta di un appesantimento inefficace.
Io, quando andai in Iraq, sostituii le piastre con del polistirolo espanso, e comprai anche l’elmetto Fritz il un negozio di giocattoli vicino al Ponte di Rialto, perché pesava un decimo di quello vero e con il telino protettivo era assolutamente identico ad esso.
Sono fatalista, e già allora, sedici anni fa, intuivo che sarei morto di Coronavirus. Nel frattempo mi piaceva viaggiare leggero. Tutte queste cose mi hanno ricordato però due orribili giornate del giugno 1977, a Roma, dove affluirono tutti i presunti “sovversivi” d’Italia per celebrare la ricorrenza dell’uccisione di Giorgiana Masi, colpita mortalmente il 13 maggio di quell’anno da un proiettile vagante calibro 22, sparato da persona mai identificata.
Il primo giorno fui mandato alla nostra caserma di Monte Antenne dove mi assegnarono uno dei cinque carri armati Patton M47 dell’ 8° Battaglione.
Se la situazione ci fosse sfuggita di mano, secondo qualche solone di cui non ho mai conosciuto il nome, avremmo dovuto usare anche i carri, ed è questo il motivo per cui su ognuno di essi si volle che il capocarro, invece che un brigadiere o maresciallo, fosse un ufficiale con esperienza specifica.
Io all’epoca frequentavo la Scuola Ufficiali, e nel settembre di quell’anno mi mandarono a comandare la tenenza di Ales, in Sardegna.
Saremmo usciti con i cannoni disarmati, pronti ad usare solo due mitragliatrici calibro 7,62 , una manovrata dal copilota e l’altra coassiale alla torretta, che si prevedeva venisse usata dal cannoniere.
La terza mitragliatrice, in torretta, calibro 12,7 , non venne montata perché esponeva il capocarro all’eventuale tiro degli avversari.
Io mi trovavo in vacanza in Cecoslovacchia quando ci fu l’invasione sovietica, e riuscii a scappare in Austria sorpassando intere colonne di carri armati del Patto di Varsavia prima che raggiungessero la frontiera. Ma mi ero reso conto già allora che, se non sei disposto a sparare preventivamente sulla folla, le mitragliatrici dei carri armati non servono a niente, perché il primo dimostrante che ti vuole davvero male salta sul carro e ci deposita, in prossimità delle marmitte, una bottiglia molotov, la cui esplosione produce l’incendio degli 800 litri di benzina super contenuti nei serbatoi.
Spiegai fino all’esasperazione queste cose agli ufficiali dell’ 8° Battaglione ed alla fine qualcuno in alto si convinse che, comunque andassero le cose, i carri armati non dovevano essere utilizzati. Ma di quella giornata a Monte Antenne la cosa che mi è rimasta più impressa fu lo squadrone del Reggimento a Cavallo che era stato fatto affluire, per un eventuale intervento.
Nei mesi precedenti, secondo me solo allo scopo di scroccare all’amministrazione una vacanza sudamericana, un paio di ufficiali del Reggimento erano andati a Buenos Aires per imparare le tecniche di utilizzo dei cavalli in ordine pubblico elaborate dalla giunta militare insediatasi da poco.
Ne erano tornati portando anche l’equipaggiamento per bardare un intero squadrone.
Ebbene, quei cavalli con la maschera antigas che li preservava dai nostri lacrimogeni e le coperture balistiche laterali avevano un aspetto spettrale che ricordava certe foto della Prima Guerra Mondiale nelle quali mi ero imbattuto al liceo.
Noi carristi, fra l’altro, ogni ora dovevamo accendere i motori dei carri per qualche minuto, ed i cavalli, posti di fronte a noi ad una distanza che non superava i venti metri, si innervosivano alquanto.
Grazie al cielo, e questa volta senza alcun merito da parte mia, anche questi assetti da ordine pubblico estremo sono invecchiati nei magazzini del Reggimento, dopo che ci si accorse come bastavano poche decine di biglie buttate sull’asfalto dai dimostranti per fare scivolare i cavalli, producendo l’involontario disarcionamento di chi li montava.
L’indomani, che era proprio il giorno della manifestazione, fui mandato con un plotone di carabinieri dell’ 8° Battaglione a proteggere la sede RAI di Via Teulada, quindi ben lontano dai luoghi dove avvennero i disordini.
Di fronte a noi, dall’altro lato della strada, c’era un commissariato di Polizia, dove furono dislocati, di riserva, gli agenti di polizia del 2° Celere di Padova.Erano famosi per la loro violenza ed il questore di Roma li aveva messi di riserva proprio per questo.
Ciò li aveva resi piuttosto nervosi, perché avrebbero preferito menare le mani.Ogni tanto, per prenderci in giro, ci urlavano: “Signorineee!”.
Loro erano pesantemente bardati, con enormi manganelli tra l’altro, ed anche degli oggetti contundenti fuori ordinanza, fra i quali riconobbi un differenziale di Moto Ape rivestito di nastro adesivo.
I giovani fermati in centro venivano accompagnati proprio al commissariato di Via Teulada e lì gli agenti padovani crearono spontaneamente una galleria lunga venti metri nell’attraversare la quale i fermati venivano pestati orribilmente.
Noi signorine, che avevamo solo un manicotto di plastica da assicurare all’avambraccio sinistro per proteggerlo e degli occhialetti antilacrimogeni ridicoli, restammo inorriditi, soprattutto quando, intorno alle 13.30 , ai padovani fu dato l’ordine di smobilitazione e, montati sui loro jeep poni, salivano e scendevano dai marciapiedi spaventando i poveri borghesi del quartiere Prati ed ululando, come gli indiani Pellerossa, con la mano destra sulla bocca, a modulare quanto usciva dalle loro corde vocali.
Sapemmo poi che, contravvenendo agli ordini ricevuti, si erano portati spontaneamente in Piazza dei Cinquecento ed alla stazione ferroviaria, dove picchiarono tutti i manifestanti che scendevano dagli autobus e salivano sui treni per tornare a casa.
Quindi, forte di queste esperienze, mi sento di rassicurare Diego Fusaro e Lillo Massimiliano Musso: carri armati ed autoblindo non si usano in ordine pubblico, i giubbetti antiproiettile sono solo suggestivi e l’intendimento che ci si ripropone è solo quello di far credere agli italiani, tendenzialmente indisciplinati, che possiamo diventare cattivi con loro.
Sono molto più colpito, invece, dal fatto che le Accademie di Modena e di Livorno abbiano rimandato a casa i loro cadetti.
Non era successo neanche dopo l’ 8 settembre del ’43.
Io, però, questa volta penso che l’unica ricetta vincente sia quella di Papa Francesco, che ci invita ad organizzare processioni non autorizzate come quella che salvò i romani dalla peste del 1522.

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