Nicolo Gebbia

Coronavirus, storia o puttane?

Sono molto preoccupato per la sorte delle prostitute italiane.
Premesso che io non sono mai andato con una di esse, e lo giuro sia sulla testa di Salvatore Battaglia che sulla mia propria, ho sempre provato grande simpatia per loro.
Mio padre cinicamente sosteneva che sono le uniche donne per le quali sai preventivamente quanto ti verranno a costare, mentre moglie, fidanzate ed amanti generalmente, tirate le somme, si rivelano molto più dispendiose.
Io, per non sapere né leggere né scrivere, a quarantanove anni di età ho sposato una moglie alla quale sono certo che, in caso di divorzio, il giudice imporrebbe sostanziosi alimenti da versarmi mensilmente. Ma penso, invece, alle povere prostitute di strada, e mi chiedo se i loro protettori saranno così solidali da mantenerle fino a quando noi maschietti ci saremo decisi a riabbassare la cerniera dei pantaloni.
Esse non possono nemmeno chiedere i seicento euro che Conte regala a tutti, perché ufficialmente il loro reddito non esiste. Non potrò mai scordare una assemblea tenutasi a Treviso nel 1996, durante la quale nobildonne, crocerossine, operatrici della Caritas e Dame di San Vincenzo ci illustrarono tutti i rischi professionali delle povere prostitute, dopo che nel Veneto ne erano state uccise tre.
Io ci andai baldanzoso perché l’unico omicidio consumato nella mia provincia era anche l’unico dei tre ad essere stato risolto con la cattura dei responsabili, tre magnaccia albanesi che avevo inseguito fino a Bari, arrestandoli prima che si imbarcassero per Durazzo.
Quando compresero quali prove schiaccianti avessi contro di loro,mi dissero che erano felici di essere processati in Italia perché avevano estrema fiducia nel nostro sistema giudiziario, e confidavano di essere nuovamente fuori entro quattro anni.
Ben altra sorte, soggiunsero, sarebbe toccata loro se avessero avuto l’opportunità di prendere quel traghetto.
Raccontai tutto ciò alle caritatevoli dame, aggiungendo la descrizione di come la povera vittima avesse avuto la testa tagliata in due con un machete, e poi detti la parola comandante provinciale della Guardia di Finanza.
Lui sosteneva che era imperativo tassare la prostituzione mediante un un accertamento presuntivo del reddito.
Fu a quel punto che il più famoso travestito di Treviso, che faceva parte del sindacato messo su mesi prima proprio dalle prostitute, si alzò ed in preda ad una crisi isterica insolentì il collega finanziere lasciando poi la sala mentre sculettava sui suoi tacchi a spillo e, contemporaneamente bestemmiava ad alta voce.
Certo che quell’attività è l’unica legittimamente esercitata in nero con il beneplacito formale dello Stato, ed oggi piange le conseguenze di tutto ciò.
Fatta questa ridondante e colorita premessa, mi dedico ad illustrarvi una tesi nota solo a pochi intimi: perdemmo la Seconda Guerra Mondiale a causa di una serie di ammiragli e generali traditori, che ebbero intelligenza con gli Stati Uniti fin da prima che noi la dichiarassimo, il 10 giugno 1940.
Quella favoletta che vi è stata raccontata circa lo sbarco in Sicilia favorito dalla mafia è una foglia di fico che copre ben altre responsabilità.
Partiamo dall’ammiraglio Massimo Girosi, che aveva un fratello, Marcello, agente della OSS statunitense, col quale si incontrò, pronubo Roosvelt, nel ’43, per concordare la resa della nostra flotta nella rada di Malta.
L’ammiraglio era il capo ufficio operazioni di Supermarina, mentre l’ammiraglio Franco Maugeri, che fu il capo del servizio segreto della Regia Marina dal marzo ’41 all’ 8 settembre ’43, fu decorato, su una nave americana ancorata nel porto di Genova, con la “Legion of Merit”.
Nella motivazione si legge: “Per la condotta eccezionalmente meritoria nell’esecuzione di altissimi servizi resi al governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano, come comandante della base della Spezia e come Capo di Stato Maggiore della flotta italiana durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale”.
Assolto anni dopo dall’accusa di alto tradimento, la Corte d’Appello di Roma così scrive nella sentenza: “Il Collegio deve riconoscere che sussistono sufficienti prove per ritenere che il Maugeri, anche anteriormente all’ 8 settembre 1943, aveva intelligenza con le potenze contro le quali l’Italia era allora in guerra”.
Di Randolfo Pacciardi, che fra il ’40 ed il ’43 organizzò negli Stati Uniti la legione “Italia libera”,
e dopo la guerra diventò nostro ministro della Difesa, è noto quasi tutto, e non mi sento di esprimere un giudizio definitivo.
Quello che comunque brilla incontrovertibilmente è la sua acquiescenza ai desiderata statunitensi, tale da metterlo nei guai con la giustizia, tanti decenni dopo, ai tempi dei cosiddetti opposti estremismi.
Anche il comandante dell’Accademia di Modena, quando la frequentò mio padre, il generale Giacomo Carboni, di madre americana, è sospettato di essere stato un agente dell’OSS anche prima dell’8 settembre ’43, quando si eclisso’ da Roma, portandosi dietro la cassa del SIM, il Servizio Informazioni Militari.
Suo predecessore in quell’incarico (capo del SIM) era stato il Generale Stefano Ame’, intimo dell’ammiraglio Canaris, quello il cui doppio gioco con Hitler, quando era capo dello spionaggio militare tedesco, gli costò l’impiccagione.
Vi cito quello che scrisse il capo del controspionaggio tedesco, Schellenberg: “Nel 1941 e 1942 la mia organizzazione aveva dovuto occuparsi soprattutto di ridurre al silenzio una quantità di spie in Italia. Fino alla capitolazione dell’Afrika Korps, avvenuta nel maggio 1943, non ci fu una sola petroliera, una nave o aereo da trasporto di cui gli Alleati non conoscessero l’esatta posizione. È un fatto provato”.
Fin qui emerge che i traditori erano tutti collusi con gli statunitensi e non con gli inglesi.
Ma anche la perfida Albione poteva contare su un alleato non da poco in Italia, il Papa.
Scrive Roxane Pitt, l’agente dell’Intelligence Service che si incontrava quotidianamente nella biblioteca vaticana con mai identificati alti prelati: “Il Vaticano non soltanto era decisamente antitedesco ma era strettamente legato a Londra ed agli uomini che dirigevano il mio lavoro”.
Fin qui è stata una mera elencazione di nomi e dati di fatto, che trova nell’articolo 16 del trattato di pace (1947) la chiave di lettura definitiva: “L’Italia non perseguira’ né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell’entrata in vigore del presente trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate e Associate o di avere condotta una azione a favore di detta causa”.
Cercherò ora di inserire i dati di fatto che ho esposto nel quadro generale dei rapporti avuti dagli Stati Uniti con l’Italia fascista fino al momento in cui essi entrarono in guerra contro di noi, alla fine del 1941.
I nostri rapporti con i padroni americani furono idilliaci, ed oltreoceano si vedeva con grande favore il rafforzamento della nostra flotta mediterranea, perché esso significava l’indebolimento della leadership navale britannica fra Gibilterra ed i Dardanelli.
A Londra non rimasero a guardare, e nel 1938 sferrarono un violento attacco commerciale all’Italia, volto a strangolarne l’economia.
Quando fu che Roosevelt ci tradì?
Nell’agosto del 1941,a conclusione dell’incontro di Terranova con Winston Churchill.
Fino a quel momento il presidente paralitico aveva coltivato l’idea di gestire il tavolo della pace, rendendosene artefice, come era stato fatto credere a Mussolini dopo la crisi di Monaco.
A Terranova, invece, Churchill offrì l’adesione britannica alla politica statunitense nel Pacifico di contrasto all’impero giapponese, ed ottenne in cambio che Roosevelt gettasse in mare l’Italia e la Regia Marina.
Falli’ così l’iniziativa del conte Volpi di Misurata, che voleva liberare l’Italia dai vincoli con la Germania, contando sull’appoggio americano.
Fu allora che Mussolini definì Roosevelt “quella sinistra figura”, nonché “il responsabile della guerra e di tutto quello che è successo “.
Re Vittorio Emanuele III ci andò giù più pesante, usando per il presidente americano l’espressione “quella porca figura”.
Churchill, appena il presidente morì, trovò il modo di definirlo “canaglia”.
Ed, in effetti, a Terranova, in cambio di cinquanta cacciatorpediniere e del varo della legge “Affitti e prestiti”, nonché della promessa che con l’Italia si sarebbe arrivati ad una pace separata, rinunzio’ al dominio albionico sull’economia mondiale e da allora la moneta di riferimento non fu più la sterlina, ma il dollaro.
Tenete presente che da un punto di vista strettamente militare, senza il tradimento dei nostri ammiragli e generali, e soprattutto grazie alla politica filo-islamica del fascismo, le nostre truppe entro il 1941 si sarebbero liberate definitivamente dell’Ottava Ottava Armata britannica ed avrebbero occupato Malta e l’Egitto.
Roosevelt poi aveva promesso a Mussolini che l’Italia, al tavolo della pace, avrebbe avuto il protettorato sulla Palestina, consentendo al nostro monarca di essere di fatto, e non solo nominalmente, re di Gerusalemme.
Quindi, tralasciando le puttana, che hanno la mia incondizionata solidarietà, vi invito a digerire queste pillole di storia, che dimostrano la tesi da me sempre portata avanti: è sempre colpa degli americani, e prima ce ne liberiamo, meglio sarà!

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