Nicolo Gebbia

Coronavirus, Clorochina, Chinino e Campari Soda

Quando mi mandarono in Iraq, nel 2004, subii un “indottrinamento” circa i rischi di ammalarmi di malaria, e l’assoluta necessità, pertanto, di ingerire una pillola di clorochina alla settimana.
Nel mio staff di Capo di Stato Maggiore c’era anche il Medical Advisor, un colonnello medico effettivo all’Ospedale Militare Celio di Roma.

Era lui che somministrava la pillola di clorochina a tutti noi del Comando Contingente Nazionale di Bassora.

Eravamo 55, di vario grado, e lo spirito che presiedeva al rito riposava sul fatto che molti tentavano di sottrarsi ad esso.

A me, suo parigrado, ed al generale Francesco Paolo Spagnuolo, nostro comandante, il colonnello non imponeva tale mortificazione, consegnandoci solo il farmaco, senza pretendere di essere presente nel momento in cui lo assumevamo.

Io però, marito di una farmacista, me lo ero procurato prima della partenza e ne avevo letto il bugiardino, in cui si affermava che non bisognava preoccuparsi nel caso, dopo aver inghiottito la pillola, ci capitasse qualche minuto di cecità, e nemmeno se avessimo fatto la pipì color rosso sangue. Fu così che io non ne presi mai nemmeno una, preferendo rischiare la malaria.   Col passare del tempo scoprii poi che il rischio era tutto virtuale, perché quella malattia tropicale era stata completamente debellata dalle bonifiche degli acquitrini condotte da Saddam Hussein, che si era ispirato al Mussolini delle paludi Pontine.

A riprova di ciò né i soldati inglesi del Comando di Divisione Sud-Est, che inquadravano l’Italian Battle Group, e neppure quelli americani, venivano trattati con un qualsiasi farmaco antimalarico.Fu proprio il colonnello dell’ospedale Celio che mi spiegò l’arcano: il Ministero della Difesa, stanco delle vertenze legali intraprese dai militari che avevano contratto il cancro, e sostenevano fosse colpa della esposizione all’uranio impoverito (in realtà una boiata pazzesca, ma le anime belle pacifiste si incazzano con chi glielo contesta), voleva evitare nuove vertenze di simile natura intraprese da chi era stato in Iraq e pertanto i turni erano ferrei, della durata massima di 120 giorni, perché i protocolli sanitari dicevano che dopo tale lasso di tempo la clorochina potesse avere effetti collaterali pregiudizievoli per la salute.

Io ottenni di restarci sei mesi, visto che mi stavo divertendo molto a fare la guerra e ad ammazzare i miliziani sciiti, solo quando confessai al generale Spagnuolo che non avevo mai ingerito neanche una delle pillole da me conservate tutte insieme, ed a lui esibite nella circostanza.

Quando gli dissi che, visto che restavamo insieme, ero preoccupato per la sua salute, aprì un cassetto della sua scrivania, e mostrandomi le sue pillole disse: “E che sono più scemo di un carabiniere !”.

Preciso che nel frattempo il colonnello medico era stato avvicendato, per cui sfuggì a tutti questa nostra presunta leggerezza.

Ma siccome non c’è niente di nuovo sotto il sole, raccontai al generale Spagnuolo, che aveva avuto mio padre come cattedratico di Carrismo ed Automobilismo alla Scuola di Applicazione di Torino, che quando eravamo in Somalia, lui dava a me la pillola di chinino che gli somministravano, preferendo, come tutti gli italiani sin dall’epoca in cui era stato inventato, sorbire almeno un Bitter

Campari al giorno.

In effetti, se andate a leggervi la vecchia contabilità della Campari, scoprirete che inviava a Mogadiscio una nave piena di bottiglie del suo bitter ogni tre mesi.

Era costume dei vecchi coloniali sorbirlo all’imbrunire alla Croce del Sud, sul lungomare.

E fu così che durante gli ultimi due mesi in Iraq che il generale Spagnolo ed io scroccammo all’ Amministrazione, oltre che essere allietati (come già vi ho raccontato in un altro articolo) dai tagliolini

all’astice che il cuoco ci preparava almeno una volta alla settimana, e dalle uova all’occhio di bue, condite con scaglie di tartufo croato, videro l’esordio di una nuova nostra abitudine, consistente nel

Campari Soda che sorbivamo entrambi prima di metterci a tavola.

Domanda: ma se la clorochina è così efficace per prevenire l’infezione da Coronavirus, non potremmo sostituirla con il Campari, dando così una mano all’industria nazionale?
Per inciso, sotto il proibizionismo la Florio continuò ad esportare negli Stati Uniti il Marsala, cui aggiunse una infinitesimale quantità di sale, che le consenti’ di potere scrivere sull’etichetta “For medical uses only”.

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