Nicolo Gebbia

Considerazioni eretiche

La mattina alle sette ho preso l’abitudine di ascoltare la messa del Papa, e siccome sono un po’ stronzo gli devo dare due suggerimenti lessicali.Quando alla elevazione lui dice “… lo DIEDE ai suoi discepoli …” traduce il latino DEDIT , che sarebbe molto più elegantemente italianizzato in ” … lo DETTE ai suoi discepoli… “.Nell’italiano contemporaneo DETTE quasi non si usa più, ed è considerato un toscanismo, però nei miei romanzi DIEDE non lo troverete mai, e quando lo sento pronunziare, foss’anche dal Papa, provo un fastidio fisico uguale a quello di Nanni Moretti quando, in una scena di Palombella Rossa degna di entrare nella storia del cinema italiano, sfogo’ tutta la sua ira, sugli spalti della piscina olimpionica di Civitavecchia, contro quella giornalista, degna epigona di Francesca Ronchin, che, nell’intervistarlo, gli disse: “La mia professionalità mi impone …”.
Ora voi capite che non mi posso incazzare col Papa, come fece Moretti con quella donna da poco, però bisognerebbe spiegarglielo, e se mi legge qualcuno a lui vicino, spero che glielo faccia sapere. Forse è l’occasione che mi consentirà di acquisire una benemerenza tale da fargli archiviare la proposta di scomunica nei miei confronti inoltrata due anni fa’ in Vaticano dal Residente ( = Cardinale) Francescano di Croazia perché avevo illustrato in un mio articolo ( Medjugorje: le verità inconfessabili che nessuno vi racconta) le nefandezze compiute nei Balcani da quei fraticelli ( gli integralisti islamici del cattolicesimo) a partire dall’Alto Medioevo, per finire con la guerra che ha dato l’indipendenza alla Croazia.
Il secondo appunto che muovo al Papa è circa il suo uso al plurale di ” servizio sacerdotale”.Egli infatti non dice ” chiamato a compiere il servizio sacerdotale” ma, invece, “i servizi sacerdotali”. Qui il mio dissenso è più sfumato, e voglio intendere che il sacerdote chiamato a compiere il servizio sacerdotale a me suona come un unto del Signore che, folgorato sulla via di Damasco, decide di dedicare la sua vita a Dio ed alle sue creature, mentre i servizi sacerdotali suonano un po’ come i servizi segreti nella migliore delle ipotesi, e i servizi igienici nella peggiore.
Io, poi, da fedele suddito (cittadino oggi non ha più alcun senso, visto che non ci è rimasto alcun diritto), esco di casa solo una volta al giorno, vado a comprare i giornali per mia madre all’edicola, ed al ritorno mi fermo presso un piccolo supermercato che è vicino a casa, dove, calzando i guanti di gomma ed indossando la mascherina regolamentare, faccio la spesa.
I primi giorni venivo controllato in media tre volte, dai poliziotti, dai carabinieri e, quello che è peggio, dai vigili urbani di Palermo, che notoriamente detesto.
A tutti costoro, ogni volta, devo spiegare che, malgrado anagraficamente residente a Treviso, sono domiciliato nella nostra casa sul lungomare di Palermo, come dimostra il telefono fisso che passò da Gebbia Generale Antonino a Gebbia Generale Nicolò alla sua morte.Se avete qualche vecchio elenco telefonico potete controllare.Alla fine si sono sempre convinti tutti del mio buon diritto, ma che fatica!
Ed allora ho deciso di fare ricorso ad un trucchetto che usavo da giovane per seminare i vigili urbani motociclisti che mi inseguivano sempre a causa del fracasso prodotto dallo scappamento aperto della mia Gilera-Frigerio 206 Regolarità Casa.Alle spalle ho infatti un passato da campioncino di enduro (Regolarità ai miei tempi), rovinato dalle KTM, di cui comprai subito un esemplare, che entrava in coppia negli ultimi cinquecento giri,costringendomi a saltare da un ostacolo all’altro come fossi stato un crossista.Fu allora che abbandonai le gare e cambiai il mio KTM con quella Montesa da trial che mi ha visto conquistatore di tutte le scalinate di Roma, compresa Trinità dei Monti.L’unica da me risparmiata fu quella dell’Ara Coeli, perché, scendendola sarei finita in braccio a due poliziotti perennemente a guardia dell’ambasciata saudita.
Avevo progettato di farla solo in salita e, spenta la moto, attraversare la chiesa fino all’uscita laterale, quella che, con una piccola scala, conduce fino alla Piazza del Campidoglio.
Ammetto però che, mentre ho violato i corridoi della Scuola Ufficiali una notte, per scommessa con l’ufficiale di picchetto (Giampiero Paparelli), affrontando poi in salita la scala di metallo che sta alla sinistra dell’Aula Magna, non ho avuto il coraggio di portare le ruote della mia Montesa sulla lastra tombale di Giovanni Crivelli scolpita da Donatello, passaggio obbligato per guadagnare la Piazza del Campidoglio. Vi dicevo che la mia Gilera attirava i vigili motociclisti di Palermo, all’epoca muniti di moto Guzzi Superalce, ed io li portavo fino a quella strada bianca che, sotto Monte Pellegrino, adduce alla panoramica.
A quell’epoca, per evitare che essa venisse percorsa interamente, era stato creato uno sbarramento, formato da una montagnola di terra morbida, che vi avevano scaricato due camion.
Con la gamba sinistra tutta protesta indietro, in modo che il piede nascondesse la targa, io, sadicamente, mi facevo inseguire fino a quella montagnola che superavo senza difficoltà, mentre, le volte in cui fui fortunato i vigili più determinati finivano a gambe all’aria prima di arrivare in cima, quelli più saggi rinunziavano all’inseguimento. Si passarono la voce, ed una volta vidi i guai miei, perché ne trovai altri due, al di là della montagnola, che mi inseguirono fino al Santuario di Monte Pellegrino, e per seminarli mi toccò imboccare in discesa la scala santa, quella che le palermitane più devote percorrono in ginocchio, salendo fino alla grotta della Santa dalla quale pretendono che trovi un lavoro al marito, da sempre il miracolo più grande a Palermo.
Chi mai avrebbe dovuto dirmi che, cinquant’anni dopo quelle mie performances teppistiche , avrei usato quella stessa scorciatoia (oggi asfaltata) con la Mini-Cooper di mia madre, nuovamente per eludere il controllo dei miei nemici di sempre: i vigili urbani di Palermo!

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