Nicolo Gebbia

Claudio Fava come Cesare Mori

Un secolo dopo non è cambiato niente! Anche lui, dall’alto del suo scranno di presidente della commissione regionale mafia ha trovato lo stesso capro espiatorio, Giovanni Lo Monte, classe 1879, da Mezzojuso, cugino di mio nonno.Da parlamentare prese la parola una sola volta, e Vittorio Emanuele Orlando, nel dargliela, si compiacque perché prima della fine della legislatura finalmente i deputati avrebbero sentito che timbro di voce aveva. Lui , imbarazzato per cotanta introduzione, spiegò che c’era uno dei finestroni del sottotetto con i vetri rotti ed entrava in aula un freddo terribile, che da siciliano trovava insopportabile, ed avendolo ripetuto più volte vanamente ai commessi, se necessario propose di provvedere alla riparazione di tasca propria. La sua unica proposta parlamentare gliela aveva scritta mio nonno, grande erudito che traduceva dal greco al latino all’impronta, e ne ho già parlato da queste pagine. Essa era volta a tradurre in legge l’obbligo di inibire alle autorità più retrive l’uso del cognome prima del nome. Mio nonno gli assicurò che così sarebbe entrato nella storia d’Italia. E invece c’è entrato lo stesso, perché di recente il professore Lupo ( quello che giustifica la Trattativa con la ragion di Stato ), lo ha definito “il capo politico della mafia”in una sua storia di essa. Caro Claudio, ti faccio osservare che Lupo non dice “il capo della mafia di Mezzojuso “, ma il capo politico della mafia, insomma un Lima o un Andreotti degli anni 50. La sua affermazione è assolutamente compatibile con la presenza di un capomafia di Mezzojuso a nome Salvatore Napoli, naturalmente solo omonimo del padre delle sorelle ( ca va sans dire). Cesare Mori, il prefettissimo fascistissimo , nelle sue memorie (cfr. Con la mafia ai ferri corti) lo cita espressamente fra i suoi nemici irriducibili. Tentò addirittura di spacciarlo per il mandante e finanziatore della grande rapina al treno, consumata nel 1927 fra Vita e Salemi. Cosa c’è di vero? Una sola cosa: l’onorevole Lo Monte era enormemente ricco. Ci era nato enormemente ricco. Possedeva un patrimonio agrario immenso, che fu necessario vendere in gran parte quando , nell’agosto del 1949 , fu rapito dalla banda Giuliano che pretese un miliardo di lire di riscatto per liberarlo. Aveva già settanta anni e sopravvisse pochi anni ancora, che dedicò tutti a liquidare il suo patrimonio ed eradicare la famiglia dalla Sicilia. Lui un figlio maschio lo aveva, è morto due anni fa, e per tutta la sua carriera è stato uno dei più stimati medici dell’istituto Rizzoli di Bologna. La figlia femmina la fece studiare negli Stati Uniti, ha più di 80 anni e vive a Washington. Un paio d’anni fa ha fatto un viaggio in Italia e si è anche incontrata con un cugino, più cugino di me evidentemente,che arde di sdegno per quello che ha letto ieri sul Giornale di Sicilia, ma che , giudiziosamente , non vuole entrare nello stesso tritacarne mediatico che ha travolto me. In loco parentis sono stato chiamato io a ristabilire un barlume di verità, e speriamo che l’anziana signora non venga mai a sapere, finché vive, del secondo sequestro di persona subito da suo padre, questa volta in effige. Concludendo abbiamo un capomafia che fu sequestrato dal bandito Giuliano e che ha avuto la ventura di essere stato perseguitato due volte dal fascismo, quello storico di Cesare Mori, e quello di ritorno dei professionisti dell’antimafia. Che vergogna!