Nicolo Gebbia

Il carro armato Stuart e la mamma

Nella foto di copertina vedete mio padre e mia madre che ci sorridono dal tank che li ospita.
Il suo nome tecnico è M3A3.
Come tutti i mezzi corazzati statunitensi ha il nome di un grande generale.
In questo caso si tratta di un ufficiale confederato: Jeb Stuart.
Si diplomo’ sottotenente di cavalleria nel 1854 a West Point e fin da subito diventò uno dei fedelissimi dell’allora colonnello Lee.
Fece una rapidissima carriera e già nel 1861 era brigadiere generale.
L’anno dopo, con 2500 cavalleggeri e due batterie di artiglieria a cavallo, entrò nella leggenda per avere circondato un’intera armata nordista, distrutto i rifornimenti che avrebbero dovuto approvvigionarla per un anno, nonché un un imprecisato numero di treni destinati al trasporto truppe.
Tornò da Lee, che gli aveva conferito solo un incarico esplorativo, con tutte le informazioni richiestegli e circa 500 prigionieri. Ne ottenne la promozione a maggiore generale ed il comando del Corpo d’Armata di cavalleria della Virginia.
Il generale Sheridan, comandante della cavalleria nordista, non aveva difficoltà ad ammettere di considerare Stuart il suo modello.
Morì il 12 maggio del 1864 per il fortunato colpo di fucile di un soldato nordista durante un combattimento minore.
Da quel momento terminò la prevalenza della cavalleria confederata e Sheridan impose la sua superiorità, fino alla sconfitta definitiva dei sudisti.
Lo Stuart fu il primo tank statunitense ad aver lo scafo fuso in un sol pezzo ed era enormemente complicato da guidare.
Mia madre, però, quando imparò a farlo, ebbe un grande vantaggio, rispetto alle lezioni di guida che le aveva impartito papà, per farle conseguire la patente britannica tre mesi dopo il nostro arrivo in Somalia.
Quelle lezioni avevano avuto come vittima sacrificale un enorme autocarro Lancia 6RO, ed ogni volta che la mamma “grattava”, mio padre, seduto al suo fianco sul sedile a panchina, le dava un pugno sul ginocchio sinistro.
Sul tank, invece, lo spazio ed i volumi che c’erano fra il sedile del pilota e quello a fianco impedirono ulteriori pugni.
Era dotato di due motori Cadillac ed aveva sei marce in avanti ed una retromarcia.
Una volta, a Belet-Uen, accadde un episodio misterioso che molto preoccupò il tenente dei carabinieri del plotone di polizia militare organico al battaglione blindo-cingolato distaccato dal Reggimento Piemonte Cavalleria in cui era effettivo mio padre come comandante dello squadrone carri.
Giunsero direttamente dagli Stati Uniti due motori nuovi, contenuti in quelle splendide casse di pitch-pine che hanno costellato tutti i traslochi della mia infanzia.
Dopo avere smontato i vecchi motori, furono accantonati alcune decine di dadi e bulloni che servivano per assicurare i motori al fondo dello scafo.
Quando i meccanici, dopo pranzo, tornarono all’officina a cielo aperto dove stavano lavorando, non trovarono più né dadi né bulloni, e si ipotizzò un sabotaggio.
Solo un paio di settimane dopo, quando morì uno degli struzzi che giravano liberamente per la caserma, ed i cuochi indigeni gli aprirono lo stomaco prima di cucinarlo, ci trovarono dentro dieci dadi e cinque bulloni.
I motori, comunque, erano già stati montati, grazie a dadi e bulloni usciti dall’officina di un abilissimo fabbro somalo che sapeva realizzare perfettamente le filettature con il passo in pollici, mentre con gli autocarri Italiani con il passo millimetrico, faceva un gran casino.
Ogni volta che c’era da affrontare un ponte su uno degli affluenti dello Shebeli, si usava un carro senza pilota con un bastone incastrato sull’acceleratore per essere certi di non restare feriti nell’eventuale crollo del ponte, generalmente costruito dal nostro genio militare trentanni prima.
L’episodio più drammatico legato agli Stuart ed alla mia famiglia accadde però presso uno di quei pozzi d’acqua dolce che si trovavano nel deserto dell’Ogaden, ai confini con l’Etiopia.
Si tratta degli stessi pozzi che costituirono il casus belli della nostra guerra contro il Negus, nel 1936.
Predoni etiopi a cavallo di dromedari avevano ucciso due guardiani somali.
Il diretto superiore di mio padre dette l’ordine di sparare con le mitragliatrici ad alzo massimo. Mio padre, però, che aveva nelle orecchie dei tappi di cerume più grandi di due filtri di sigarette, capi’ alzo zero ed in questo senso dette ordine agli altri quattro tank.Rimasero uccisi sedici predoni etiopi e dieci dromedari.Papà ed il suo superiore furono sospesi dal servizio per due mesi durante l’inchiesta delle Nazioni Unite.Alla fine, invece, ebbero un encomio solenne dello Stato Maggiore Esercito.Ed ora, lasciando i miei 25 lettori col dubbio di aver a che fare col figlio di un criminale di guerra, vi lascio perché sto salendo sull’aereo che mi riporta a Treviso da mia moglie Laura.

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