Nicolo Gebbia

Di Carlo smorfia Graviano

Ho conosciuto Marco Lillo un paio d’anni fa, e c’eravamo sempre parlati solo per telefono, fino a quando l’estate scorsa è venuto a pranzo al circolo nautico Roggero Di Lauria, mio ospite, insieme con la figlia diciottenne ed il figlio maschio, un po’ più giovane.
Li ho portati nello spogliatoio e ci siamo messi in costume, con l’intendimento di fare il bagno nelle belle acque del golfo di Mondello, ma poi le nostre chiacchere ci hanno avvinto tanto che s’è fatta l’ora di pranzo, e quando abbiamo finito, visto che io sono notoriamente logorroico, erano già le quattro del pomeriggio, il loro aereo per Roma incombeva, e così sono ancora debitore di un bagno a tutti e tre.
La ragazza mi promise anche che avrebbe letto Accadde a Malta, il mio primo giallo, e suo padre dichiarò che avrebbe interceduto con Peter Gomez, il vecchio amico che ci aveva presentati, per ottenere una recensione sul Fatto Quotidiano.
Promesse di marinaio, ma non serbo rancore da quando ho avuto la serena certezza che ne sono state vendute più copie rispetto a Le Dannate di Massimo Giletti, che giacciono ormai ignorate nei magazzini delle librerie Mondadori.
Pare che anche il padre di Massimo, prima di morire, abbia snobbato Le Dannate e letto invece la copia di Accadde a Malta sulla quale avevo vergato questa dedica: “Ad un grande pilota di Targa Florio che in vita sua ha commesso un solo errore.”
Dopo questa ridondante premessa, che ha messo a dura prova la pazienza dei miei 28 lettori, vengo all’argomento del titolo.
Francesco Di Carlo, che ha sette anni più di me, è il pentito di Cosa Nostra più affidabile che ci sia mai stato.
Mentre Buscetta ha taciuto dei suoi rapporti con la CIA, per conto della quale si era fatto ambasciatore del Golpe Borghese, andando a cercare Luciano Liggio che latitava alle pendici dell’Etna e che non si fece nemmeno trovare, avendo soppesato l’inconsistenza del principe ed il danno eventualmente causato a Cosa Nostra siciliana da qualsiasi turbativa del suo organico rapporto con la Democrazia Cristiana allora imperante, Di Carlo ci racconta senza reticenze di quando Arnaldo La Barbera, insieme con altri agenti segreti italiani, si fece ricevere da lui in un carcere inglese tanto allegro che i detenuti uscivano da soli a fare la spesa.
La visita aveva lo stesso scopo di quella tentata da Buscetta, ed ebbe lo stesso esito.
Resta importante nella storia dell’Antimafia seria (quella rappresentata da Di Matteo e pochi altri, per intenderci), perché è l’unica testimonianza che abbiamo di chi fosse realmente e quali interessi portasse avanti da sempre Arnaldo La Barbera.
Marco Lillo, nell’intervista che pubblica oggi sul Fatto, scrive: “Di Carlo ha raccontato di aver assistito all’incontro di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri in un un ufficio di Milano con il boss Stefano Bontate.
La Corte diAppello di Palermo gli ha creduto. L’importante membro del mandamento di San Giuseppe Jato, molto vicino a Totò Riina, che lo apprezzava per la capacità di interloquire con magistrati e politici altolocati (-nel castello principesco di Trabia che aveva trasformato in ristorante, aggiungo io-), Di Carlo è l’uomo giusto per valutare le parole sui suoi tre incontri dal 1983 al 1993 con Silvio Berlusconi “.
Proseguo con un riassunto dell’intervista di Marco Lillo con Di Carlo perché, altrimenti, violerei il copyright del Fatto.
Soggiungo che ieri Marco mi ha telefonato, dopo un po’ che non ci sentivamo, chiedendomi alcuni chiarimenti circa la cosca di Mezzojuso, che gli ho fornito, lusingato di essere una sua fonte qualificata.
Tornando a Di Carlo, l’estrema sintesi dell’intervista è questa: Graviano non mente circa gli incontri avuti con Berlusconi, mentre è menzognero riguardo all’origine del patrimonio che la sua famiglia avrebbe affidato al Cavaliere, nel convincimento di ottenerne un reddito del 20% annuo.
È menzognero quando fa risalire i venti miliardi iniziali al nonno materno Filippo Quartararo.
Mente perché a Di Carlo la cifra sembra inverosimile, visto che lo stesso Bontate “aveva avuto difficoltà a trovare venti miliardi, ma molti anni dopo, quando la mafia si era già arricchita “.
È menzognero circa l’origine di quei soldi, ascritti al nonno materno, illustre sconosciuto a Cosa Nostra, come sconosciuto alla mafia è quel cugino Salvatore, ormai morto, che avrebbe avuto la disponibilità di una scrittura privata comprovante l’investimento.
È menzognero anche quando parla del padre di Michele Greco, il famoso tenente dei carabinieri Giuseppe Greco, perché, dice Di Carlo, “avrà avuto novant’anni in quel momento. E io me lo ricordo, aveva nessun ruolo, stava seduto in disparte”.
Ma, soprattutto, la menzogna più scandalosa è il fatto che Graviano non cita mai Marcello Dell’Utri e Tanino Cina, i veri intermediari fra Cosa Nostra ed il gruppo Fininvest.
Nulla dice invece Di Carlo circa le circostanze dell’arresto che noi carabinieri (sostanzialmente un maresciallo di Palermo) operammo a danno suo e del fratello, definito “anomalo”.
Ho già scritto ieri,in proposito, e resta valido quanto da me esposto, né le parole di Di Carlo mi smentiscono: c’è il sospetto che sia stato Silvio Berlusconi, per il tramite di una soffiata forse ascrivibile a Totuccio Contorno(e questo spiegherebbe l’attentato da lui subito pochi mesi dopo) a volere entrambi i fratelli in carcere per sempre.
Riassumendo, è evidente che:
1) Graviano non ha più paura di Berlusconi, non ritiene che egli sia così temibile da farlo uccidere in carcere;
2) Graviano ritiene che i figli generati da lui e suo fratello durante quei mai chiariti incontri con le relative mogli dentro le mura dell’Ucciardone, potranno intentare una causa civile, loro che mafiosi non sono, per recuperare, con gli interessi, i venti miliardi di lire (dieci milioni di euro), affidati dal nonno, anch’egli non mafioso, al gruppo Fininvest. È una causa di quelle che, solitamente, si concludono con un accordo preventivo fra le parti, ed io vedo già Piersilvio che firma un assegno di almeno cento milioni di euro per togliersi dall’imbarazzo.
3) L’arma maggiore che egli ha, quella di confessarsi finalmente organizzatore delle stragi ascrittegli, e dimostrare che Forza Italia nasce proprio da lì, perché il suo successo è l’unico scopo che si prefiggeva il mandante, Silvio Berlusconi, tale arma la giocherà in occasione delle prossime elezioni politiche, quando otterrà dalla coalizione opposta a quella di Salvini, in cambio della vittoria elettorale che le assicura, di non morire in galera come Riina e Provenzano.
Riuscirà a fare dimenticare di appartenere ad una razza inferiore, come il resto degli italiani considerano noi siciliani?
Lasciatemi concludere con una nota di disgusto per la libera stampa italiana e per l’informazione giornalistica televisiva che, avendo avuto ordine di ignorare le rivelazioni processuali di Graviano, hanno obbedito.
Massimo Giletti, ieri sera nuovamente in gran forma, ha avuto ospite Peter Gomez (che errore Peter!), hanno parlato di prescrizione, l’atmosfera si è riscaldata fino al calor bianco, ma delle rivelazioni di Graviano neanche una parola! In compenso a fine trasmissione abbiamo visto la criminologa (si fa per dire) Bruzzone, e la tuttologa Nunzia Di Girolamo all’apice della loro capacità di indignarsi perché l’acqua è bagnata su un argomento scontato come lo scandalo del dress code imposto alle donne nella famosa scuola di formazione e raccomandazione per aspiranti magistrate!

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