Nicolo Gebbia

Carabinieri, cavalli e trial

Questa mattina ho rievocato le mie modeste esperienze di ordine pubblico a Roma negli anni di piombo.
I più vecchi fra i miei 25 lettori pare abbiano apprezzato. Eliseo Libranti, qualificato membro della concorrenza (la Polizia di Stato), commentandomi ci ha rivelato i segreti che si nascondevano nei manganelli artigianali del 2° Celere di Padova.
Era un’epoca in cui l’ordine pubblico, secondo le circolari del Ministero degli Interni, incombeva per i due terzi sulla polizia e per l’altro terzo su noi carabinieri. La Guardia di Finanza stava a guardare, prima con la scusa di non essere addestrata, e poi, quando noi e la polizia ricevemmo la nuova pistola Beretta bifilare da quindici colpi, mentre a loro rimase ancora per anni la vecchia modello 34 da sette colpi, la scusa divenne che erano “insufficientemente armati”.
L’ordine pubblico in Italia è stato inventato nei primi anni ’50 dal ministro Scelba, al quale dobbiamo l’istituzione dei reparti celeri, i cui appartenenti si chiamavano, per l’appunto, celerini.
Nei loro istituti di istruzione venivano formati come galli da combattimento, e quelli che si dimostravano insufficientemente bellicosi erano destinati a funzioni burocratiche, che impedivano loro di guadagnarsi quei quattro soldi delle indennità di trasferta. Solo Pier Paolo Pasolini, da quel grande che è stato, ha saputo cogliere che quei poliziotti, tutti di origine proletaria, erano molto più vicini alla classe lavoratrice di quanto non lo sarebbero mai stati gli studenti borghesi.
Io ho sempre detestato l’ordine pubblico, e nel corso della mia carriera ho fatto di tutto per evitarlo, riuscendoci quasi sempre. Non me ne pento, ed ancora oggi ricordo una occasione, tanto tempo dopo gli anni di piombo, in cui a Treviso vidi un funzionario di polizia ordinare gratuitamente la carica contro degli innocui produttori di latte che manifestavano avverso le norme europee che stabilivano le quote di produzione consentita nel loro settore.
Quando gli chiesi conto di quella scelleratezza mi rispose candidamente: “I ragazzi erano sui pullman da questa mattina, e stavano diventando nervosi … li dovevo fare sfogare!”.
I loro metodi immondi, per altro, mi furono testimoniati da una fonte assolutamente insospettabile di parzialità: Piero Colaprico, inviato speciale di Repubblica nonché inventore del sostantivo Tangentopoli.
Il mio amico Piero, che detesta Luca Telese, e da quando lo vedo sempre nel salotto di Giletti ho capito perché, in gioventù scelse di fare il servizio militare nella polizia di stato e ricorda come un incubo quello che gli insegnarono durante il corso di formazione, ma ancor di più il come glielo insegnarono gli istruttori, tutti esegeti del peggiore fascismo squadrista. Da noi, invece, i quattro quinti dei carabinieri impiegati in ordine pubblico erano giovanotti che stavano espletando il servizio di leva, per nulla affatto incattiviti dagli istruttori, che si limitavano ad insegnare loro qualche mossa di judo e l’utilizzo del “manicotto di contenimento” che si indossava sull’avambraccio sinistro per difenderlo dalle percosse dei dimostranti.
Se le cose si mettevano proprio male, quei militari brandivano per la canna la loro carabina Winchester, il cui calcio era di legno tenero, ed inesorabilmente si spaccava quando tentavano di usare l’arma come fosse stata una mazza da baseball.Infatti, una volta tornati in caserma, il sottufficiale armaiolo contava le casse dei fucili che si erano spaccate e ne ordinava altrettante.
Questo è il motivo per cui noi carabinieri avevamo la leggera Winchester, ed i soldati dell’esercito il pesantissimo Fal che, se usato per la canna, avrebbe rotto la spina dorsale dei dimostranti. Quanto vi ho narrato è la pura verità, parola di troskysta!
Oggi le cose sono molto diverse, però ne è rimasta traccia, come dimostra quello che successe a Genova per il G8 del 2001.I fatti della scuola Diaz vanno ad imperitura vergogna della polizia di stato, e non è casuale che noi carabinieri ne siamo rimasti fuori.
Il responsabile per l’Arma era il Generale Leonardo Leso, che ebbe l’accortezza di fare montare telecamere sigillate sugli elmetti dei carabinieri, nella proporzione di una ogni sette.
Ultimato il servizio, le consegnò, ancora sigillate, alla Procura della Repubblica, e mai nessun carabiniere è stato imputato per il suo operato di quel giorno. Quando finimmo i lacrimogeni, Leso mandò una motovedetta a Mentone, dove i gendarmi francesi ce ne fornirono in abbondanza.
Circa l’uccisione di Carlo Giuliani da parte del carabiniere di leva Mario Placanica, faccio presente che la zia di Giuliani morì ad Atene qualche anno prima mentre metteva una bomba all’ambasciata americana, come Giorgio Falk e forse anche Peppino Impastato, per inesperienza dinamitarda. Riguardo poi alle intenzioni con cui Giuliani uscì di casa, vi ricordo quella intercettazione telefonica in cui lui, rifiutandosi di andare al mare con gli amici, disse: “No, grazie… oggi mi devo fare un carabiniere!”. Queste sono tutte verità processuali che il mainstream delle anime belle ha rimosso, intitolando a Giuliani anche un’aula di Montecitorio.
Quando Leso fu invitato a partecipare con i suoi carabinieri ad una “operazione di polizia giudiziaria” dentro la scuola Diaz di Bolzaneto, declinò l’invito dicendo: “Se si tratta di polizia giudiziaria, fatevela da soli. Qualora dovesse diventare un problema di ordine pubblico, verremo a soccorrervi”. Ma faccio un passo indietro a quando mi trasferirono a comandare la tenenza di Ales, nel settembre del 1977. Portai con me la mia motocicletta da trial, Montesa Cota 250. L’anno precedente, a Roma, ero riuscito a salire per tutte le scalinate storiche della città, compreso quella di Trinità dei Monti.


Quando lo raccontai a mio padre, disse: “Ah, si può fare pure con la moto!”.
E mi spiegò che nel 1946 quella scalinata l’aveva vista violata da due militari di colore statunitensi (lui disse negri, veramente) ai quali aveva chiesto di farlo provare, ed in forza del suo grado superiore essi non avevano saputo dirgli di no.
Peraltro, all’epoca, il suo reggimento era di stanza a Torino, e quando lui perdeva a pocker, si rifaceva con i colleghi scommettendo che sarebbe riuscito a passare con la moto Triumph 350 fra due tram in corsa.
In Somalia, poi, portava la mamma sul sedile posteriore della Guzzi Superalce perché così aveva più trazione sulla sabbia.


In Sardegna quella della fine degli anni ’70 era l’epoca dei sequestri di persona, e quando il generale Siracusano, che comandava la Brigata di Roma da cui dipendeva l’isola, ci chiese a rapporto se poteva fornire qualcosa di utile per i nostri rastrellamenti alla ricerca dei sequestrati, ad esempio delle moto da fuori strada, solo io mi dimostrai entusiasta, spiegandogli che dovevano essere delle moto da trial, e che l’industria nazionale ne aveva appena messo in produzione un modello, il Fantic 125, che costava pochissimo.
Fu così che me ne mandò due sperimentalmente ad Ales, e mi vedete nella foto di copertina mentre scendo le scale che adducevano ad una antica chiesetta ubicata alla periferia del paese. Le usai anche durante le indagini per il sequestro dei fratelli Casana, ma questa è una storia lunga che vi racconterò un’altra volta.
La relazione che feci dopo sei mesi, dimostrando che con i Fantic si arrivava dove anche i cavalli rifiutavano di addentrarsi, convinse tanto il Comando Generale che ne furono acquistati cento, metà mandati in Sardegna e gli altri in Calabria.
Che fine hanno fatto?
Sono rimasti inutilizzati nei garages di compagnie e tenenze, perché i miei colleghi inetti sostenevano che, siccome la frizione incollava a freddo, le moto erano pericolose e si imbizzarrivano alla partenza, disarcionando i conduttori.
Nessuno spiegò loro che bastava partire in terza, e comunque lo stratagemma di fare slittare la frizione giocando con la relativa manopola, noto a tutti i trialisti, rimase inesplorato
Io nel frattempo ero stato trasferito a Marsala e non ne sapevo nulla, distratto da mafiosi e massoni ben altrimenti temibili dei poveri sequestratori sardi.

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