Nicolo Gebbia

Carabinieri: 206 anni veri

I Savoia sono sempre stati dei gran furbacchioni, come vi ho già spiegato in tante altre mie interlocuzioni.

Ed infatti invece che fare la fine del re di Francia, ghigliottinato, con l’Armistizio di Cherasco rinunziarono semplicemente ai loro possedimenti nella terraferma, ritirandosi in Sardegna e dichiarandosi neutrali.
Fu così che si accorsero di quanto avessero trascurato quell’isola, che gli era stata rifilata come premio di consolazione al posto della Sicilia.
Preciso ai meno ferrati fra i miei 25 lettori che le fesserie da me scritte sono sempre riscontrabili, solo che se ne abbia voglia. Per ottenere il titolo di re, i duchi di Savoia avevano bisogno di essere legittimati come sovrani di un lembo di Europa da sempre definito tale, per l’appunto la Sicilia.
Essa è l’ombelico del mondo da quando Euripide sceglieva il teatro di Siracusa per fare debuttare le sue tragedie, e tale è rimasto fino ad oggi.
Non è un caso che l’Italia meridionale si chiamasse Regno delle Due Sicilie, e non delle due Campanie o delle due Puglie. Nel 1713, con il Trattrato di Utrecht, alla fine di varie guerre europee, la Spagna, pressata dall’Inghilterra, cedette il Regno di Sicilia ai Savoia a tre condizioni: che essi non avrebbero potuto né venderlo né scambiarlo, che se si fossero estinti l’isola sarebbe tornata alla corona di Madrid e che tutte le immunità concesse in passato sarebbero state mantenute. Vittorio Amedeo II, con sua moglie Anna Maria d’Orleans, imbarcatosi a Nizza, giunse a Palermo alla vigilia del Natale 1713 , e fu incoronato nella Cattedrale dove è sepolto l’Imperatore del Sacro Romano Impero Federico Secondo, quello che catturò il Carroccio sul campo di battaglia di Cortenuova, mentre i leghisti di Salvini si davano alla fuga. Poi lo fece aggiogare ad uno dei suoi elefanti da combattimento e con esso fece il suo trionfale ingresso a Cremona. Al carretto tanto sopravvalutato oggi, volle che fosse aggiogato in catene il comandante delle truppe venete, che non si chiamava Luca Zaia, ma era invece una persona perbene, Pietro Tiepolo. Non sapendo che farsene, l’Imperatore regalò quel goffo carretto al Papa , e ne potete ammirare ancor oggi le ruote appese in Campidoglio nella Sala del Carroccio. Al parlamento siciliano, il più antico del mondo, Vittorio Amedeo rivolse queste parole: “I nostri pensieri non sono rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare questo Regno per rimetterlo, secondo la Grazia di Dio, al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro e a quello stato cui dovrebbe aspirare per la fecondità del suolo (” Sicilia granaio di Roma”), per la felicità del clima, per la qualità degli abitanti e per l’importanza della sua situazione”. Il Re lasciò l’isola il 7 settembre 1714, senza mai più farvi ritorno. Dopo avere visitato Cerda (Targa Florio, la più antica gara automobilistica del mondo), Polizzi Generosa, Petralia Sottana, Nicosia, Leonforte, Catania ed infine, dopo due giorni a Taormina (dove pare che abbia perso una fortuna al Casinò, quello che la Repubblica oggi ci proibisce di riaprire), visitò Messina, la città preferita da Shakespeare, per fare rientro a Palermo via nave.
Quattro anni dopo la Sicilia venne invasa da trentamila soldati spagnoli, che occuparono le poche fortezze piemontesi. Era evidente che a Madrid non potevano fare a meno di noi, ed in quei pochi anni si erano resi conto che l’impero spagnolo senza Sicilia contava ben poco. Ai Savoia fu proposto di aderire alla Quadruplice Alleanza insieme con Austria e Francia, di mantenere il titolo di re, accontentandosi della povera e desolata Sardegna. Essi abbozzarono, e, con il Trattato dell’Aja, l’impero asburgico cedette loro Sargegna e sardegnani. Dico così perché sardegnoli a loro non piace, e perché, comunque, essendo l’ultimo lembo d’Europa dove vigeva ancora la servitù della gleba, i contadini venivano venduti insieme con le terre. Le donne poi erano bellissime, sensibilmente più alte di quelle del mio paese (Mezzojuso, statura media quella di A. F.), e dei loro maschietti.Per giunta portavano un costume tradizionale che lasciava scoperti i capezzoli, ed è proprio ai piemontesi che dobbiamo l’abbandono di tale tradizione, condannata dai preti che essi importarono sull’isola. In cambio, però, attuarono una riforma agricola che abolì il latifondo, riempiendo di soldi le quattro famiglie che ne furono espropriate, e riempiendo anche di muri a secco l’intera isola, con un sistema che poi fu copiato nel Far-West: ognuno diveniva proprietario di quel pezzo di terra che riusciva a recingere dall’alba al tramonto. Se poi ci piantava sopra delle viti, otteneva il diritto di anteporre un nobilitante Don al suo cognome. Una cosuccia che avevano imparato in Sicilia, ma siccome loro sono stitici, si limitarono a quel prefissetto insignificante, mentre in Sicilia siamo tutti principi. Modestamente la classe non è acqua ed in Sardegna essa è particolarmente rara e peregrina. Quando infine tornarono a Torino, fra il fatto che ormai erano diventati mezzi sardi pure loro, e quello che la Francia aveva trasformato enormemente i torinesi, in casa Savoia regnava la confusione più grande.
Il re allora prese l’almanacco di corte dell’ultimo anno anteriore dall’esilio, e tutti quelli che non erano morti nel frattempo li rimise esattamente allo stesso posto.
Chi erano stati i poliziotti che avevano operato nel Ducato di Savoia e nel Regno di Sardegna prima della Rivoluzione Francese?
Tutti quei sostantivi denigratori che la lingua italiana annovera, come sbirri, scherani, sgherri, e chi più ne ha più ne metta, si attagliano a quei bravi (manzoniani) che ogni signorotto locale assoldava, scegliendoli fra i più spregiudicati e violenti, per tutelare i suoi interessi nel territorio sul quale aveva dominio, e molte volte anche diritto di amministrare la giustizia (in tedesco “von und zu”).
Ma l’occupazione francese, quasi come una conseguenza inconsapevole e non espressamente voluta, aveva soppresso tutta quella gentaglia, trasferendone i poteri in capo alla polizia militare dell’esercito.
Questa aveva una tradizione antichissima, pluricentenaria, e si chiamava Marechaussee’, perché era agli ordini del Maresciallo di Francia.
Costui avrebbe dovuto identificarsi nel Delfino, l’erede al trono.
Ma è evidente che, fra Delfini che diventarono tali da bambini, ed altri assolutamente privi di virtù militari come Francesco Carbone (i Corazzieri sono così spaventati che hanno chiesto tutti di mettersi in ferie per il 15 corrente), quasi sempre il Maresciallo di Francia veniva scelto dal Re tra i suoi generali più in gamba, e non parlo certo di gente al livello di Pappalardo.
Dal lato materno ne annovero qualcuno, tutti de La Tremoille, il più vecchio dei quali lo troverete al fianco di Giovanna d’Arco.
Per entrare nella Marechausse’ (la polizia militare olandese si chiama ancora così, Koninklijke Marechaussee’) bisognava essersi distinti in battaglia, dimostrare specchiata onestà, nonché saper leggere e scrivere.
La Rivoluzione cambiò il nome, ma non la sostanza, e la Gendarmeria del comandante Florant è proprio ancora quella di allora, né più né meno.
La sua rivale, in Francia, è la Polizia, che ha una storia recentissima, perché fu il generale De Gaulle, dopo la liberazione, a volerla, accorpando in essa tutte le polizie municipali delle città francesi.
Il personaggio storico che meglio la rappresenta è quel porco di Javert, che alla fine soccombe al rimorso e si suicida nella Senna.
Nel territorio metropolitano francese, prima delle guerre napoleoniche, la Marechaussee-Gendarmerie si occupava solo di amministrare la giustizia all’interno dell’Arme’, mentre ogni Dipartimento aveva un Prefetto di Polizia, e dei delegati ai suoi ordini.
Quando però l’Arme’ invase l’Europa, la Gendarmerie fu costretta a sostituirsi alle soppresse polizie locali.
Ne nacque un miracolo, perché le popolazioni si accorsero che, per quanto severi, i gendarmi lo erano nella stessa misura con contadini e padroni. È difficile oggi comprenderlo, ma quel sogno della legge uguale per tutti fu allora che ebbe la sua prima concretizzazione.
I soldati piemontesi dell’Arme’ mostrarono virtù militari tali che quasi un terzo della Guardia Imperiale era costituito da loro, e, ad un certo punto, da Parigi decisero che tanto potevano fidarsi di loro che negli stati di terraferma ceduti dal Re di Sardegna fu costituita la Gendarmerie Piemontese.
Ed è esattamente quella che i padri gesuiti imposero al Re, perché amministrasse la giustizia agli alti livelli cui ormai la popolazione si era abituata. Il sovrano si tolse solo uno sfizio, quello di darle un nome inglese, correlato al fatto che il loro fucile d’ordinanza era una carabina a canna rigata, e non un banale schioppo come quello distribuito ai militari dell’Armata.
Il primo comandante effettivo che avemmo era un ammiraglio (Giorgio Andrea Agnes des Geneys, barone di Fenile), ed io ho sempre sostenuto che ciò sia stato voluto per farci assomigliare ai marines britannici, visto che anche il comandante provvisorio che avemmo per pochissimo tempo, prima che venisse nominato Ispettore Generale dell’Esercito, Giuseppe Taon di Revel, era un altro ammiraglio.
La deposizione di un carabiniere era considerata nei tribunali sardi alla stregua di quella resa da un testimone oculare, anche se lui era arrivato dopo l’evento criminoso.
Fu perciò fondamentale che prendesse appunti tempestivi, e gli fornimmo a questo scopo due penne che teneva infilate nella bandoliera, e che intingeva dell’inchiostro prima di uscire di servizio. Se poi c’era la necessità di processarlo (nessuno è perfetto), il Re nominava una corte da lui stesso presieduta.La nostra definitiva ascesa nell’Olimpo di corte ce la guadagnammo perché fummo gli unici, insieme con i granatieri, a non partecipare ai moti del 1821.
Da allora entrambi, noi ed i granatieri, entrammo nella “Casa Militare del Re”. Ed infatti si diceva i reali carabinieri, i reali granatieri, mentre per qualsiasi altro reparto il prefisso era regio.
Le uniformi, poi, godettero di un privilegio che ancora conserviamo, quello dei bottoni di argento massiccio, mentre il resto dell’Armata li portava di banale ottone dorato.
Se non mi credete andate a Roma, dove vedrete che quegli spinlungoni del Reggimento Granatieri portano ancora i bottoni d’argento, e non quelli dorati che usa il resto dell’Esercito.
Un grosso problema nacque quando il sovrano dovette concedere lo Statuto nel 1848, perché in esso sia la politica estera che l’amministrazione delle forze armate erano sottratti alla vigilanza del Parlamento, restando prerogativa del Sovrano.
Quest’ultimo, per allentare la tensione strisciante con i suoi deputati, varò la legge 798 del 1848 che istituiva gli “Apparitori”, cioè i primi poliziotti italiani.
Essa così recita: “I delegati che risiedono nelle città capoluogo di provincia possono essere assistiti da Apparitori di Pubblica Sicurezza”.
Nella sostanza, però, gli Apparitori venivano buoni ultimi, perché la stessa legge prosegue: “L’esecuzione degli ordini di sicurezza pubblica è specialmente commessa al Corpo dei Carabinieri Reali. Però nelle città capiluogo di divisioni amministrative che sono centri di maggiore popolazione un tale servizio sarà più particolarmente affidato a compagnia o a distaccamenti di Carabinieri Veterani”.
I Veterani, per intenderci, erano quei carabinieri che a causa dell’età non potevano più utilmente cavalcare e presidiare le strade del Regno, venendo così adibiti al più tranquillo servizio cittadino.
Quindi gli Apparitori, quattro anni dopo la loro nascita, e precisamente l’11 luglio 1852, sarebbero stati sostituiti dal “Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza”, quello che falsamente la Polizia di Stato attuale considera il suo antesignano, falsamente dichiarando di essere nata in quell’anno.
Cosa accadde realmente?
Che a Genova ed a Torino vennero assunti trecento uomini, distinti in una compagnia arruolata nella città della Lanterna e l’altra nella capitale del Regno.
Essi dettero una così squallida prova di sé che, con la scusa di sostituire due compagnie di Carabinieri Reali fatti rientrare dalla Sardegna per ragioni militari, quei trecento uomini furono nascosti nell’isola, e la storia non ci parla più di loro, tanto da fare dubitare che essi siano mai realmente esistiti.
Nelle cronache genovesi e torinesi, però, si trova notizia del fatto che pochi o nessuno di loro sapeva leggere e scrivere ed i delegati di polizia non gradivano averli alle dipendenze, anche perché la gente continuava a chiamarli Apparitori, stesso nome di quelli che precedevano le carrette con i cadaveri degli appestati, suonando una campanella, in modo che la gente si chiudesse in casa onde evitare ogni contatto con i morti ed i monatti che li conducevano nei luoghi dove sarebbero stati bruciati.
Varie volte ci fu il tentativo di riunire le guardie municipali, costituendo il “Corpo delle Guardie di Città”, ma esso non ebbe mai successo. Finché nel 1919 il governo Nitti costituì le Guardie Regie, soprattutto per riassorbire i reduci meridionali, che avevano dovuto subire la mannaia del congedamento forzato, che si abbatté soprattutto sui bersaglieri.
Per disarmare le Guardie Regie, che avevano dato pessima figura di sé, uccidendo indiscriminatamente dimostranti e loro commilitoni vittime di fuoco amico, tutti i prefetti usarono noi carabinieri e la Cavalleria, affidandoci l’ingrato compito di circondare le loro caserme e disarmarli.
A Torino, insieme con gli alpini, ne dovemmo uccidere cinque, e noi contammo decine di feriti.
Ma allora, mi chiederete, quando è nata la Polizia di Stato?
Ciò accadde il 2 aprile 1925 con la legge n°382 che sancisce il “passaggio del ruolo specializzato dell’Arma alla diretta dipendenza del ministero dell’Interno, per la costituzione del corpo degli agenti di Pubblica Sicurezza”, gli unici che possono accampare una perfetta continuità con l’attuale Polizia di Stato.
Mussolini, in realtà, voleva solo pararsi il culo, perché quel ruolo specializzato dell’Arma citato dalla legge corrispondeva ai nostri militari che facevano servizio in borghese alle dipendenze delle Procure del Re, alcuni dei quali erano impegnati, proprio allora, nelle indagini relative al delitto Matteotti.
Nella sostanza il Duce, seppure su base volontaria, e concedendo a tutti aumenti di stipendio nonché promozioni di grado, volle assicurarsi che quegli investigatori dipendessero da lui e non più dal Re.
È triste, ma è proprio così, i poliziotti sono nati da una nostra costola, e con una finalità per nulla commendevole.
Il Comando Generale dell’Arma, perché inghiottisse quel boccone amaro, fu autorizzato ad un arruolamento straordinario di altri ottomila carabinieri.
Circa la Guardia di Finanza, che essendo ricchissima la sua storia se l’è inventata completamente, arrivando alla ridicolaggine di millantare una nascita nel 1774 con il nome di Legione Truppe Leggere, senza rendersi conto che si trattava di soldati arruolati da Vittorio Amedeo III per proteggere i contrabbandieri dalle incursioni delle guardie della gabella francesi, dobbiamo risalire alla legge 367 del 9 luglio 1906, che li modella avendo come punto di riferimento, apertamente dichiarato, l’Arma dei Carabinieri.
Torno al titolo da cui ero partito: noi Carabinieri siamo effettivamente nati 206 anni fa, chiamandoci così da allora e fino ad oggi, senza i trucchi cosmetici della Polizia e della Guardia di Finanza, che da noi derivano.
Ne abbiamo combinate di tutti i colori, di cotte e di crude, soprattutto da Napoli in giù, e la nostra presunzione di autoreferenzialita’ ci ha portato addirittura ad intavolare trattative con la mafia.
Nel nostro seno coltiviamo i ROS, quella Gestapo che tante volte ha scritto pagine inqualificabili e che Falcone avrebbe voluto sciogliere quando ideò la DIA.
Ma, malgrado tutto, restiamo ancora quanto di meglio ci sia al mondo, come sta scritto nel Braimi Report delle Nazioni Unite.
Se ci amate davvero, aiutateci a migliorarci, restando severi giudici del nostro operato.
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