Nicolo Gebbia

Il cane del re di Thailandia e Dudù

Il nonno dell’attuale re di Thailandia fu collega di corso di mio padre in Accademia a Modena fra il 1940 ed il 1942.I principi di sangue erano due.
Di quello afghano, poi stabilitosi a Roma in esilio, vi ho già parlato diffusamente in un altro articolo, mentre di quello thailandese so poco, e ricordo solo quello che mi raccontò papà a proposito della foto (di prammatica per tutto il corso) insieme con il principe Umberto, Ispettore di Fanteria e Cavalleria. Al thailandese, di cui mio padre ricordava solo che avesse dei piedi enormi, fu delegata una ambasceria per il principe, visto che nessuno avrebbe potuto punirlo. Doveva rappresentare l’estrema ed eccessiva severità degli allievi scelti appartenenti al corso precedente, ai quali era devoluta la disciplina in camerata.
Il più stronzo di tutti era Eugenio Cefis, tanto stronzo che portava il monocolo già da allievo. Il thailandese, però, visto che lui era trattato benissimo, non ne voleva sapere di farsi ambasciatore della protesta e allora lo spinsero giù dalla terza fila in alto, finché cadde proprio ai piedi di Umberto, il quale lo sollevò, gli fece anche una carezza sul volto ed a pranzo lo volle alla sua tavola. Che sia anche riuscito a sedurlo dubito. L’attuale re, suo nipote, è un grande originale, e per salvarsi dal Coronavirus ha affittato un un intero albergo nella rinomata località sciistica di Garnisch-Partenkirchen, sulle alpi bavaresi.9Rama X, oltre alle venti concubine, si è portato dietro la moglie ufficiale ed il loro cagnolino, che si annoia perché è l’unico animale rimasto nell’albergo.
È così che il re ha telefonato al Cavaliere, rifugiatosi in Provenza, come sapete, per chiedergli di raggiungerlo insieme con Dudu’.
C’è una sola condizione posta dal re: non vuole olgettine, e nemmeno Marta Fascina, la sua nuova compagna.
Gli ha detto che in cambio l’intero harem reale sarà a sua disposizione.
Accetto scommesse alla pari: secondo me Berlusconi preferirà la Baviera sia alla Provenza che alle sue residenze delle Bahamas.Ma Garnisch-Partenkirchen mi ricorda una delle più ambite fra le centotre’ prede del mio carniere.
Fu in occasione del Festino di Santa Rosalia del 1975, quando fui comandato con un plotone di carabinieri di seguire la navetta ruotata della Santuzza, e sul lungomare feci amicizia con una coppia di giovani sposi tedeschi, Rolf e Veronica (Vroni) Rapp.Spiegai loro, in inglese, la storia di Santa Rosalia, e fui invitato, quando avessi finito il servizio, a bere un bicchiere di whisky a bordo del loro piccolo cabinato a vela, che si trovava ancorato all’attuale molo Guardia di Finanza, lungo il braccio interno della diga foranea, nel porto di Palermo.
Siccome la processione finiva in Cattedrale, a poche decine di metri dal mio Battaglione, riuscii a riportare in caserma i carabinieri per la mezzanotte e saltai subito sul mio maggiolino cabriolet.
Ai finanzieri esibii il tesserino rosso, ed esattamente a mezzanotte ed un quarto ero davanti alla barca, una splendida jollen tedesca d’anteguerra che descrivo nel mio secondo romanzo Toro Farnese.
Avevo dimenticato di dirvi che Vroni era una bellissima rossa naturale con gli occhi verdi, più bella ancora di mia cugina Eloisa Princiotta, che mi aveva appena lasciato.
Non era stato uno di quei tanti abbandoni pilotati da me di cui ho ampiamente parlato a proposito della mia carriera di uomo senza qualità.
Mi aveva proprio spezzato il cuore, e solo a mia moglie, vent’anni dopo, è riuscita l’impresa di farmela dimenticare definitivamente. Oggi,quando voglio farla incazzare, telefono ad Eloisa e leggo a voce alta le lettere di grande ed imperituro amore che mi aveva scritto durante i pochi mesi di separazione che le furono sufficienti per abbandonarmi.I due tedeschi erano in viaggio di nozze e la jollen, eredità paterna di Rolf, era stata trasportata su un carrello fino a Venezia, lì varata e rialberata, con l’intenzione di raggiungere Palma di Maiorca.La barca era meravigliosa, tutta di mogano , dipinta a flatting, e Rolf me la mostrò con molto orgoglio mentre sua moglie portava nel pozzetto la guantiera di cannoli che avevo fatto procurare, miracolosamente, dal mio brigadiere Minnella il quale, in cambio, ebbe la promessa che la volta successiva nella quale fossimo usciti con il carro armato, al passaggio sotto casa sua gli avrei ceduto il posto in torretta, per farsi bello col figlio, bambino, affacciato al balcone.Erano dodici cannoli, e bevendo un ottimo Johnny Walker etichetta nera, che io ebbi cura di fare annacquare abbondantemente, ne mangiammo dieci.
Alla fine Rolf crollò, e Vroni, alticcia, mi prese per mano, portandomi in cabina, dove sistemò quel triangolino di legno che serviva per trasformare le due cuccette di prua in un lettone, e mi violento’.
Io ero imbarazzato, mi sembrava una brutta azione da fare a suo marito, e comunque l’avevo guardata fino a quel momento con lo stesso occhio di quando mi ero innamorato di Eloisa, quello del cuore, e non della minchia. Sarà stato questo insieme di circostanze ma, certo, la mia erezione non finiva mai e quella bella ragazza, sempre impalata su di me, ebbe tempo di venirsene due volte.
Fu allora che mi invitò a Garnisch-Partenkirchen, dove la sua famiglia aveva uno chalet. Andai via all’alba, per essere alle otto in caserma, e Rolf ancora dormiva. Quell’ultimo bacio sulla bocca che mi dette sua moglie non lo scorderò mai.In caserma, però, mi aspettava una brutta sorpresa.Il carabiniere autista del camion che ci aveva portato fino al lungomare, non avendo ricevuto ordini, alle cinque del mattino aveva chiamato da una cabina telefonica pubblica, parlando con il capitano di ispezione, il terribile Francesco Milillo. Come già vi ho raccontato in altre circostanze, egli era un ufficiale di complemento trattenuto, che mi odiava cordialmente ed aspettava sempre l’occasione di potermi rovinare con una punizione disciplinare.
Il mio comandante di compagnia, Alessandro Zincone, riuscì ad evitare che tutto fosse messo per iscritto, e me la cavai con un richiamo orale, l’unica punizione mai inflittami nel corso della mia carriera. La cosa più difficile fu resistere alla tentazione di cercare l’autista del camion e chiedergli come aveva potuto essere così coglione da assomigliare a quel soldato giapponese dimenticato su un’isola deserta che seppe solo trent’anni dopo della guerra persa dal suo paese. Persi anche il numero di telefono tedesco dei coniugi Rapp, che Vroni mi aveva appuntato con tanta cura su un foglietto insieme con il loro indirizzo. Aiutatemi a trovarlo, vorrei sapere se il loro è stato un matrimonio felice e se Vroni è ancora bella ora che ha 70 anni come me.

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