Nicolo Gebbia

Una brutta avventura

Mi vedete, nella foto di copertina, in braccio ad Alima, la nostra governante di Mogadiscio.
La foto fu scattata perché lei voleva un ricordo che testimoniasse il nostro rapporto nel momento in cui era convinta che mia madre l’avesse licenziata.
Cosa era successo?
Come ogni mattina mi aveva portato a spasso nei giardini che circondavano la Cattedrale di Mogadiscio (una copia di quella di Cefalù), ma tornò da sola.”E Sergio?”le urlò mia madre. In quell’italiano pieno di infiniti che parlavano la maggior parte dei somali, Alima rispose che mi aveva ceduta ad una distinta signora bianca, della quale, però, non conosceva il nome e neppure l’indirizzo. La mamma, in preda ad una lucida follia, si precipitò correndo ai giardini pubblici, ma non mi trovò e nessuno le seppe dare utili indicazioni. Disperata entrò nella Cattedrale per rivolgere una preghiera, e finalmente mi vide. Ero inginocchiato accanto ad una signora di mezz’età, con le mani giunte in preghiera, come le aveva lei, e, quando la mamma mi prese in braccio, urlando “questo è mio figlio”, la signora portò il dito indice alle labbra e le fece cenno di uscire all’aperto.
Sul sagrato, alle rimostranze di mia madre, le spiegò che Alima la conosceva bene, e che era solita intrattenersi con me ogni mattina, quando mi incontrava ai giardinetti.
Quel giorno le ero parso tanto bello (“un cherubino”) che aveva pensato di portarmi davanti all’altare della Madonna, cui aveva rivolto la preghiera di potere avere un figlio anche lei. Ciò smontò le ire di mia madre che però, tornata a casa, intimò ad Alima gli otto giorni. La giovane donna chiese a Pompei, l’attendente di mio padre, di scattarle la foto che vedete, perché voleva conservare un mio ricordo.Poi cominciò a raccogliere le sue cose, per portarle nella capanna della sua famiglia, che abitava in una bidonville a ridosso della città. Capì che avrebbe dovuto fare due viaggi, e decise di portarmi con sé per esibirmi a genitori e fratelli. Mi trovavo con loro quando scoppiò una jaquerie, fomentata dal Movimento dei Giovani Somali. Tutti i militari, mio padre compreso, rimasero consegnati in caserma. Alima ebbe la saggezza di capire che quel bambino bianco con i capelli rossi stava rischiando moltissimo, e mi trattenne nel tucul dei suoi genitori per le quarantottore che durarono i disordini. La mamma, sola in casa, senza telefono, senza notizie né mie né di mio padre, entrò in paranoia e pensò che fosse opportuno mettere il colpo in canna alla pistola automatica Radom Vis calibro 9 parabellum che le aveva regalato mio padre a Belet-Uen quando volle concorrere ai campionati di tiro contro le zucche lanciate nello Scebeli, vincendoli.
Malgrado la mira infallibile, l’emozione le fece un brutto scherzo ed involontariamente partì un colpo. Nella sua paranoia, mia madre cercò subito il foro in una parete o in un mobile, senza trovarlo.
Credette allora di essere impazzita, e di avere solo immaginato quanto era realmente accaduto.
Quando finalmente, dopo due giorni, la tentata ribellione fu sopita (e nascosta alle cronache), mio padre ed Alima si incontrarono prima di arrivare a casa.
La ragazza gli spiegò quanto accaduto e papà le disse: “Con la signora ci parlo io, tu ascolta e non mi contraddire”.
Come andò a finire?
Quando finalmente mamma recuperò la ragione (sembrava impazzita), papà le disse che Alima mi aveva nascosto in un carrettino e portato in caserma, dove ero rimasto al sicuro per tutto il tempo della sedizione.
Fu perdonata e rimase con noi fino a quando rientrammo in Italia.
Alima era di “cabila schiava”, ed Hussein, il nostro cuoco, che aveva imparato la cucina bolognese dalle suore, era invece di “cabila nobile”. Per tutti quegli anni non le rivolse mai la parola, ed i due comunicavano tra loro attraverso Pompei, l’attendente di papà.
Quando tornammo in Italia e ci stabilimmo a Roma, in via Gaspare Gozzi, gli impiegati della Gondrand, nel rimontare i mobili che avevano trasportato da Mogadiscio, fecero notare ai miei genitori che la preziosa scrivania proveniente dal castello di Motta d’Affermo, regalata a mia madre per le sue nozze dal principe di Torremuzza, aveva una pallottola incastrata in una delle sue gambe.
Papà, che era un po’ agnostico, raccontava tutto quello che avete letto con molto divertimento. Mia madre, invece, ancor oggi che ha 95 anni, sostiene che fu la punizione del Padreterno per la progettata rapina di cui ho raccontato lo scorso 30 dicembre.
Tutto è bene quel che finisce bene, tranne il fatto che il cherubino con i riccioli rossi, precocemente galante, è diventato un vecchio pingue e calvo.

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