Nicolo Gebbia

Bloccato in ascensore con Saverio Borrelli

  • Bloccato in ascensore con Saverio Borrelli. Giunsi a Milano, da Marsala, nel settembre del 1986, ed il mio primo incarico fu in Tribunale. Il Palazzo di Giustizia era a quell’epoca il più grande edificio costruito in Europa nel 900, ed occupava , con le sue fondamenta, l’area di sedime della vecchia caserma che aveva ospitato un intero reggimento di cavalleria. L’architetto Piacentini l’aveva realizzato in puro stile fascista e la grandiosità era la chiave di lettura di ogni particolare, comprese le porte, tanto alte da lasciar credere che gli occupanti fossero tutti grandi e grossi come Polifemo. Andai subito a trovare una magistrata che si chiamava Magda Alessi, con la quale da ragazzino, quando abitavo a Legnano, avevo gareggiato , nel giardino della sua villetta, alla periferia nord di Milano, a chi riusciva ad andare più in alto sull’altalena. Siamo del 50 entrambi, quindi avevamo allora 36 anni. Fu imbarazzante la laconica freddezza della sua accoglienza e compresi di avere commesso un passo falso. Mi risparmiai allora quello successivo, e cioè una visita a suo padre, Alessandro Alessi, presidente del Tribunale . Mi presentai al magistrato più importante, il presidente della corte d’appello, detto P6(primo presidente professor Piero Paiardi pirla)dai colleghi, e da me riscontrato d’intelligenza sopraffina, altro che pirla. Fu quindi la volta del procuratore generale, nominato da poco, Adolfo Beria d’Argentine, gran signore, e del Procuratore della Repubblica, Mauro Gresti, che sembrava la reincarnazione del generale Radetzky, e che occupava un ufficio arredato con mobili disegnati dallo stesso architetto Piacentini con quella grandiosità che vi dicevo. Gresti sarebbe andato in pensione di li a poco, così come Alessi. Artefice della loro successione fu Piero Paiardi, che acconsenti’ al nome di Saverio Borrelli, appartenente alla corrente di sinistra di Magistratura Democratica , in cambio dell’assenso di tale corrente alla successione di Alessi alla presidenza del Tribunale. Perché? Segui i soldi diceva Falcone. Sotto il successore di Alessi, la sezione fallimentare di Milano, che dal presidente dipende, fu coinvolta in un enorme scandalo generato dal pentimento di un cancelliere banalmente pizzicato a vendere come nuove delle marche da bollo che staccava da vecchi fascicoli. Fu come Mario Chiesa per Tangentopoli. Si scoprì che ogni ditta decotta prima di fallire spostava la sua sede legale a Milano, ed i tre magistrati della sezione fallimentare andavano in giro il primo con una Lamborghini Miura, il secondo con una Ferrari Testa Rossa ed il terzo, più modesto, con una veloce BMW. Nei mesi precedenti l’elezione , Borrelli ogni mattina guidava la processione dei magistrati, quasi tutti della procura generale, che alle 10 andavano a prendere il caffè al bar del Tribunale. Il titolare, un vero ras, aveva sistematicamente impedito macchinette automatiche installate nel palazzo. Una volta fui coinvolto e gentilmente invitato, e ricordo ancora il commento di Borrelli all’uscita dal bar della donna che aveva spodestato Ilda Boccassini dal trono della più bella del reame, che Ilda aveva detenuto per anni : “ Com’è bella, sembra una cerbiatta!” Si riferiva a Celestina Gravina, sostituto procuratore appena destinato a Milano. Quando finalmente divento’ Procuratore, Borrelli occupò provvisoriamente l’ufficio dell’aggiunto Minale, sfrattandolo. Dopo circa sei mesi finalmente i lavori furono ultimati, ed una vocina mi sussurrò che il sindaco Pillitteri aveva storto il muso quando gli avevano presentato il conto finale, ottocento milioni di lire. Incuriosito trovai una scusa per andarlo a trovare. Un ospite ordinario come me doveva attraversare la sala riunioni, che trovai assolutamente uguale a come l’aveva concepita Piacentini. C’era un ‘enorme tavolo lungo 28 metri e largo circa 4 al centro, attorno al quale c’erano quaranta sedie imbottite di pelle, con gli schienali che sovrastavano la testa. Dal lato dell’ufficio del Procuratore la sedia era più imponente, ed aveva anche i braccioli. Finalmente raggiunsi l’ufficio del capo, che mi attendeva seduto su una poltrona dorata del 700, e tutto nell’ufficio era rigorosamente coevo ed altrettanto rigorosamente rivestito d’oro zecchino: l’enorme scrivania ( 580 milioni) ed i due salottini che stavano ai lati della porta d’ingresso . Alle pareti splendidi quadri di Brera, ne ricordo uno che assomigliava alla Tempesta ed altri due che ritraevano dei viceré spagnoli di Milano. Non gli risparmiai i complimenti, che apprezzò molto, e ricordo che ci tenne a precisarmi che i quadri giacevano impolverati nei magazzini della pinacoteca e che aveva concluso un accordo per cui , se gli fossero venuti a noia, avrebbe potuto cambiarli con degli altri a sua scelta. Il mio collega Paolo La Forgia, allora comandante del Nucleo Informativo ( la DIGOS dei carabinieri), aveva scoperto la stessa fonte di approvvigionamento, e nel suo ufficio aveva l’enorme ritratto di un giovane gentiluomo inglese con i pantaloni corti , i calzettoni, ed un calzascarpe di corno in mano. Tanto gli assomigliava, alto e magro come lui, che mi riuscì di convincere tutti circa il fatto che si trattasse di un ritratto giovanile del mio collega. Quando anni dopo La Forgia andò a Napoli a notificare a Berlusconi durante il G7 l’avviso di garanzia, contemporaneamente alla sua pubblicazione sulla prima pagina del Corriere della Sera in un articolo firmato da Goffredo Buccini e Gianluca Di Feo, si favoleggia che Borrelli avesse promesso a La Forgia un Rubens per il suo ufficio. Dico si favoleggia, perché da Brera quel Rubens , un gentiluomo con la gorgiera elisabettiana al collo, non è mai uscito. Per farsi perdonare lo misero al comando del Nucleo Investigativo di Roma. Ma voglio tornare all’ufficio del Procuratore appena ultimato. Fu in quella circostanza che compresi una cosa fondamentale: tutti i magistrati del Palazzo di Giustizia erano ostaggi del sindaco pro tempore di Milano, in capo al quale incombeva non solo l’ordinaria manutenzione di quella costosissima reggia, ma anche lo stesso riscaldamento. E vengo al titolo dell’articolo. Un pomeriggio, intorno alle 18, mi ero appena infilato nell’ascensore al quarto piano, lato via Freguglia, quando arrivò Borrelli mentre le porte si stavano chiudendo. -Buonasera Presidente, va anche lei al piano terra?- – — Grazie si, capitano- Premendo il bottone vidi un graffito che mi era sfuggito e che faceva seguire al nome Ilda un aggettivo particolarmente volgare . -Cosa guarda con tanta attenzione, capitano?- Arrossii, e dissi, mentendo, che stavo cercando di leggere cosa ci fosse scritto accanto al bottone rosso dell’allarme. Mi rispose:- C’è scritto che il bottone fa suonare l’allarme nell’ufficio dell’ascensorista del comune, e conseguentemente di attendere fiduciosi che la sua voce microfonata spieghi man mano le fasi del salvataggio- Però tutto questo è vero fino alle 14. Dopo quell’ora, l’allarme suona nella guardiola del carabiniere di leva che si trova alla porta carraia di via Freguglia, e sono grossi problemi – Non aveva finito di dirlo che l’ascensore si bloccò.? Pochi secondi dopo una voce giovanile disse : – Pronto, pronto , che succede? Risposi io con autorevolezza : – Sono il capitano dei carabinieri Nicolò Gebbia, si qualifichi.- – Sono il carabiniere Sanna Efisio, signor capitano, agli ordini- – -Sanna , faccia venire subito al microfono il sottufficiale di servizio, gli dica che è una questione di vita o di morte- Al brigadiere spiegai la delicatezza della situazione e devo dire che ne fu all’altezza , perché tre quarti d’ora dopo eravamo fuori. Li trascorremmo parlando di equitazione, la nuova e fresca passione del Procuratore. Gli raccontai della medaglia nel salto ad ostacoli vinta da mio padre a Roma nel 38, consegnatagli personalmente da Hitler insieme con una macchina fotografica Voitglander, e della monta Caprilli così faticosa da conseguire. Insomma voi mi conoscete, Borrelli non si annoiò. Da allora ad ogni cerimonia , se il posto a sedere riservato a lui non era quello consono al suo rango, mi cercava con gli occhi ed io sapevo che non avrei avuto pace fino a quando non fosse stato seduto in prima fila. Lo rividi per l’ultima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, dove proiettavano Salvate il soldato Ryan per la serata inaugurale.Lui era in smoking , io con l’uniforme da cerimonia estiva, giacca bianca e farfallino nero. Attesi prudentemente che fosse seduto ad un posto degno del suo rango, e solo dopo andai a salutarlo. Fu caloroso, non me lo aspettavo. Lo rimpiango ora sopratutto per la signorilità con cui si è mantenuto fuori dai giochi dopo il pensionamento. E capisco che per colpire con tanta determinazione la lobby di Bettino , il cui cognato da sindaco di Milano aveva soddisfatto ogni suo costoso capriccio, ci vuole una faccia di bronzo di cui io non sarei stato capace.
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