Nicolo Gebbia

Antonio Gramsci appassionato lettore di gialli. Passi liberamente tratti dai Quaderni di Gramsci

Nell’«Italia letteraria» del 9 novembre 1930 è riportato qualche brano di un articolo di Filippo Burzio (nella «Stampa» del 22 ottobre) sui Tre Moschettieri di Dumas. Il Burzio li considera una felicissima personificazione, come il Don Chisciotte e l’Orlando Furioso, del mito dell’avventura, «cioè di qualcosa di essenziale alla natura umana, che sembra gravemente e progressivamente straniarsi dalla vita moderna. Quanto più l’esistenza si fa razionale e organizzata, la disciplina sociale ferrea, il compito assegnato all’individuo preciso e prevedibile, tanto più il margine dell’avventura si riduce, come la libera selva di tutti fra i muretti soffocanti della proprietà privata… Il taylorismo è una bella cosa e l’uomo è un animale adattabile, però forse ci sono dei limiti alla sua meccanizzazione. Se a me chiedessero le ragioni profonde dell’inquietudine occidentale, risponderei senza esitare: la decadenza della fede e la mortificazione dell’avventura». «Vincerà il taylorismo o vinceranno i Moschettieri? Questo è un altro discorso e la risposta, che trent’anni fa sembrava certa, sarà meglio tenerla in sospeso. Se l’attuale civiltà non precipita, assisteremo forse a interessanti miscugli dei due».
La quistione è questa: che c’è sempre stata una parte di umanità la cui vita è stata sempre taylorizzata, e che questa umanità ha cercato di evadere dai limiti angusti dell’organizzazione esistente che la schiacciava, con la fantasia e col sogno. La più grande avventura, la più grande «utopia», che l’umanità ha creato collettivamente, la religione, non è un modo di evadere dal mondo terreno? E non è in questo senso che Marx parlava di «oppio del popolo»? Adesso la quistione si «aggrava» per il fatto che la razionalizzazione della vita minaccia di colpire le classi medie e intellettuali in una misura inaudita: quindi preoccupazioni e scongiuri ed esorcismi. Ma il fenomeno è vecchio almeno come le religioni. Letteratura popolare come «oppio del popolo»: lo spunto è stato già annotato in altro quaderno a proposito del Conte di Montecristo.”

Diversi tipi di romanzo popolare:
” Esiste una certa varietà di tipi di romanzo popolare ed è da notare che, seppure tutti i tipi simultaneamente godano di una qualche diffusione e fortuna, tuttavia prevale uno di essi e di gran lunga. Da questo prevalere si può identificare un cambiamento dei gusti fondamentali, così come dalla simultaneità della fortuna dei diversi tipi si può ricavare la prova che esistono nel popolo diversi strati culturali, diverse «masse di sentimenti» prevalenti nell’uno o nell’altro strato, diversi «modelli di eroi» popolari. Fissare un catalogo di questi tipi e stabilire storicamente la loro relativa maggiore o minore fortuna ha pertanto una importanza ai fini del presente saggio:
1)Tipo Victor Hugo – Eugenio Sue (I Miserabili, I Misteri di Parigi): a carattere spiccatamente ideologico-politico, di tendenza democratica legata alle ideologie quarantottesche;
2)Tipo sentimentale, non politico in senso stretto, ma in cui si esprime ciò che si potrebbe definire una «democrazia sentimentale» (Richebourg – Decourcelle ecc.);
3)Tipo che si presenta come di puro intrigo, ma ha un contenuto ideologico conservatore-reazionario (Montépin);
3) Il romanzo storico di A. Dumas e di Ponson du Terrail, che oltre al carattere storico, ha un carattere ideologico-politico, ma meno spiccato: Ponson du Terrail tuttavia è conservatore-reazionario e l’esaltazione degli aristocratici e dei loro servi fedeli ha un carattere ben diverso dalle rappresentazioni storiche di A. Dumas, che tuttavia non ha una tendenza democratico-politica spiccata, ma è piuttosto pervaso da sentimenti democratici generici e «passivi» e spesso si avvicina al tipo «sentimentale»;
5)Il romanzo poliziesco nel suo doppio aspetto (Lecocq, Rocambole, Sherlock Holmes, Arsenio Lupin);
6)Il romanzo tenebroso (fantasmi, castelli misteriosi ecc: Anna Radcliffe ecc);
7)Il romanzo scientifico d’avventure, geografico, che può essere tendenzioso o semplicemente d’intrigo (J. Verne – Boussenard).
Ognuno di questi tipi ha poi diversi aspetti nazionali (in America il romanzo d’avventure è l’epopea dei pionieri ecc.). Si può osservare come nella produzione d’insieme di ogni paese sia implicito un sentimento nazionalistico, non espresso retoricamente, ma abilmente insinuato nel racconto. Nel Verne e nei francesi il sentimento antinglese, legato alla perdita delle colonie e al bruciore delle sconfitte marittime è vivissimo: nel romanzo geografico d’avventure i francesi non si scontrano coi tedeschi, ma con gli inglesi. Ma il sentimento antinglese è vivo anche nel romanzo storico e persino in quello sentimentale (per es. George Sand). (Reazione per la guerra dei cento anni e l’assassinio di Giovanna D’Arco e per la fine di Napoleone).
In Italia nessuno di questi tipi ha avuto scrittori (numerosi) di qualche rilievo (non rilievo letterario, ma valore «commerciale», di invenzione, di costruzione ingegnosa di intrighi, macchinosi sì ma elaborati con una certa razionalità). Neanche il romanzo poliziesco, che ha avuto tanta fortuna internazionale (e finanziaria per gli autori e gli editori) ha avuto scrittori in Italia; eppure molti romanzi, specialmente storici, hanno preso per argomento l’Italia e le vicende storiche delle sue città, regioni, istituzioni, uomini. Così la storia veneziana, con le sue organizzazioni politiche, giudiziarie, poliziesche, ha dato e continua a dare argomento ai romanzieri popolari di tutti i paesi, eccetto l’Italia. Una certa fortuna ha avuto in Italia la letteratura popolare sulla vita dei briganti, ma la produzione è di valore bassissimo.
L’ultimo e più recente tipo di libro popolare è la vita romanzata, che in ogni modo rappresenta un tentativo inconsapevole di soddisfare le esigenze culturali di alcuni strati popolari più smaliziati culturalmente, che non si accontentano della storia tipo Dumas. Anche questa letteratura non ha in Italia molti rappresentanti (Mazzucchelli, Cesare Giardini ecc.): non solo gli scrittori italiani non sono paragonabili per numero, fecondità, e doti di piacevolezza letteraria ai francesi, ai tedeschi, agli inglesi, ma ciò che è più significativo essi scelgono i loro argomenti fuori d’Italia (Mazzucchelli e Giardini in Francia, Eucardio Momigliano in Inghilterra), per adattarsi al gusto popolare italiano che si è formato sui romanzi storici specialmente francesi. Il letterato italiano non scriverebbe una biografia romanzata di Masaniello, di Michele di Lando, di Cola di Rienzo senza credersi in dovere di inzepparla di stucchevoli «pezze d’appoggio» retoriche, perché non si creda… non si pensi… ecc. ecc. È vero che la fortuna delle vite romanzate ha indotto molti editori a iniziare la pubblicazione di collane biografiche, ma si tratta di libri che stanno alla vita romanzata come la Monaca di Monza sta al Conte di Montecristo; si tratta del solito schema biografico, spesso filologicamente corretto, che può trovare al massimo qualche migliaio di lettori, ma non diventare popolare.
È da notare che alcuni dei tipi di romanzo popolare su elencati hanno una corrispondenza nel teatro e oggi nel cinematografo. Nel teatro la fortuna considerevole di D. Niccodemi è certo dovuta a ciò: che egli ha saputo drammatizzare spunti e motivi eminentemente legati all’ideologia popolare: così in Scampolo, nell’Aigrette, nella Volata ecc. Anche in G. Forzano esiste qualcosa del genere, ma sul modello di Ponson du Terrail, con tendenze conservatrici. Il lavoro teatrale che in Italia ha avuto il maggior successo popolare è La Morte Civile del Giacometti, di carattere italiano: non ha avuto imitatori di pregio (sempre in senso non letterario). In questo reparto teatrale si può notare come tutta una serie di drammaturghi, di grande valore letterario, possono piacere moltissimo anche al pubblico popolare: Casa di Bambola di Ibsen è molto gradita al popolo delle città, in quanto i sentimenti rappresentati e la tendenza morale dell’autore trovano una profonda risonanza nella psicologia popolare. E cosa dovrebbe essere poi il così detto teatro d’idee se non questo, la rappresentazione di passioni legate ai costumi con soluzioni drammatiche che rappresentino una catarsi «progressiva», che rappresentino il dramma della parte più progredita intellettualmente e moralmente di una società e che esprime lo sviluppo storico immanente negli stessi costumi esistenti? Queste passioni e questo dramma però devono essere rappresentati e non svolti come una tesi, un discorso di propaganda, cioè l’autore deve vivere nel mondo reale, con tutte le sue esigenze contraddittorie e non esprimere sentimenti assorbiti solo dai libri.

Sul romanzo poliziesco:
” Il romanzo poliziesco è nato ai margini della letteratura sulle «Cause Celebri». A questa, d’altronde, è collegato anche il romanzo del tipo Conte di Montecristo; non si tratta anche qui di «cause celebri» romanzate, colorite con l’ideologia popolare intorno all’amministrazione della giustizia, specialmente se ad essa si intreccia la passione politica? Rodin dell’Ebreo Errante non è un tipo di organizzatore di «intrighi scellerati» che non si ferma dinanzi a qualsiasi delitto ed assassinio e invece il principe Rodolfo non è, al contrario, l’«amico del popolo» che sventa altri intrighi e delitti? Il passaggio da tale tipo di romanzo a quelli di pura avventura è segnato da un processo di schematizzazione del puro intrigo, depurato da ogni elemento di ideologia democratica e piccolo borghese: non più la lotta tra il popolo buono, semplice e generoso e le forze oscure della tirannide (gesuiti, polizia segreta legata alla ragion di Stato o all’ambizione di singoli principi ecc.) ma solo la lotta tra la delinquenza professionale o specializzata e le forze dell’ordine legale, private o pubbliche, sulla base della legge scritta. La collezione delle «Cause Celebri», nella celebre collezione francese, ha avuto il corrispettivo negli altri paese; fu tradotta in italiano, la collezione francese, almeno in parte, per i processi di fama europea, come quello Fualdès, per l’assassinio del corriere di Lione ecc. … L’attività «giudiziaria» ha sempre interessato e continua a interessare: l’atteggiamento del sentimento pubblico verso l’apparato della giustizia (sempre screditato e quindi fortuna del poliziotto privato o dilettante) e verso il delinquente è mutato spesso o almeno si è colorito in vario modo. Il grande delinquente è stato spesso rappresentato superiore all’apparato giudiziario, addirittura come il rappresentante della «vera» giustizia: influsso del romanticismo, I Masnadieri di Schiller, racconti di Hoffmann, Anna Radcliffe, il Vautrin di Balzac.
…Il tipo di Javert dei Miserabili è interessante dal punto di vista della psicologia popolare: Javert ha torto dal punto di vista della «vera giustizia», ma l’Hugo lo rappresenta in modo simpatico, come «uomo di carattere», ligio al dovere «astratto» ecc.; da Javert nasce forse una tradizione secondo cui anche il poliziotto può essere «rispettabile». Rocambole di Ponson du Terrail. Gaboriau continua la riabilitazione del poliziotto col «signor Lecoq» che apre la strada a Sherlock Holmes…Non è vero che gli Inglesi nel romanzo «giudiziario» rappresentano la «difesa della legge», mentre i Francesi rappresentano l’esaltazione del delinquente. Si tratta di un passaggio «culturale» dovuto al fatto che questa letteratura si diffonde anche in certi strati colti. Ricordare che il Sue, molto letto dai democratici delle classi medie, ha escogitato tutto un sistema di repressione della delinquenza professionale …In questa letteratura poliziesca si sono sempre avute due correnti: una meccanica – d’intrigo – l’altra artistica: Chesterton oggi è il maggiore rappresentante dell’aspetto «artistico» come lo fu un tempo Poe: Balzac con Vautrin, si occupa del delinquente, ma non è «tecnicamente» scrittore di romanzi polizieschi. ”

Letteratura popolare. Origini popolaresche del superuomo:
“Per i rapporti tra il basso romanticismo e alcuni aspetti della vita moderna (atmosfera da Conte di Montecristo) è da leggere un articolo di Louis Gillet nella «Revue des deux mondes» del 15 dicembre 1932.”

Origini popolaresche del «superuomo»:
” Lo si trova nel basso romanticismo del romanzo d’appendice: in Dumas padre: Conte di Montecristo, Athos, Giuseppe Balsamo, per esempio. Ora: molti sedicenti nicciani non sono che… dumasiani che più tardi, con imparaticci nicciani, hanno «giustificato» lo stato d’animo creato dalla lettura del Conte di Montecristo. ”

Fin qui Gramsci, di cui mi piace citare anche che Il 6 ottobre del 1930, egli scrive dal carcere a sua cognata Tatiana, per ringraziarla di avergli mandato i “I racconti di Padre Brown” di Chesterton.
Nella lettera fa un raffronto fra il sacerdote investigatore e Sherlock Holmes che definisce “un ragazzetto pretenzioso”.
Scrive per l’esattezza: “Sherlock Holmes è il poliziotto protestante che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown, il prete cattolico che, attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorìo di casistista morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno”.
Conclude la lettera affermando che la qualità della scrittura di Chesterton è migliore rispetto a quella di Conan Doyle.
Fra me e Gramsci c’è un rapporto particolarissimo, che io ascrivo alla imperscrutabilità del fato.
La mia prima tenenza fu quella di Ales, dove giunsi il 15 settembre del ’77.
Affacciandomi dalla finestra del mio ufficio, a quattro metri di fronte, c’era una bella insegna luminosa del caffè Lavazza e, sotto di essa, la lapide nella quale veniva ricordato che proprio in quella casa era nato Antonio Gramsci.
La municipalità poco tempo prima aveva speso una fortuna per rifare la vecchia piazza Antonio Gramsci, trasformandola in una modernissima, sulla quale campeggiava la scultura di Joe Pomodoro inneggiante al potere taumaturgico del Sole.
All’inaugurazione avevano partecipato, oltre che il Presidente della Camera ed il Presidente del Senato, anche il figlio di Gramsci, che indossava la sua uniforme di ufficiale della Marina Sovietica.
Scoprii poi che, a fronte di un padre intrallazzista, impiegato del catasto di Ales, finito in carcere per qualche giorno a causa di una brutta storia di bustarelle, e poi trasferito a Ghilarsa per rifarsi una verginità, il nonno di Gramsci era stato un ufficiale della gendarmeria borbonica, transitato nell’Arma dopo l’unità. Andò in pensione col grado di tenente colonnello,lo sapevate?
Tre anni dopo, quando ormai avevo maturato l’anzianità di capitano ed aspettavo solo che la Corte dei Conti ratificasse la promozione per consentirmi di indossare la terza stelletta, avevo negoziato con il capitano medaglia d’oro Barisone che sarei succeduto a lui, promosso maggiore, nel comando della compagnia di Ozieri.Dovevo però pagare pegno, custodendo nelle due camere di sicurezza della caserma, senza farmi domande, l’enorme collezione di armi da guerra da lui illecitamente detenute, che comprendeva anche un mortaio da 81 ed una mitragliatrice Breda. Barisone si rendeva conto che non avrebbe potuto trasferire tutta quella santa barbara in continente, dove era stato destinato.
Per inciso, la sua carriera si concluse proprio con il grado di colonnello, a Torino, in un ufficio burocratico militare, perchè da comandante provinciale di Brescia era incappato nella pignoleria di quella Procura della Repubblica circa un paio di pistole automatiche irregolarmente detenute. Lo invidio molto però, perchè anche se io sono andato in pensione da generale , lui, quando è morto, ha avuto, in funzione della medaglia d’oro, i funerali di Stato più solenni, con la bara trasportata su un affusto di cannone ed un’intera compagnia di militari che la seguivano, marciando con solennità,a passo cadenzato.
Già mi vedevo ad Ozieri, quando accaddero due imprevisti.
Il primo consistette nel fatto che la Aeronautica degli Stati Uniti, nell’innalzare, sul monte Arci, un altissimo traliccio che avrebbe costituito un vertice del triangolo equilatero all’interno del quale si sarebbero svolti i duelli virtuali fra i suoi aerei da caccia, aveva spianato, per una larghezza di 5 metri ed una lunghezza di 500, tutta la vegetazione che si trovava fra il traliccio e la strada bianca camionabile preesistente.Si trattava di arbusti, ma, secondo la legislazione speciale della Regione Sardegna, l’ingegnere californiano artefice dello scempio, alla guida di un Carterpillar, era responsabile di gravi reati ambientali, esattamente come se avesse abbattuto una foresta di querce secolari. Mi fu mandato un potentissimo avvocato romano, nella convinzione che io avessi in tasca la soluzione del problema.Il legale arrivò in un pomeriggio di pioggia, ed entrando nel mio ufficio, si avvicinò subito al calorifero che si trovava sotto la finestra.
Fu così che, leggendo la lapide che vi ho già descritto, esclamò testualmente: “Ah. Quel porco di Gramsci è nato proprio qui!”.
Reagii come se mi avesse dato uno schiaffone, e gli risposi: “Avvocato, ma porco perchè?”. Poi gli spiegai che l’unica soluzione praticabile era che l’ingegnere tornasse subito in California, dopo avere sottoscritto una dichiarazione in cui si assumeva tutta la responsabilità per lo scempio dei cespugli sardegnoli, che in un paio d’anni sarebbero ricresciuti più folti e più alti che pria. Dando la massima pubblicità al rimpatrio, probabilmente l’Unione Sarda e la Nuova Sardegna avrebbero transitato la notizia dalle prime pagine ad un trafiletto di cronaca nell’arco di una settimana.
Fu proprio quello che accadde, ma non avevo messo in conto che Armando Corona, futuro di lì a poco Grande Maestro della Massoneria Italiana, all’epoca parlamentare regionale repubblicano, nonchè titolare della condotta medica di Ales, nella quale si succedevano di anno in anno giovani dottori interinali, avrebbe tuonato contro di me alla Legione Carabinieri di Cagliari, chiedendo che il “tenente amico di Gramsci” fosse rimandato in continente, perchè in Sardegna era persona sgradita.
Il secondo imprevisto mi inibì anche il ritorno in continente, dove ogni anno scrivevo come mie preferenze, nell’ordine, Milano, Firenze, Roma.
Mio padre ricevette una lettera in cui gli chiedevo che mi prestasse otto milioni di lire perchè volevo comprare, come aveva appena fatto il mio collega Nastrucci, una villetta a schiera a Villasimius, vicino al mare.
Per giunta, durante la mia ultima licenza, gli avevo detto che mi ero innamorato della bellissima Anna Maria Montaldo, e che mi sarei messo d’impegno a corteggiarla, perchè si convincesse a sposarmi.
Senza dirmi nulla scrisse una lettera al Comandante Generale dell’Arma, Umberto Cappuzzo,suo collega di corso d’Accademia.
Anni dopo me la fece leggere e ricordo che in essa lamentava che io mi fossi insabbiato in Sardegna, mentre lui avrebbe voluto vedermi accasato dalle sue parti, e concludeva con il famoso: mogli e buoi dei paesi tuoi.
Fu così che mi trovai a comandare la compagnia di Marsala, mio malgrado.Io dalla Sicilia ero scappato, quando, pur da un osservatorio poco privilegiato come il Battaglione Mobile di Palermo, mi ero reso conto delle strane collusioni fra certi comandanti della Legione ed i cugini Salvo.Per ferragosto dell’ ’81, sull’isola di Mothia, proprio il Generale Cappuzzo, che ci aveva condotto Donna Maria Pia Fanfani, in mia presenza spiegò al Sovraintendente alle Antichità Vincenzo Tusa, il quale ci raccontava come i cugini gli avessero offerto un miliardo di lire per consentire loro una lottizzazione di villette a ridosso dei templi di Selinunte, che il mio trasferimento a Marsala era stato determinato da lui , oltre perchè sollecitato da mio padre, anche per fare un dispetto ad Andreotti, che , su sollecitazione di Ignazio e Nino Salvo, aveva chiesto al Comando Generale di inviare a Marsala il tenente Milillo, in modo che potesse curare gli interessi che i cugini mantenevano nella natìa Salemi, che era una stazione carabinieri dipendente dalla compagnia di Marsala. Ed ogni volta che, negli anni successivi, il padre del collega, generale Milillo, incontrava il mio, gli diceva: “Ma tuo figlio ancora a Marsala è?”. Quando poi feci togliere il porto di pistola ad Ignazio Salvo, che ogni anno gli concedeva la Questura di Trapani, malgrado fosse residente a Palermo, il generale Milillo, al cocktail d’addio del colonnello Sateriale, apostrofò malamente mio padre dicendogli: “Tuo figlio non sa come si trattano certi altissimi personaggi.Devi insegnargli a campare!”.
A Marsala dovetti languire sei anni, prima di ottenere il tanto agognato trasferimento a Milano, ed unica mia consolazione, in tutte le avventure di altissima mafia che dovetti affrontare, visto che avevo competenza anche su Mazara del Vallo, era il fatto che il comando della compagnia fosse ubicato al numero 16 di corso Gramsci.
Amo come lui la letteratura poliziesca, ed oggi, che sono un vecchio pensionato, cerco di praticarla trasfondendo nei miei romanzi le esperienze vissute in servizio.

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