Nicolo Gebbia

Anni confusi

Sto parlando degli anni che vanno dal 1975 alla strage di Via D’Amelio.
Era un’epoca in cui il fronte antimafia annoverava anche degli irregolari come certi agenti del SISDE, nato formalmente nel 1977, ma che aveva nel suo DNA, purtroppo, il virus dell’Ufficio Affari Riservati (quello del mio collega gourmet Federico Umberto D’Amato).
Noi carambas avevamo affrontato con grande disinvoltura la guerra al terrorismo rosso appoggiandoci in larga misura agli uomini che aveva selezionato Carlo Alberto Dalla Chiesa e che non firmavano nulla di quello che avevano scoperto, per la parte che avevano deciso fosse riferita alla magistratura.
A Milano, per qualche tempo, toccava a me quella firma, in quanto Comandante del Nucleo Investigativo.
Una volta che si persero una carta, Borrelli mi disse : “Lei firma, lei è il responsabile”.
Mi toccò fare lo sciopero della firma per quindici giorni, ma alla fine saltò fuori quello che dicevano di essersi persi.
Pretesi, da allora, che i referti a mia firma fossero contenuti nel fascicolo che li aveva generati, in modo che potessi comprendere il pregresso sviluppo delle indagini.
Mi accorsi che c’erano carte che loro non volevano io vedessi.
Infatti la catalogazione attenta degli atti contenuti in un fascicolo mi consentiva di accorgermi quando uno di essi era stato sfilato prima di sottoporre l’intero incartamento alla mia attenzione.
Ed allora ricorsi, come estrema forma di protesta, alla firma “ogni 28 giorni “.
Vito Damiano, futuro sindaco di Trapani, mi chiese ” perché proprio ogni 28 giorni?” ed io gli risposi che quelle firme mi irritavano tanto da farmi venire le mestruazioni anticipate e che, quindi, avevo deciso che firmare solo il giorno dopo l’ultimazione del ciclo.
Dove voglio arrivare?
Cerco di spiegarvi che le verità nascoste della nostra Gestapo (il ROS) saranno rivelate solo quando ci sarà un pentito di buona volontà.
Per quanto riguarda quelle del SISDE la situazione è più pasticciata, quale può essere provocata da un pout- purri’ di perfidia geniale (leggi Contrada) e coglioneria degna di De Funes.
Vi porto un esempio di quest’ultima, il mio defunto amico Fabrizio Barbasetti Di Prun, nipote dell’omonimo generale di Corpo d’Armata alle cui raccomandazioni doveva il transito dal complemento al Servizio Permanente Effettivo.
Convinto di essere un grande investigatore, chiese allo zio di sponsorizzarlo con Dalla Chiesa per entrare a far parte dei suoi Nuclei Speciali, futuro ROS.
Carlo Alberto non poteva dire di no, perché la Commissione di Avanzamento che avrebbe dovuto giudicarlo per essere promosso generale di divisione era composta proprio da Barbasetti e dagli altri generali di Corpo d’Armata dell’Esercito.
Per lui era un momento cruciale, in quanto per tutta la vita aveva inseguito suo fratello Romolo, uno che aveva fatto l’Accademia di Modena e non veniva dal complemento come lui, ed addirittura il padre di entrambi, per pareggiare i conti, visto che Romolo aveva una vera medaglia d’argento al valor militare conseguita in guerra, ne aveva ottenuto una farlocca anche per Carlo Alberto, motivata in maniera contorta per le benemerenze accumulate negli anni in cui era stato coordinatore delle squadriglie di Corleone.
Malgrado ciò, da generale di brigata Romolo era ancora qualche posto davanti a Carlo Alberto.
Finalmente fu la P2 a consentire il sorpasso, perché a Romolo la Commissione d’Avanzamento non la perdonò lasciandolo brigadiere, mentre per Carlo Alberto, piduista come suo fratello, la Commissione volle credere a quello che avevano scritto i giudici Turone e Colombo, avallando la tesi difensiva del generale, e cioè che aveva voluto investigare sulla P2 come infiltrato, esattamente come aveva fatto infiltrando nelle Brigate Rosse Silvano Girotto, figlio di un carabiniere, noto dentro l’organizzazione terroristica con il soprannome di Frate Mitra.
Conoscete quel modo di dire antico che la legge è uguale per tutti, ma per gli amici si interpreta.
È esattamente quello che fecero Barbasetti e gli altri membri della Commissione d’Avanzamento, bocciando Romolo e promuovendo Carlo Alberto.
Fu così che il mio amico Barbasetti entrò nel Ruolo Normale dell’Arma e fu mandato a Napoli con gli uomini di Dalla Chiesa.
Gli assegnarono un’automobile Autobianchi 112 Abarth, che consumava più di una Roll Royce.
Un giorno percorreva Via Orazio, diretto a casa di una fidanzata, quando rimase senza benzina e lasciò che un distinto ragazzo napoletano lo aiutasse a mettere la macchina sul marciapiede. Dopo il randez vous con la fidanzata, che abitava lì vicino, chiese ad un carabiniere di venirlo a prendere con un’altra macchina, portando con sé un fustino di benzina, che però non servì a nulla perché non trovarono più la 112.
Sapendo che avrebbe perso la faccia nel denunciare l’accaduto, si lasciò coinvolgere dai suoi uomini che gli dissero esserci a Napoli un appuntato specializzato per quel genere di problemi, che aveva l’incarico di capo- officina del Battaglione Mobile. Questi, non riuscendo a trovare la macchina rubata, ne fece asportare una uguale che fu consegnata a Barbasetti, complice dell’inganno.
Fu possibile anche perché, proprio ai fini delle possibili infiltrazioni, gli uomini di Dalla Chiesa avevano automobili prive di radio a bordo.
Disgrazia volle che pochi giorni dopo la A112 fu sostituita con una Golf GTI 4 porte.
Le nostre macchine dismesse, all’epoca, prima di essere vendute all’asta venivano riconsegnate al Servizio Automobilistico dell’Esercito, dove si accorsero che il numero del telaio era diverso da quello riportato nel libretto.
E fu così che Dalla Chiesa si liberò del mio collega, promosso e rimosso ad agente del SISDE.
Mandato alla sede di Palermo, un giorno Contrada gli dette l’incarico di sistemare delle microspie ambientali nella villetta disabitata posseduta al mare da un mafioso di Villagrazia di Carini. Barbasetti si portò dietro mio fratello Paolo, appena entrato nel SISDE, e mentre cercavano di penetrare dentro l’abitazione, lui, corpulento, che reggeva la corda usata da Paolo ( leggero ed atletico) per calarsi sopra un balcone, scivolò sul tetto ed andò a finire in un bidone pieno di acqua piovana.
I vicini del mafioso, che evidentemente avevano l’ordine di vigilare durante la sua assenza, accesero dei riflettori, e tenendo puntata una doppietta chiamarono il 113.
Quando arrivò l’auto della Polizia, come da regole di ingaggio mio fratello e Barbasetti si fecero ammanettere in flagranza di reato e solo in Questura mostrarono i documenti che li volevano appartenenti alla Polizia di Stato.
Quando finalmente furono al cospetto di un funzionario, chiesero che fosse convocato Contrada, l’unico che poteva garantire per loro.
Il funzionario era esasperato, perché due ladri così, vestiti di nero, con il mephisto sulla testa e per giunta la faccia mascariata come fossero stati negri non li aveva visti mai.
Per giunta, alla sua domanda se fossero agenti del SISDE, entrambi rispondevano di no.
A colmare la misura Barbasetti, ottimo conoscitore della lingua inglese, parlava come fosse stato un americano che padroneggiava male il nostro idioma (Oliver Hardy, avete presente?).
Finalmente dopo che Contrada ebbe esibito i loro documenti firmati dal Presidente del Consiglio, pote’ riportarseli in ufficio, nel palazzone di Via Roma che aveva al pian terreno gli uffici della CIT (Compagnia Italiana Turismo).
A Barbasetti mise in mano una penna stilografica, dicendogli: “Questa me l’ha regalata mia moglie, ma se ci scrivi subito la tua domanda di dimissioni, te ne faccio volentieri omaggio”.
Poi volle restare solo con mio fratello, al quale disse: “Io voglio credere che tu abbia avuto solo la disgrazia di far coppia con un coglione, ma se mai dovessi accorgermi che sei coglione pure tu, mi viene l’orticaria al pensiero di doverlo spiegare a tuo padre e a tuo zio Peppuccio”.
Mio fratello, in realtà, è tutt’altro che un coglione, e spesso usa nei miei confronti quella frase manzoniana che dice: “La sua parte di intelligenza il buon Dio l’ha data a me.
Io allora m’incazzo e lo presento come l’ “Agente 000”.
Non voglio tediarvi ulteriormente, ma tutti questi ricordi mi sono tornati alla mente leggendo il pezzo odierno dell’amico Lo Bianco e di Sandra Rizza sul Fatto Quotidiano circa l’uso, assolutamente irregolare che Giovanni Falcone faceva delle virtù investigative possedute dall’agente Nino Agostino, in forza al Commissariato San Lorenzo, e di fatto suo uomo di fiducia, tanto abile da avere scoperto il doppio gioco di Contrada e di “Faccia di Mostro”.
Ma non solo, perché nelle sue trasferte trapanesi aveva individuato quella strana strutturatelo SISMI, il centro Scorpione, che aveva sede presso il vecchio aeroporto militare, donde sono partite tante misteriose missioni per il nord Africa, la Palestina e la Siria, legate alle nostre esportazioni clandestine di armi, ma con risvolti che ancora oggi inquietano e sono tutti da chiarire.
Dubito che i tre mafiosi per i quali Scarpinato ed i suoi sostituti chiedono il rinvio a giudizio, in qualità di mandante l’uno ed esecutori gli altri, in relazione all’omicidio di Agostino e sua moglie, saranno mai condannati con sentenza definitiva.
Io però mi sono convinto della loro colpevolezza.
Quello che invece più mi intenerisce il core è il povero Emanuele Piazza, scomparso di lupara bianca.
Quando frequentava il liceo scientifico all’Istituto Gonzaga, fucina gesuitica di tanti giovani appartenenti alla Palermo Bene, condivideva il banco proprio con mio fratello Paolo, ma, mentre la potente famiglia Gebbia non ebbe difficoltà a fare assumere un giovanotto che, come in quel film con Renato Pozzetto, aveva come unica referenza il diploma di investigatore privato conseguito per corrispondenza, il povero Emanuele aveva solo le promesse di Contrada, che secondo me lo ha sacrificato per chissà quale ambigua finalità. Anche Barbasetti ha fatto una triste fine, perché dimessosi dal Sisde, l’Arma ha continuato ad usarlo nel circuito dei battaglioni mobili, finché a Bolzano , amareggiato e depresso, se lo è portato via la cirrosi epatica.

Ti potrebbe interessare anche?