Nicolo Gebbia

Americani cattivi maestri dei carabinieri

Gli americani cattivi maestri dei carabinieri. Alla fine di agosto del 2002 mi trovavo a Sarajevo ed ero allegro perché mi era stato appena notificato il trasferimento a Palermo , dove il generale Gualdi sperava che catturassi Provenzano. Quella mattina rintracciai Sergio De Caprio e gliene detti notizia. Mi rispose testualmente: “E tu lo prenderai !” Sembrava sottointendere: “ A te riuscirà quello che a me non viene concesso neanche di provare”. Al processo trattativa è emerso che in quell’epoca Ultimo supplicava vanamente Mori di mettergli a disposizione uomini e mezzi per quello scopo. Mentre così mi compiacevo fui chiamato all’alto comando americano, dove un colonnello di cui non dico il nome perché porta iella, e che era l’aiutante di campo del generale Sylvester(“ io sono il padrone della Bosnia”), mi disse che la loro intelligence aveva identificato in città tre personaggi che avevano intenzione di celebrare il primo anniversario dell’11 settembre con un attentato esplosivo all’ospedale militare, gestito dai tedeschi, che era l’obiettivo meno guarnito della città. Io gli risposi che secondo me ancor meno guarnita era l’accademia militare iugoslava, dove i nostri alpini avevano lasciato sguarnito il lato che dava sulla facciata perché quell’edificio era ancora pieno di trappole esplosive e loro non avevano avuto il coraggio di bonificarlo. Il colonnello tagliò corto e mi spiegò che ci saremmo tolti la curiosità dopo avere catturato i tre aspiranti attentatori , esaminando il materiale loro sequestrato. L’arresto avremmo dovuto eseguirlo noi carabinieri, perché i soldati americani non erano legittimati a farlo. Dopo 48 ore di preparazione, all’alba del terzo giorno intervenimmo in tre indirizzi diversi dello stesso quartiere, dove facemmo prigionieri tre giovani di circa trent’anni, ancora insonnoliti e palesemente sorpresi. Sequestrammo tutte le carte che trovammo, ed anche un grosso computer. Di armi ed esplosivi nemmeno l’ombra.Ricordo ancora la fatica dei due poveri carabinieri che espiantarono quell’enorme cervello elettronico IBM di archeologica concezione. Volli assistere all’interrogatorio di uno dei tre che veniva definito l’ideologo della cellula. Ce lo fecero portare ammanettato in un’edificio che sembrava una grande semisfera alta quasi venti metri, e si incazzarono perché non lo avevamo incappucciato, disponendo che lo fossero gli altri due in attesa del loro turno per essere “esaminati”. L’ideologo fu spogliato nudo e sottoposto ad una accuratissima visita medica. Gli fecero poi indossare una tuta color arancione e lo condussero in un locale enorme, che aveva come tetto la cupola che ho detto ed un pavimento di cemento grezzo costellato di occhielli d’acciaio del diametro di 10 centimetri. Lo fecero inginocchiare e gli assicurarono ogni mano, dietro l’asse delle spalle, ad uno di tali occhielli. Fu solo a quel punto che il carabiniere che era con me poté recuperare le sue manette, e fummo entrambi invitati ad andarcene. Io risposi che non mi sarei allontanato da lì fino alla fine dell’interrogatorio, e minacciai di chiamare il mio amico Petreus se non me lo permettevano. Mi fu concesso e vi descrivo quello che vidi nei tre quarti d’ora successivi : un americano si sistemò alle spalle dell’inginocchiato ed uno di fronte a lui. Man mano che quest’ultimo gli rivolgeva le domande, quello che stava dietro, dopo aver ascoltato la risposta , con le dita della mano destra faceva cenno ad un uno, un due o un tre. Ci misi poco a capire che uno stava per “è sincero”, due per “mente” e tre per “ non lo so”. Quando ebbero finito , quello che usava la mano come un semaforo mi disse : “ Cosa credevi, che lo avremmo torturato?”. Il prigioniero mi fu riconsegnato con le ginocchia che sanguinavano ed io lo feci salire nella mia Land Rover modificata, sul sedile anteriore, fra me e l’autista, al quale dissi di dirigersi verso l’infermeria del nostro reggimento, che distava 500 metri . Solo dopo che gli ebbero medicato e bendato le ginocchia lo riaccompagnai , sempre senza manette, all’interno del comando americano, presso una specie di mini prigione che era gestita da soldati dell’esercito albanese. Volle stringermi la mano e mi disse una battuta che aveva orecchiato al cinema: “ Italiani brava gente”. Ero già in viaggio per Palermo l’11 settembre successivo , ed a Sarajevo non successe nulla. I tre furono scarcerati 48 ore dopo la cattura con tante scuse, e l’ideologo si tolse anche lo sfizio di scroccare agli americani un computer nuovo, visto che nessuno riuscì a reimpiantare il vecchio IBM che gli avevamo sequestrato. Seppi poi che la dritta relativa alla presunta cellula proveniva dal contingente olandese, notoriamente gentaglia disinformata e pettegola, come ho avuto modo di illustrare in altri precedenti articoli. Circa l’incappucciamento da cui sono partito , dopo quella di ieri avanzo oggi un’altra ipotesi: che l’artefice , nel corso della sua carriera, come spesso accade a noi carabinieri, abbia avuto il cattivo esempio proprio dagli americani durante una delle tante missioni in cui noi siamo i loro ascari preferiti.

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