Nicolo Gebbia

Savoia: un Pantheon alternativo per l’arrogante famiglia

In risposta a Emanuele Filiberto che ha dichiarato: “Il mio bisnonno Vittorio Emanuele III va sepolto al Pantheon, non in un posto qualsiasi”

Pochi sanno che i duchi di Savoia ottennero la corona regia perchè, solo per sette anni (dal 1713 al 1720), furono re di Sicilia. Lo sancì il trattato di Utrecht, che poneva fine a decenni di guerre europee, nelle quali i duchi, ed era una loro specialità, mettevano le proprie soldataglie mercenarie , piemontesi e svizzere, a disposizione del contendente che appariva come il più probabile vincitore, strappandogli però la clausola che, se le sorti della guerra volgevano a suo sfavore, i Savoia erano autorizzati a transitare con il nemico, in modo da essere comunque presenti dal lato giusto del tavolo dei negoziati di pace.

La Spagna però, cui i duchi di Savoia avevano scippato il regno di Sicilia con l’appoggio dell’Inghilterra, considero’ subito che essi avevano avuto troppo, essendo Sicilia e Lombardia le due gemme più’ fulgide del loro impero.  Fu così che riequilibrarono i conti con il trattato dell’Aia del 1720, preceduto da quello di Londra del 1718: la Sicilia fu permutata con la Sardegna, mantenendo pero’in capo ai Savoia la corona regia, mai cinta da nessuno nell’isola dei nuraghe, che era stata indipendente fino al 1420, quando Guglielmo IV di Narbone  aveva venduto per 100.000 fiorini d’oro l’isola ed i suoi abitanti, che insieme (terra ed uomini) formavano il Giudicato d’Arborea, ad Alfonso V d’Aragona .

Vi risparmio la storia della repubblica di Sassari, e dei possedimenti delle repubbliche marinare di Genova e Pisa sull’isola, per non tediarvi.

Oggettivamente, quando Castiglia, Leon ed Aragona si fusero nel regno di Spagna, la Sardegna ne entro’ a far parte, e divenne regno solo quando i Savoia, re di Sicilia, permutarono obtorto collo le due isole.Tanto poco erano contenti, che, diversamente dalla fastosa incoronazione di Palermo di sette anni prima, il re rimase in Piemonte, delegando un viceré.

Bisognerà aspettare quasi un secolo perchè un re di Sardegna si trasferisca materialmente nell’isola, complice Napoleone, che annesse il Piemonte al territorio metropolitano francese con l’armistizio di Cherasco del 1796. Cosa resto’ a noi siciliani dei sette anni in cui fummo savoiardi? Solo i biscotti.

Il re ci portò via anche il nostro migliore architetto, quel Filippo Juvarra, maestro del barocco, a cui si devono il palazzo reale di Torino, la regia di Stupinigi, quella della Venaria Reale , il castello di Rivoli,  la basilica di Superga e la chiesa di Santa Cristina.

Ai sardi andò decisamente meglio, i servi della gleba divennero contadini proprietari grazie alla confisca dei grandi latifondi spagnoli, pagati a prezzo di mercato con i soldi che venivano dal Piemonte e dai forzieri siciliani.

Con l’editto delle chiudende, poi, purché’ piantassero delle viti,  ebbero anche accesso alla piccola nobiltà. In cambio dovettero solo morigerare un pò gli splendidi costumi delle loro donne, che tanto piacevano ai soldati svizzeri della guarnigione, perchè i gesuiti trovavano intollerabile il diffuso uso dei loro corpetti “maliziosi”.

Ed è con questa annotazione che tanto piacerà a Vittorio Emanuele, noto apprezzatore di escort in gioventù, ( il figlio pare  abbia preso invece da nonno Umberto), che lo  invito a mettersi in contatto con Leoluca Orlando, il quale,  dopo aver traslato Giovanni Falcone nel Pantheon dei Siciliani, la chiesa di San Domenico, accanto a Francesco Crispi e Ruggero Settimo, potrebbe essere attratto dall’idea di ospitare nello stesso luogo anche Sciaboletta e la regina Elena, magari nella cappella più bella, quella degli estinti principi di Torremuzza, dove i due sovrani potrebbero intrattenersi con il  principe, senatore del Regno, e sua moglie, nata La Tremoille , dama di corte della regina Elena.

Sia ben chiaro che nella Cattedrale, invece, posto non ce n’è, perché’ quello è territorio metropolitano tedesco, da quando ne ha preso possesso  la Fondazione Federico II, che trasferisce da Bonn ogni anno a Palermo un sacco di soldi, per la manutenzione ed il restauro delle tombe degli imperatori di Germania e di quanto nell’isola fu da essi realizzato. Poscritto: cara Vanna Marchi, tu che per il tramite del marchese Capra del Carrè, cognato di Vittorio Emanuele per avere sposato la sorella di Marina Doria, sei vicina alla famiglia, spiega loro gli incommensurabili vantaggi mercantili di una  così proficua traslazione.