Nicolo Gebbia

๐‹’๐ž๐ซ๐จ๐ž ๐๐ฎ๐š๐ญ๐ญ๐ซ๐จ๐œ๐œ๐ก๐ข ๐œ๐ž๐ง๐ฌ๐ฎ๐ซ๐š๐ญ๐จ

Il 13 aprile 2004 (io, a Bassora, ero il Capo di Stato Maggiore del contingente italiano) quattro italiani lasciarono Bagdad su un veicolo guidato da un autista iracheno.
Tre di loro (Stefio, Agliana e Cupertino) dovevano rientrare in Italia.
Il quarto, Quattrocchi, aveva il compito di accompagnarli allโ€™aeroporto di Amman e poi rientrare a Bagdad. Egli era uno dei soci dell’agenzia di sicurezza ๐‘ท๐’“๐’†๐’”๐’Š๐’…๐’Š๐’–๐’Ž e si trovava con i compagni in Iraq per proteggere il personale di una societร  che si occupava di telefonia.
Il viaggio fu sfortunato, perchรฉ ad un posto di blocco americano i soldati a stelle e strisce fecero cambiare percorso ai cinque occupanti dell’autovettura, in quanto l’autostrada era oggetto di continui attacchi da parte dei miliziani sciiti di Mouktada Al Sadr. Dopo questa deviazione l’autista iracheno, che non conosceva bene l’itinerario alternativo, portรฒ i quattro italiani alle porte di Falluja proprio in bocca ad un gruppo di terroristi che si erano autoproclamati Falangi Verdi di Maometto, erano appena nati e desiderosi di farsi pubblicitร  sequestrando degli occidentali.
In cambio della liberazione chiedevano che le truppe italiane lasciassero l’Iraq, e per farci vedere che facevano sul serio, giustiziarono Quattrocchi davanti alle loro telecamere.
La guardia giurata italiana ebbe un comportamento stoico e dignitosissimo, al punto di urlare nella nostra lingua una frase che non dimenticherรฒ mai: “๐‘ฝ๐’Š ๐’‡๐’‚๐’„๐’„๐’Š๐’ ๐’—๐’†๐’…๐’†๐’“๐’† ๐’„๐’๐’Ž๐’† ๐’Ž๐’–๐’๐’“๐’† ๐’–๐’ ๐’„๐’‚๐’Ž๐’†๐’“๐’‚๐’•๐’‚ ๐’Š๐’•๐’‚๐’๐’Š๐’‚๐’๐’”.
Non voglio tediarvi, ed in ogni caso gli altri tre furono liberati dopo cinquantotto giorni di prigionia in un ๐’ƒ๐’๐’Š๐’•๐’› delle forze speciali statunitensi.
La nostra diplomazia non ebbe nessun ruolo, ed anzi commise l’errore di non credere ad un giovane iracheno che si presentรฒ all’ambasciata italiana di Bagdad con la parola d’ordine segreta che uno dei quattro, Salvatore Stefio, aveva confidato ad un amico prima di lasciare l’Italia. Dopo il sequestro quell’amico aveva telefonato in ambasciata a Bagdad, riferendo ai carabinieri della sicurezza la parola d’ordine convenuta, ma il giovane iracheno non fu neanche fatto entrare nella sede diplomatica, dove avrebbe riferito che i terroristi, disperando di riuscire nel loro ricatto, avevano deciso di uccidere i tre. La loro liberazione fu un colpo di culo assolutamente indipendente dalla ignavia ed incompetenza della unitร  di crisi costituita alla Farnesina.
Io le parole di Fabrizio Quattrocchi le ho ascoltate con le mie orecchie all’interno del Comando di Divisione britannico di Bassora, e quando mi accorsi che i media italiani ne avevano una versione censurata della parola “๐’„๐’‚๐’Ž๐’†๐’“๐’‚๐’•๐’‚”, telefonai a tutti i miei amici giornalisti italiani, raccontando la veritร , ma nessuno volle credermi.
Lo faccio ora a sedici anni di distanza e chiedo a tutti voi se l’eroismo di Fabrizio Quattrocchi sia sminuito dal suo credo politico. Da vecchio ๐’•๐’“๐’๐’›๐’Œ๐’Š๐’”๐’•๐’‚ m’inchino davanti al ๐’„๐’‚๐’Ž๐’†๐’“๐’‚๐’•๐’‚ Quattrocchi e mando a quel paese chiunque la pensi diversamente.

Ti potrebbe interessare anche?