Nicolo Gebbia

๐‰๐ข๐ฆ๐ฆ๐ฒ ๐๐ข ๐‚๐จ๐๐จ๐ ๐ง๐จ

Mi rifugio nella memoria e nel patriottismo, disgustato dall’attualitร .
Ho avuto la debolezza, per l’intera mattina, di ascoltare l’๐ด๐‘Ÿ๐‘–๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ก๐‘–๐‘Ÿ๐‘Ž, incentrata sulla possibile realizzazione del ponte sullo Stretto.
Capisco che tutto รจ relativo, e che i poveri sardegnani inseguono noi siciliani portandosi dietro alcuni secoli di ritardo mai colmato.
Quando i Savoia per la prima volta furono costretti a viverci davvero nell’Isola dei Giganti (che perรฒ col passare dei millenni si sono ridotti agli uomini piรน bassi d’Europa), essi si resero conto che un gentiluomo per spostarsi da Cagliari a Sassari lo poteva fare solo via nave, e fu cosรฌ che venne costruita la Carlo Felice.
Due secoli dopo toccรฒ a Mussolini che dotรฒ la Sardegna delle littorine a scartamento ridotto, munite di potenti motori ๐‘‘๐‘–๐‘’๐‘ ๐‘’๐‘™.
Da allora mi pare che non ci siano state sostanziali novitร , eppure i sardegnani, come i cavallini della Giara di Gesturi, non si lamentano mai.
L’unica cosa che li preoccupa รจ il prezzo del latte prodotto dalle loro capre.
Perchรฉ li ho paragonati ai cavallini della Giara? Quasi mezzo secolo fa, quando comandavo la tenenza di Ales, ebbi l’onore di vedere pubblicata sull’Unione Sarda una mia teoria. Fu in seguito alla scoperta archeologica che mi procurรฒ l’amicizia di Ferruccio Barreca, il piรน grande conoscitore della Sardegna fenicio-punica. Mi resi conto che un insediamento di origine nuragica, giร  noto ma mai attenzionato, era stato utilizzato dai romani per trasformarlo in un piccolo accasermamento, proprio sul bordo scosceso della Giara, dal lato di Barumini. Barreca dovette ammettere che il vasellame rinvenuto era inequivocabilmente tardo Romano, e mi disse che cosรฌ avevo demolito ogni sua precedente teoria. Trovai anche traccia, questa facilmente riscontrabile, di una trasferta sardegnana fatta dal comandante dei pretoriani di non ricordo quale imperatore, a cavallo fra il terzo ed il quarto secolo, allo scopo di approvvigionare il suo reparto di cavalli.
Argomentai, ๐ถ๐‘œ๐‘š๐‘๐‘’๐‘›๐‘‘๐‘–๐‘œ ๐‘‘๐‘– ๐‘–๐‘๐‘๐‘œ๐‘™๐‘œ๐‘”๐‘–๐‘Ž dell’Esercito Italiano alla mano, che la Giara sembra proprio essere il luogo ideale per un allevamento di cavalli, perchรฉ non ha bisogno di recinzione, essendo sufficiente sorvegliare solo quel ristretto punto in cui essa degrada a valle.
Osservai poi che i cavallini, unici al mondo e ben diversi dai pony, sono dolicomorfi, con quel loro collo sottile e le zampe tanto snelle. Nel loro piccolo non hanno nulla da invidiare ad un purosangue berbero.
Ed รจ proprio lรฌ, nel Maghreb, che i soldati romani avevano trovato la materia prima per i loro cavalli da guerra, velocissimi ed assolutamente parchi, tanto da poter restare anche una settimana senza abbeverarsi. I romani poi li rinsanguarono in Spagna con degli enormi cavalli provenienti dall’attuale Lorena, che ne elevarono la statura, ed infine insegnarono loro un trucchetto che consente all’animale di ergersi sulle zampe posteriori, ed atterrare con le anteriori sul petto del nemico appiedato.
รˆ esattamente quello che ancor oggi fanno i lipizzani, trasferiti ai tempi di Carlo V dalla Spagna a Lipizza.
Ma osservate i cavalli della Camargue e quelli della Giara: cambiano le dimensioni, per il resto sono assolutamente uguali.
Secondo la mia teoria pubblicata dall’Unione Sarda (sarรฒ grato a chi ne trovasse traccia), alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente l’allevamento militare della Giara fu abbandonato, ed i cavalli, a forza di riprodursi fra loro, divennero piccoli come li vediamo oggi, secondo un principio genetico ben noto.
Ecco, รจ esattamente quello che รจ successo ai giganti che popolavano la Sardegna nuragica: sono diventati i nanerottoli di oggi.
Perรฒ il loro sangue รจ purissimo, e, piccoletti come sono, hanno la piรน alta percentuale di centenari d’Europa.
Mi chiederete: “๐‘€๐‘Ž ๐‘๐‘œ๐‘ ๐‘Ž ๐‘’๐‘’๐‘›๐‘ก๐‘Ÿ๐‘Ž ๐ฝ๐‘–๐‘š๐‘š๐‘ฆ ๐‘‘๐‘– ๐ถ๐‘œ๐‘‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ?”. Assolutamente nulla, ma non ho potuto resistere alla tentazione di fare saltare i nervi al mio amico Atzei.

Jimmy di Codogno. Lo conobbi appena arrivato a Milano, nell’autunno del 1986.
Era un nero (dire negro pare che sia reato) alto circa un metro e novanta, di corporatura possente, dell’apparente etร  di circa sessant’anni.
Era venuto in tribunale a trovare il suo amico maresciallo Gianfaldone, il quale me lo presentรฒ e volle subito sottolineare che mi trovavo al cospetto di un pezzo della storia d’Italia, convincendolo a raccontarmela di persona.
Egli mi spiegรฒ che il nonno, un capo tribรน eritreo, era morto nella battaglia di Adua del 1898, al fianco del suo comandante, il maggiore Turitto. In funzione di ciรฒ lui era stato cresciuto imparando ad odiare Menelik e tutti i suoi discendenti.
Arruolatosi negli ๐‘๐‘Ž๐‘๐‘ก๐‘–๐‘’ฬ€ appena sedicenne, durante la guerra d’Etiopia era riuscito ad infiltrarsi nelle bande di Ras Tafari, e per ben tre volte, facendo il doppio gioco, aveva portato i suoi commilitoni in gole dove essi erano stati trucidati dalle bande capeggiate dal generale Maletti (padre di quello latitante in Sud Africa) .Era cosรฌ che Jimmy si ritrovรฒ, allo scoppio della guerra, a rivestire il grado massimo degli ๐‘๐‘Ž๐‘๐‘ก๐‘–๐‘’ฬ€, cioรจ quello di ๐‘†๐‘๐‘–๐‘ข๐‘š๐‘๐‘Ž๐‘ ๐‘๐‘–.
Il Duca d’Aosta l’aveva voluto allora direttamente al suo servizio come aiutante di battaglia. Sfuggito alla cattura quando il Duca si dovette arrendere, poche ore dopo si consegnรฒ ai britannici, spiegando loro che non sarebbe stato onorevole che essi privassero un principe di sangue di casa Savoia del suo fidato aiutante.
Si impegnรฒ, sul suo onore di soldato, che mai avrebbe tentato la fuga finchรฉ fosse rimasto vivo il Duca, ed in effetti mantenne la promessa, curandolo devotamente fino all’ultimo giorno della sua vita, che si concluse nel ๐‘™๐‘œ๐‘‘๐‘”๐‘’ kenyota di una aristocratica britannica, onorata di ospitarlo. Il giorno dopo si dette alla fuga, e raggiunse dopo molti mesi il suo villaggio in Eritrea. Ma la nostalgia per l’uniforme fu tale che nel 1948 si presentรฒ al consolato generale italiano di Alessandria d’Egitto, dove chiese di essere reintegrato nell’Arma e potere raggiungere l’Italia.
Arrivati a questo punto del suo racconto, si fermรฒ e mi disse che il resto della sua carriera, fino alla presa del potere da parte del generale Neghib, di Nasser e degli altri ufficiali Bahat, era coperto dal piรน rigido segreto militare, e si era impegnato sul suo onore a non rivelarlo mai a nessuno.
Lascio qui il mio amico Geraci libero di rivelarci tutte le perle che conosce circa l’essenziale ruolo che ebbe il ๐‘†๐ผ๐น๐ด๐‘… del generale Ettore Musco (che mio padre aveva avuto durante la Guerra di Liberazione come comandante di reggimento) nel colpo di stato antibritannico che spodestรฒ re Farouk, e portรฒ due anni dopo alla nazionalizzazione del Canale, malgrado l’intervento militare anglo-francese.
Fatto sta che Jimmy alla fine fu rimpatriato e reintegrato nell’Arma, che truppe indigene non ne aveva piรน, con il grado di Maresciallo Maggiore Aiutante di Battaglia. Dove si trovava Jimmy quando il Generale Dalla Chiesa, Comandante della Divisione Pastrengo, fu nominato Prefetto di Palermo? Era nella sua segreteria, in via Marcona, e Dalla Chiesa lo invitรฒ a seguirlo in quella nuova avventura.
Lascio la parola a Jimmy perchรฉ fu esattamente cosรฌ che egli gli rispose: “๐‘‡๐‘ข ๐‘ฃ๐‘Ž๐‘– ๐‘Ž ๐‘ƒ๐‘Ž๐‘™๐‘’๐‘Ÿ๐‘š๐‘œ ๐‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘“๐‘œ๐‘ก๐‘ก๐‘’๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘– ๐‘ ๐‘–๐‘๐‘–๐‘™๐‘–๐‘Ž๐‘›๐‘–, ๐‘š๐‘Ž ๐‘–๐‘œ ๐‘™๐‘– ๐‘๐‘œ๐‘›๐‘œ๐‘ ๐‘๐‘œ, ๐‘ž๐‘ข๐‘’๐‘™๐‘™๐‘– ๐‘“๐‘œ๐‘ก๐‘ก๐‘’๐‘Ÿ๐‘Ž๐‘›๐‘›๐‘œ ๐‘ก๐‘’. ๐‘ƒ๐‘’๐‘Ÿ๐‘‘๐‘œ๐‘›๐‘Ž๐‘š๐‘–, ๐‘๐‘’๐‘Ÿ ๐‘ž๐‘ข๐‘Ž๐‘›๐‘ก๐‘œ ๐‘–๐‘œ ๐‘ก๐‘– ๐‘ ๐‘–๐‘Ž ๐‘Ž๐‘“๐‘“๐‘’๐‘ง๐‘–๐‘œ๐‘›๐‘Ž๐‘ก๐‘œ ๐‘›๐‘œ๐‘› ๐‘ ๐‘’๐‘– ๐‘๐‘’๐‘Ÿ๐‘ก๐‘œ ๐‘–๐‘™ ๐ท๐‘ข๐‘๐‘Ž ๐‘‘’๐ด๐‘œ๐‘ ๐‘ก๐‘Ž. ๐ธ ๐‘œ๐‘Ÿ๐‘š๐‘Ž๐‘– ๐‘ ๐‘œ๐‘›๐‘œ ๐‘ก๐‘Ÿ๐‘œ๐‘๐‘๐‘œ ๐‘ฃ๐‘’๐‘๐‘โ„Ž๐‘–๐‘œ. ๐ด ๐ถ๐‘œ๐‘‘๐‘œ๐‘”๐‘›๐‘œ ๐‘š๐‘– ๐‘Ž๐‘ ๐‘๐‘’๐‘ก๐‘ก๐‘Ž๐‘›๐‘œ ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘š๐‘œ๐‘”๐‘™๐‘–๐‘’ ๐‘’ ๐‘ข๐‘›๐‘Ž ๐‘“๐‘–๐‘”๐‘™๐‘–๐‘Ž ๐‘โ„Ž๐‘’ ๐‘ฃ๐‘œ๐‘”๐‘™๐‘–๐‘œ ๐‘š๐‘Ž๐‘›๐‘‘๐‘Ž๐‘Ÿ๐‘’ ๐‘Ž๐‘™๐‘™’๐‘ข๐‘›๐‘–๐‘ฃ๐‘’๐‘Ÿ๐‘ ๐‘–๐‘ก๐‘Žฬ€”. A coronamento di tutto il suo racconto tirรฒ fuori da una borsa la foto del Duca d’Aosta, e quella della sua vedova, contenute in due cornici d’argento, entrambe con dedica autografa. Mi disse che la prima gli era stata regalata in Kenya da lui personalmente poco prima che entrasse in coma e la seconda dalla Duchessa, molti anni dopo, quando si era fatto ricevere per raccontarle gli ultimi giorni di vita di suo marito. Cosa lo portava il tribunale da Gianfaldone?
La speranza di essere aiutato nella ricostruzione della sua carriera, per ottenere una liquidazione che dimostrasse come essa non si era mai interrotta.
A Codogno voleva comprarsi casa, e la liquidazione gli serviva a quello scopo.
Gli promisi il mio interessamento, ma di fatto Gianfaldone me lo impedรฌ quando seppe che volevo scrivere un libro sulla storia di Jimmy, mentre lui giร  accarezzava l’idea che quella storia sarebbe stata raccontata da sua figlia nella tesi di laurea.
La reticenza di Gianfaldone ed il mio trasferimento dopo pochi mesi in via Moscova fecero il resto, e l’unica cosa che riuscii ad apprendere fu che la moglie di Jimmy era originaria del suo stesso villaggio, promessa a lui dalla nascita.
C’รจ qualcuno di Codogno che voglia rassicurarmi circa la sopravvivenza alla peste da parte delle due donne (Jimmy sarebbe piรน che centenario)?
Attendo con ansia notizie che spero positive.

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