Nicolo Gebbia

๐€๐ฅ๐ญ๐ซ๐ž ๐ฏ๐ž๐ซ๐ข๐ญ๐šฬ€ ๐ฌ๐œ๐จ๐ฆ๐จ๐๐ž ๐ฌ๐ฎ๐ฅ๐ฅ๐ž ๐ฉ๐ซ๐จ๐Ÿ๐ž๐ฌ๐ฌ๐ข๐จ๐ง๐ข๐ฌ๐ญ๐ž ๐๐ž๐ฅ ๐ฏ๐จ๐ฅ๐จ๐ง๐ญ๐š๐ซ๐ข๐š๐ญ๐จ

Quando arrivai a Sarajevo, nei primi di gennaio del 2002, una delle notizie piรน gustose che raccolsi subito circa la presenza italiana in Bosnia, riguardava una signora che aveva ricoperto il ruolo apicale dell’organo europeo che coordinava gli aiuti alla popolazione della Bosnia-Erzegovina, e la chiamerรฒ convenzionalmente Selvaggia Marchesini, utilizzando la stessa allegoria per la quale nei miei romanzi Achille Serra รจ diventato Ettore Dell’Orto. Io arrivavo e lei partiva, rimossa d’autoritร  dallo statunitense che era la piรน alta autoritร  civile dell’epoca.
Cosa aveva combinato?
Niente di grave, ma senz’altro molto suggestivo. Gli studenti mussulmani dell’universitร  di Sarajevo, ai quali era sempre stata antipatica, avevano postato su ๐’€๐’๐’–๐‘ป๐’–๐’ƒ๐’† un lungo video che la ritraeva in una birreria della cittร , seduta accanto al suo giovane segretario. Dopo qualche sorso di birra, e dopo avere morso allusivamente un wรผrstel che teneva in mano, il volto di Selvaggia scompariva in grembo al suo partner, per la bellezza di sei minuti, nel corso dei quali il video si soffermava sulle espressioni via via mostrate dalla faccia del giovanotto: prima sorpresa, poi allarme (si guardava intorno nel palese timore che qualcuno capisse cosa stava succedendo), poi apparente sofferenza, ed infine una giuliva soddisfazione inequivocabile.
Subito dopo Selvaggia finalmente si rialzava, e puliva con il tovagliolo le labbra sporche di quella che certamente non era la schiuma della sua birra. Il commento in serbo-croato, lingua studiata da mio padre in Accademia, ma da me assolutamente sconosciuta, pare fosse molto esplicito. Non pensavo che le nostre vite si sarebbero mai piรน incrociate, ed invece ciรฒ accadde meno di due anni dopo, quando mi fu offerto di diventare il Capo di Stato Maggiore del contingente italiano in Iraq, incarico mai prima ricoperto da un ufficiale dei carabinieri. Avrei vestito i gradi funzionali di colonnello ( ero ancora ten. col.), e per giunta bordati di rosso, perchรฉ quell’incarico mi rendeva Comandante di Corpo, e solo i militari capiscono quale onore sopraffino ciรฒ comporti. Stranamente la proposta mi fu fatta la mattina successiva ad un mio colloquio telefonico con il generale Gennaro Niglio, comandante dei carabinieri di Sicilia, al quale avevo ricordato e sollecitato che sviluppasse le notizie confidenziali che gli avevo consegnato in un appunto quando, mesi prima, avevo lasciato, disgustato, il comando del Reparto Operativo di Palermo, dove mi era stato impedito con ogni mezzo di catturare Bernardo Provenzano. Nell’appunto, oltre a quanto da me scoperto su mai attenzionati fiancheggiatori della latitanza di Provenzano, si faceva cenno anche ad un ristorante dove ogni quindici giorni di recava a cena Matteo Messina Denaro, nella zona di Castelvetrano, e per ultimo, oltre a citare alcuni fiancheggiatori di MMD, ed una donna che sembrava la caricatura delle staffette partigiane, e come queste ultime recapitava i suoi pizzini e le eventuali risposte ad essi, per ultimo -dicevo- si specificava nel giardino di quale villa fosse stato sepolto il cadavere dell’esattore Corleo, suocero di Nino Salvo, dopo la sua morte per cause naturali, accaduta durante il sequestro di persona a scopo di estorsione di cui era stato vittima.
La mattina successiva a questa telefonata mi telefonรฒ Michele Sini (compagnuccio di merende di Gianmarco Sottili, il maggiore comandante del Nucleo Investigativo di Palermo che piรน mi aveva boicottato) e, dal suo incarico presso l’Ufficio Personale Ufficiali, mi offrรฌ quel ruolo prestigiosissimo a Bassora.
Quello che non mi disse, e che scoprii il giorno stesso del mio arrivo, fu che mentre l’๐‘ฐ๐’•๐’‚๐’๐’Š๐’‚๐’ ๐‘ฉ๐’‚๐’•๐’•๐’๐’† ๐‘ฎ๐’“๐’๐’–๐’‘ era accasermato
a Camp Mittica, sette chilometri lontano dall’abitato di Nassiriya, che pattugliava quotidianamente solo a bordo di autoblindo e cingolati con corazzatura a prova di proiettile, per evitare di incorrere in una nuova strage, dopo quella che avevamo subito solo pochi mesi prima, a Bassora invece il Comando Contingente Nazionale era ospitato in un fortilizio realizzato con sacchetti di sabbia nel deserto, ad un chilometro di distanza dagli edifici dell’aeroporto internazionale, che invece erano occupati dal Comando della Divisione Inglese che inquadrava anche l’๐‘ฐ๐’•๐’‚๐’๐’Š๐’‚๐’ ๐‘ฉ๐’‚๐’•๐’•๐’๐’† ๐‘ฎ๐’“๐’๐’–๐’‘.
Il generale di divisione italiano del quale io fui Capo di Stato Maggiore, ufficiale di cavalleria, ed il suo staff da me diretto, aveva tre precipui incarichi: controllare che gli ordini impartiti dagli inglesi alle nostre truppe non travalicassero le regole di ingaggio concordate dal nostro governo (sostanzialmente da Berlusconi con Bush jr.), rifornire logisticamente i reparti italiani di viveri, munizioni e quant’altro necessario per il combattimento, ed infine riferire sulla situazione ogni giorno alle dieci di sera con un ๐‘บ๐‘ฐ๐‘ป๐‘น๐‘ฌ๐‘ท (๐‘บ๐’Š๐’•๐’–๐’‚๐’•๐’Š๐’๐’ ๐‘น๐’†๐’‘๐’๐’“๐’•) ed un ๐‘ฐ๐‘ต๐‘ป๐‘บ๐‘ผ๐‘ด(๐‘ฐ๐’๐’•๐’†๐’๐’๐’Š๐’„๐’†๐’๐’„๐’† ๐‘บ๐’–๐’Ž๐’Ž๐’‚๐’“๐’š), che partivano a mia firma dopo aver ottenuto l’approvazione del generale.
Quella mia telefonata a Gennaro Niglio, che sospetto intercettata, costรฒ a lui la vita per la misteriosa morte a cui andรฒ incontro mentre io ero in Iraq, ed altrettanto avrebbe potuto succedere a me due volte la settimana, durante tutti i mesi che rimasi a Bassora, quando venivamo bombardati, con tiro di mortaio, dai miliziani sciiti di Mouktada Al Sadr (attuale uomo di punta del parlamento iracheno), che si disponevano a meno di un chilometro di distanza lungo uno dei canali che conducevano al delta dello Shat El Arab, dove essi navigavano liberamente sui loro gommoni con il favore delle tenebre. I rifugi del nostro comando di contingente erano due, costituiti da sacchetti di sabbia e reti ๐‘ด๐’‚๐’„๐’„๐’‚๐’‡๐’†๐’“๐’“๐’Š, a mo’ di trincea, ma assolutamente a cielo aperto. La loro vulnerabilitร  al tiro di mortaio era dimostrata dalle consegne scritte, secondo cui il generale comandante utilizzava uno dei due rifugi, ed io l’altro, in modo che almeno uno di noi sopravvivesse al bombardamento. Siamo entrambi ancora vivi, ed io non so, nel mio caso, se ciรฒ รจ accaduto malgrado le cattive intenzioni degli artefici di quella scelleratezza che si chiama Trattativa.
Ma voglio tornare da dove sono partito, e cioรจ Selvaggia Marchesini.
Fra i miei compiti c’era anche quello di recarmi una volta alla settimana nel centro abitato di Bassora, sosia di Mazara del Vallo, dove, lungo un ampio canale fiancheggiato da splendide palme, sorgeva la palazzina che ospitava lโ€™amministrazione civile della zona di occupazione irachena facente capo alla regione meridionale.
Le altre erano a Bagdad ed a Mosul, per intenderci, e nella capitale c’era anche l’amministrazione centrale.
Noi italiani a Bassora eravamo rappresentati da un settantenne, grande gentiluomo, che aveva alle spalle un’intera carriera in diplomazia, ed infatti il suo grado era quello di ambasciatore. In pensione giร  da qualche anno, si era fatto richiamare per ammazzare la noia , ma soffriva di una terribile artrosi, che gli rendeva estremamente dolorose le trasferte a Bagdad in automobile.
Per Pasqua invitammo lui e la governatrice della provincia di Di Qar, Selvaggia Marchesini, a pranzo da noi, perchรฉ assaggiassero i famosi tagliolini all’astice e le uova con scaglie di tartufo di cui vi ho tanto parlato in passato, cucinate dal nostro grande chef della riviera amalfitana che aveva seguito il generale di cavalleria comandante del contingente fin dalla missione Alba, a Tirana, molti anni prima. Lui (lo chef) nella circostanza tirรฒ fuori una tovaglia di battista, le posate di alpaca, nonchรฉ piatti di ๐‘น๐’Š๐’„๐’‰๐’‚๐’“๐’… ๐‘ฎ๐’Š๐’๐’๐’“๐’Š, e bicchieri di cristallo di Murano, che scoprii si era portato dietro “๐’‘๐’†๐’“ ๐’’๐’–๐’‚๐’๐’…๐’ ๐’Š๐’ ๐’ˆ๐’†๐’๐’†๐’“๐’‚๐’๐’† ๐’…๐’†๐’—๐’† ๐’‡๐’‚๐’“๐’† ๐’ƒ๐’†๐’๐’๐’‚ ๐’‡๐’Š๐’ˆ๐’–๐’“๐’‚”.
Vi ho giร  detto che gli era affezionato come un figlio adottivo, ed una volta mi aveva confidato quanto quel ruolo da sergente cuciniere fosse stato determinante per sottrarlo all’amaro destino di gestire un ristorante ad Amalfi, come prestanome della camorra. L’ambasciatore e la governatrice, quarantenne ben tornita e con gli occhi che sprizzavano ๐’”๐’†๐’™-๐’‚๐’‘๐’‘๐’†๐’‚๐’, alla fine del pranzo erano entrambi alticci e si lasciarono andare a delle confidenze. Lei spiegรฒ che, nella sua carriera di professionista del volontariato, aveva subito un infortunio involontario nei Balcani (voi sapete quale), e che, dopo piรน di un anno in panchina, durante una visita alla Farnesina, il suo piรน autorevole protettore le aveva detto che da Roma non avrebbe potuto far nulla per favorirla ma che, se si fosse recata privatamente in Iraq… .
A quel punto fu interrotta dall’ambasciatore che ci raccontรฒ come se la fosse ritrovata davanti a sorpresa, giunta a Bassora da Kuwait City vestita con uno striminzito ๐’•๐’‚๐’Š๐’๐’๐’†๐’–๐’“๐’Š๐’๐’ di ๐‘ช๐’‰๐’‚๐’๐’†๐’,
almeno di una taglia piรน piccolo e corto del dovuto, e delle scarpe rosse con il tacco a spillo ai piedi. Dopo essersi presentata, gli aveva detto: “๐‘จ๐’Ž๐’ƒ๐’‚๐’”๐’„๐’Š๐’‚๐’•๐’๐’“๐’†, ๐’”๐’๐’๐’ ๐’‚ ๐’”๐’–๐’‚ ๐’…๐’Š๐’”๐’‘๐’๐’”๐’Š๐’›๐’Š๐’๐’๐’†, ๐’Ž๐’Š ๐’–๐’”๐’Š ๐’„๐’๐’Ž๐’† ๐’Ž๐’†๐’ˆ๐’๐’Š๐’ ๐’„๐’“๐’†๐’…๐’†”. L’anziano gentiluomo proseguรฌ dicendo che giร  dopo quindici giorni non poteva piรน fare a meno di lei, e maturรฒ anche l’idea di mandarla in sua vece a quelle riunioni quindicinali di Bagdad che tanto pesavano alla sua schiena malandata. Egli ammise che aveva commesso un errore, perchรฉ l’incanto di Selvaggia aveva addirittura stregato il diplomatico statunitense che amministrava l’intero Iraq, Paul Bremer, tanto da nominarla Governatore della provincia di Di Qar, con sede presso la ๐‘ช๐’‘๐’‚ di Nassiriya. Quando i nostri ospiti andarono via, il generale ed il mio staff erano tutti affascinati, e si chiesero in cosa fosse consistito l’infortunio balcanico. Se non fossi quel pettegolo che voi conoscete, sarebbe rimasto un mistero per tutti loro, ma invece raccontai ogni cosa e dissi anche al maggiore dell’aeronautica mio consulente meteorologo, che lui, gran bel ragazzo (l’unico fra tutti noi), assomigliava terribilmente al segretario di Selvaggia che avevo visto in quel filmato, ragion per cui durante tutto il pranzo se lo era mangiato con gli occhi.
Siccome era seduto proprio di fronte a lei, gli chiesi anche se avesse allungato una gamba, ma il ragazzone, diventando rosso come un peperone, lo negรฒ risolutamente.
Selvaggia veniva intervistata almeno una volta alla settimana dai media italiani, e ricordo in particolare un suo lingua in bocca con il mio amico Emilio Fede che infatti subito dopo mi telefonรฒ per chiedermi notizie piรน particolareggiate. Non so se รจ per il suo tramite che tempo dopo divenne una olgettina onoraria, ma ciรฒ che รจ certo รจ che il Cavaliere la presentรฒ in un collegio blindato per quel ramo del parlamento che non corrisponde allo stesso in cui a suo tempo era stata eletta Cicciolina, l’unica che potrebbe rivaleggiare con lei, nella storia parlamentare della Repubblica.
Ma cosรฌ raccontandovi ho fatto troppi passi avanti, e torno indietro a quell’aprile-maggio 2004 in cui la situazione a Nassiriya parve sfuggirci di mano, e Selvaggia fece di tutto per recuperarla, finchรฉ i miliziani di Mouktada Al Sadr devastarono la ๐‘ช๐’‘๐’‚, costringendoci ad esfiltrare la Marchesini a bordo di un nostro cingolato. Ce la portarono a Bassora quella sera stessa, perchรฉ l’indomani dovevo imbarcarla su un elicottero britannico diretto a Baghdad, donde probabilmente sarebbe stata rimpatriata. Cenรฒ con noi e ricordo ancora quando ci raccontรฒ che, attraversando l’abitato di Nassiriya, visto che il mitragliere del cingolato secondo lei non sparava a sufficienza, lo aveva abbracciato all’altezza delle gambe, che si trovavano proprio davanti alla sua faccia, urlandogli: “๐‘บ๐’‘๐’‚๐’“๐’‚ ๐’‚ ๐’“๐’‚๐’‡๐’‡๐’Š๐’„๐’‚, ๐’”๐’‘๐’‚๐’“๐’‚ ๐’‚ ๐’“๐’‚๐’‡๐’‡๐’Š๐’„๐’‚!”.
Ed il giovane carabiniere aveva finalmente posto in essere il suo invito.
Ci guardammo tutti in faccia reprimendo il risolino che era venuto spontaneo alle nostre labbra pensando a Selvaggia che abbracciava il militare con la faccia proprio nello stesso posto dove era finita in quella birreria di Sarajevo. Alle dieci meno un quarto chiese di essere accompagnata nella sua stanza. Lo feci personalmente, mostrandole anche che essa era di fianco a quella del generale, e di fronte alla mia. Le spiegai che non c’era la doccia, ma che se avesse voluto prenderne una, bastava che bussare da me o dal generale, gli unici che ne eravamo provvisti. Poi tornai dai colleghi, che dormivano tutti in stanze a quattro letti, spiegai al maggiore dell’aeronautica che l’onore del comando di contingente era nelle sue mani, gli offrii anche un po’ della mia ๐‘ฌ๐’‚๐’– ๐‘บ๐’‚๐’—๐’‚๐’ˆ๐’† di ๐‘ซ๐’Š๐’๐’“, e mi informai se avesse almeno un pigiama elegante, visto che non potevo aiutarlo con le mie camicie da notte, elegantissime ma piรน grandi di almeno quattro taglie.
Il ragazzo era molto determinato a fare il suo dovere, e chiese con gli occhi l’approvazione del generale, che alzรฒ il pollice della mano destra, rassicurandolo.
Io, in ogni caso, visto che mi ero accomiatato da lei con un chilometrico baciamano, dicendole che a Sarajevo avevo tanto sentito parlare di lei, quella sera non chiusi a chiave la mia porta, pur disperando che servisse a qualcosa.
La mattina dopo ci ritrovammo tutti a mensa per la prima colazione e chiedemmo al meteorologo come fosse andata.
Lui ci disse che aveva bussato alla porta di Selvaggia ogni ora, fra l’una e le quattro, ed infine, non ricevendone risposta, aveva abbassato la maniglia, introducendosi in quella stanza, trovata vuota e con le coltri intatte.
Stava finendo di dirlo quando entrarono a mensa Selvaggia ed il generale che, malgrado fosse alto quanto lei, circa un metro e sessantacinque, la cingeva confidenzialmente con una mano appoggiata alla sua spalla, e durante tutta la colazione tubarono come fidanzatini. Capimmo che l’onore era salvo e che Selvaggia aveva preferito privilegiare chi poteva ancora esserle utile, piuttosto che indulgere in un peccatuccio di concupiscenza con quel bel giovanotto. Pochi giorni dopo la stampa italiana pubblicizzรฒ che dalla cassaforte della ๐‘ช๐’‘๐’‚, dopo che essa era stata riconquistata dai nostri soldati, mancava piรน di un milione di dollari in contanti.
Selvaggia, intervistata in patria, fece una dichiarazione ambigua che poteva intendersi come il tentativo di ascrivere quel furto ai nostri paracadutisti.
Ed allora mi girarono veramente tanto i coglioni, perchรฉ io avevo la testimonianza dei carabinieri intervenuti a salvarla, secondo i quali la piccola cassaforte era spalancata e vuota quando lasciarono la ๐‘ช๐’‘๐’‚.
Minacciai anche di farmi intervistare e dichiarare che lei dal suo arrivo a Bassora e fino a quando non la avevo imbarcata sull’elicottero britannico, mai si era separata da un’ampia borsa da viaggio che avrebbe potuto tranquillamente contenere tutti quei dollari.
Fu una minaccia ben assestata, perchรฉ notai che nei giorni successivi tutta la stampa italiana dava per scontato che i soldi fossero stati portati via dai miliziani sciiti nei giorni in cui avevano occupato la ๐‘ช๐’‘๐’‚, prima che noi la riconquistassimo.
L’ho rivista una volta sola, su un vaporetto di Venezia, non truccata e con delle scarpe da tennis ai piedi.
Era anche con un uomo dall’aspetto non particolarmente aitante.
Non mi aveva riconosciuto, e preferii scendere alla prima fermata, proseguendo a piedi.
Oggi, quasi sessantenne, ha un incarico di vertice in quella antica organizzazione umanitaria che nei paesi arabi si chiama ๐‘ด๐’†๐’›๐’›๐’‚ ๐‘ณ๐’–๐’๐’‚ ๐‘น๐’๐’”๐’”๐’‚, e non voglio essere piรน esplicito.

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