Nicolo Gebbia

๐€๐›๐ฎ ๐†๐ก๐ซ๐š๐ข๐›

Vi ho giร  raccontato come la mia missione in Iraq nacque in maniera estemporanea, che io arbitrariamente collego ad una telefonata intercorsa con il generale Gennaro Niglio, volta a battere nuove piste per la cattura di Provenzano e Messina Denaro.
Dissi subito di sรฌ al collega del Comando Generale, adescatore forse non disinteressato, ma tutti quei vaccini che dovetti farmi, ed un colloquio a Livorno con il generale Leonardo Leso, il quale volle spiegarmi a quattrocchi come noi carabinieri in Iraq avessimo un nemico molto piรน insidioso dei miliziani sciiti, e cioรจ l’Esercito Italiano, tutte queste cose, dicevo, ritardarono la partenza, e fu cosรฌ che arrivai tre giorni dopo gli ufficiali del mio stato maggiore. Fra di loro c’era anche un tenente colonnello dei carabinieri, ufficiale di complemento del ruolo ad esaurimento, che esibiva sulla sua tuta mimetica un impressionante numero di brevetti relativi al fatto che gran parte della sua carriera l’aveva impiegata a pilotare elicotteri. Gli altri ufficiali mi dissero che aveva trascorso quei tre giorni in cui era stato il solo carabiniere presente, intimidendoli e spaventandoli, fino alla promessa che ne avrebbe arrestato almeno uno per chissร  quale intrallazzo che ancora non conosceva, ma che il suo fiuto di sbirro gli avrebbe fatto presto scoprire. Io vestivo il grado di colonnello comandante di Corpo, ma anche in Italia, dove eravamo entrambi tenenti colonnelli, sarei stato piรน anziano di lui, malgrado anagraficamente avessi qualche anno in meno. Quando lo ricevetti, per ultimo, mi spiegรฒ che il generale comandante, Francesco Paolo Spagnuolo, in Italia comandava la Divisione Aqui (quella di Cefalonia), e che egli si era portato in Iraq tutti gli ufficiali del suo stato maggiore, meno il meteorologo, che era dell’Aeronautica. Lui invece aveva l’incarico di ๐’๐’†๐’ˆ๐’‚๐’ ๐’‚๐’…๐’—๐’Š๐’”๐’๐’“, in funzione di una laurea in giurisprudenza della mutua che aveva conseguito nel corso della sua carriera. Concluse dicendomi che in pratica gli altri erano tutti compagnucci di merende e che lui ed io eravamo l’unico presidio di legalitร . Mi aveva proprio fatto incazzare e gli risposi che non arrivavo alla stronzaggine di pretendere che mi desse del lei, come mi sarebbe stato dovuto, ma che, visto che era stato scelto proprio un carabiniere come Capo di Stato Maggiore e che di diritto ne sapevo almeno quanto lui, il suo incarico diventava assolutamente inutile. Siccome gli piaceva giocare con gli elicotteri, e mi aveva appena confessato che, durante la permanenza in Iraq, intendeva conseguire il brevetto per un velivolo britannico che noi non avevamo, lo dispensavo – continuai- anche solo dal frequentare il prefabbricato che ospitava gli uffici del Comando, e conclusi che meno rompeva i coglioni a me ed al resto dello ๐’”๐’•๐’‚๐’‡๐’‡, meno tentazioni avrei avuto di telefonare al Comando Generale e chiedere che lo rimpatriassero immediatamente. Da allora lo ebbi nemico, ma non fui mai cosรฌ stupido da prestargli il fianco. Un paio di anni dopo lessi con piacere sui giornali che era stato arrestato, nel quadro dello scandalo relativo alla sanitร  privata romana, perchรฉ il ras delle cliniche gli affidava le bustarelle da distribuire ai funzionari corrotti. Al generale Spagnuolo, nel presentarmi, spiegai che ero un carrista travestito da carabiniere e che, quindi, se proprio mi doveva vedere con occhio critico, si limitasse a quella antica e tradizionale rivalitร  che c’รจ sempre stata fra gli ufficiali dei carristi e quelli di cavalleria (poco tempo dopo l’esercito tagliรฒ la testa al toro, e fece confluire tutti nella cavalleria corazzata. Anzi, per affrettare l’amalgama, mandรฒ gli ufficiali che provenivano dai carristi a comandare i reggimenti di cavalleria, ed i cavalieri a comandare i reggimenti dei carristi).Il Generale, dopo queste premesse, finalmente sorrise,rassicurandomi circa il fatto che, sebbene non avessi precedenti esperienze di stato maggiore, visto che non ero stronzo come la maggior parte dei carabinieri, se avessi avuto l’umiltร  di farmi spiegare tutto dal suo ๐’”๐’•๐’‚๐’‡๐’‡, quello che in Italia lo aveva supportato nel comando della Divisione Aqui, entro una settimana ne avrei saputo quanto loro.L’unica cosa sulla quale litigammo fu l’uso della penna con l’inchiostro verde, che รจ quella tradizionalmente usata dai capi di stato maggiore per correggere i testi da presentare al comandante che, invece, utilizza quella rossa.Io sostenevo che l’inchiostro verde era quello con cui le signorine romantiche scrivevano le loro lettere d’amore, e questa abitudine da frocio non la volevo prendere.
Lui mi rispose con fermezza che un buon capo di stato maggiore al suo comandante deve dare pure il culo, e che quindi cominciassi ad abituarmi usando l’inchiostro verde. Dopo una settimana tubavamo come fidanzatini, in funzione soprattutto del fatto che io scrivevo in un italiano cosรฌ avvincente da strappare al capo di stato maggiore generale dell’epoca, ammiraglio Di Paola, dei commenti particolarmente compiaciuti, compreso il ricorrente: “๐‘ท๐’‚๐’“๐’† ๐’–๐’ ๐’๐’Š๐’ƒ๐’“๐’ ๐’ˆ๐’Š๐’‚๐’๐’๐’, ๐’†๐’‘๐’‘๐’–๐’“๐’† ๐’†ฬ€ ๐’•๐’–๐’•๐’•๐’ ๐’“๐’Š๐’”๐’„๐’๐’๐’•๐’“๐’‚๐’•๐’!”. Ebbi poi la fortuna che da Bagdad venne a trovarci il consigliere militare dell’ambasciatore italiano, un generale di corpo d’armata dei carristi, che mi fece tante feste perchรฉ lo avevo conosciuto nel ’64, quando frequentava la Scuola di Applicazione a Torino, dove mio padre era titolare della cattedra di Carrismo ed Automobilismo.
Spiegรฒ al Generale Spagnuolo che l’ascendente di papร  su tutti gli ufficiali del suo corso era tale che avevano preso ad indossare il basco come faceva lui, all’italiana, tutto tirato indietro, invece che su di un fianco.
Da quel momento il mio prestigio fu tale che riuscii nell’impresa di convincere Spagnuolo, uomo notoriamente molto spigoloso, a fare cose per le quali, se glielo avesse chiesto un altro, sarebbe stato mandato puntualmente a quel paese.
E veniamo ad Abu Ghraib. Lo scandalo provocato dalle sevizie inflitte ai detenuti iracheni per mano dei soldati americani, indignรฒ tutto il mondo, provocando un’ondata di sdegno inenarrabile. A Roma si accorsero che da quando presidiavamo Nassiriya noi avevamo arrestato circa una ventina di iracheni, affidandoli poi alla polizia militare britannica.
E si chiesero: “๐‘ช๐’‰๐’† ๐’‡๐’Š๐’๐’† ๐’‰๐’‚๐’๐’๐’ ๐’‡๐’‚๐’•๐’•๐’?”.
Insomma, se fosse emerso che anche loro erano stati seviziati, il culetto di qualche carrierista poteva traballare.
Venne cosรฌ nominata una commissione d’inchiesta, presieduta da me, che aveva anche, come componenti, il ๐’Ž๐’†๐’…๐’Š๐’„๐’‚๐’ ๐’‚๐’…๐’—๐’Š๐’”๐’๐’“ (un colonnello medico dell’ospedale Celio) ed il ๐’๐’†๐’ˆ๐’‚๐’ ๐’‚๐’…๐’—๐’Š๐’”๐’๐’“ (lo stronzo del ruolo ad esaurimento che vi ho giร  descritto). Non fu facile ottenere dagli inglesi notizia certa di coloro che erano ancora detenuti e di quelli che invece erano stati rimessi in libertร . Ci riuscii, finalmente, e ne risultavano ancora sette in carcere, rinchiusi in un penitenziario militare che si trovava nel deserto, a cinquanta chilometri da Bassora. Partimmo con le due Suv ๐‘ป๐’๐’š๐’๐’•๐’‚ del generale, prive di targa ma dotate di una preziosa aria condizionata, che mitigava i cinquantacinque gradi all’ombra ed i raggi del sole sul tetto metallico, che rendevano torridi gli abitacoli dei mezzi.Ci accolse un compito maggiore dell’esercito britannico, il quale ci chiarรฌ subito che lui ed i suoi soldati nella madre patria non facevano certo i carcerieri, ma appartenevano ad un reggimento di dragoni, anzi, per l’esattezza, erano ๐‘ช๐’‚๐’“๐’‚๐’ƒ๐’Š๐’๐’Š๐’†๐’“๐’” and ๐‘ฎ๐’“๐’†๐’š๐’”. Gli spiegammo che ci era stato ordinato di interrogare tutti quei sette detenuti, e chiedere loro se avessero lamentele da avanzare circa il trattamento carcerario.
Fu a quel punto che lo stronzo del ruolo ad esaurimento mi interruppe, e disse al maggiore che naturalmente i detenuti introdotti al nostro cospetto dovevano essere lasciati soli dai suoi dragoni, per essere certi della sinceritร  con la quale ci avrebbero risposto.
Il maggiore diventรฒ di tutti i colori e sbattรฉ violentemente il suo frustino sul tavolo. Stava cominciando ad insolentirci quando io lo interruppi, gli feci presente che il presidente della commissione ero proprio io, e che quella testa di cazzo aveva parlato perchรฉ aveva un canale diretto fra il culo e la bocca, che non passava dalla testa. Redarguii lโ€™interessato, dicendogli che aprisse bocca da quel momento solo quando pisciava la gallina, e poi pregai il maggiore di trattenersi con noi mentre interrogavamo i prigionieri.
Lui sorrise, e fece entrare uno dei suoi uomini che portava la giacchetta bianca da cameriere,il quale ci servรฌ del tรจ caldo, accompagnato da tramezzini ai cetrioli. Io ebbi la delicatezza di versarci sopra un po’ di latte, e di berlo rigorosamente senza zucchero, cogliendo lo sguardo di approvazione del britannico.
Lo stronzo voleva del limone, che mancava dal vassoio, ma io lo zittii, e lui per dispetto nella sua tazza ci mise quattro cucchiaini di zucchero, guadagnandosi cosรฌ il disprezzo definitivo del nostro ospite. Il quale, comunque, dopo il tรจ si congedรฒ, e quando io insistetti perchรฉ rimanesse, mi rispose con molta educazione che i suoi doveri d’ufficio lo chiamavano altrove. Sei dei sette detenuti ci dissero che erano trattati benissimo, e siccome erano tutti delinquenti abituali fecero un paragone con le carceri di Saddam, al cui confronto i garbati dragoni britannici sembrava loro che gestissero un albergo. Il settimo, invece, si spogliรฒ della sua tuta arancione per mostrarci le orribili ferite che aveva sul petto, spiegando anche che se le era prodotte, lui sunnita, durante uno scontro con gli sciiti, ed a causa dei postumi aveva degli atroci e ricorrenti dolori che non poteva lenire in alcun modo perchรฉ il maggiore direttore del carcere proibiva ai suoi uomini di somministrargli qualsivoglia medicamento. Quando lo congedammo mandai un dragone dal comandante del carcere perchรฉ gli chiedesse se ci poteva ricevere prima della nostra partenza. Fu lui, invece, che venne a trovarci e, rivolgendosi a me, chiese se c’erano rimostranze da parte dei sette che avevamo sentito. Gli riferii allora di quanto ci aveva detto quello con le ferite sul petto, e lui si mise a ridere.
Poi spiegรฒ a me ed al colonnello medico (al terzo membro della commissione volgeva ostentatamente le spalle) che si trattava di un eroinomane, il quale si era guardato bene dal farci osservare anche tutti i buchi che aveva sulle braccia ed alle caviglie. Consapevole che certo eroina non ne avrebbe potuto pretendere in carcere, voleva perรฒ che gli venisse somministrato il metadone, di cui l’infermeria carceraria non era provvista. Il maggiore soggiunse che aveva telefonato ad un medico suo amico, con studio in Belgravia, cui si rivolgevano i londinesi che avevano un figlio tossico, e questi gli aveva detto che l’astinenza non avrebbe ucciso il paziente, ma anzi accelerato la sua disintossicazione forzosa, mentre la somministrazione del metadone avrebbe prodotto una nuova dipendenza. Ci congedammo solo dopo che il maggiore con fermezza mascherata da grande ๐’ƒ๐’๐’ ๐’•๐’๐’, ci fece visitare tutto il carcere, dove regnava una grande allegria, ed alcuni detenuti giocavano a pallone, mentre altri, sulla parte posteriore delle loro scacchiere, si cimentavano in un gioco di cui io non sono mai stato capace.
Al ritorno, per fare rimarcare allo stronzo il mio perdurante sdegno, salii sulla macchina dei carabinieri paracadutisti che ci avevano scortato, mandando uno di loro a sedere sull’altra macchina al posto mio.
Prima di partire, perรฒ, anche il colonnello medico trasbordรฒ sull’auto che ospitava me, dicendomi: “๐‘ฝ๐’๐’๐’†๐’—๐’Š ๐’๐’‚๐’”๐’„๐’Š๐’‚๐’“๐’Ž๐’Š ๐’”๐’๐’๐’ ๐’‘๐’†๐’“ ๐’•๐’–๐’•๐’•๐’ ๐’Š๐’ ๐’—๐’Š๐’‚๐’ˆ๐’ˆ๐’Š๐’ ๐’„๐’๐’ ๐’’๐’–๐’†๐’๐’๐’‚ ๐’•๐’†๐’”๐’•๐’‚ ๐’…๐’Š ๐’„๐’‚๐’›๐’›๐’?”. La mattina successiva telefonai a Marcello Mazzuca, carrierista sfegatato che in quel momento occupava un incarico di grande prestigio nella segreteria del ministro della Difesa, e col quale ci eravamo sempre detestati per una tradizione che risaliva ai nostri padri.
Il suo, quando da generale di corpo d’armata era stato trasferito a comandare la Regione Militare Sicilia, dopo pochi giorni aveva convocato mio padre, comandante della Zona di Palermo, chiedendogli: “๐‘ช๐’๐’Ž๐’† ๐’†ฬ€ ๐’‘๐’๐’”๐’”๐’Š๐’ƒ๐’Š๐’๐’† ๐’„๐’‰๐’† ๐’๐’†๐’Š, ๐’–๐’ ๐’Ž๐’Š๐’ ๐’…๐’Š๐’‘๐’†๐’๐’…๐’†๐’๐’•๐’†, ๐’‘๐’†๐’“๐’„๐’†๐’‘๐’Š๐’”๐’„๐’† ๐’๐’ˆ๐’๐’Š ๐’Ž๐’†๐’”๐’† ๐’–๐’๐’ ๐’”๐’•๐’Š๐’‘๐’†๐’๐’…๐’Š๐’ ๐’”๐’–๐’‘๐’†๐’“๐’Š๐’๐’“๐’† ๐’‚ ๐’’๐’–๐’†๐’๐’๐’ ๐’„๐’‰๐’† ๐’‘๐’“๐’†๐’๐’…๐’ ๐’Š๐’?”.
Papร  gli aveva risposto: “๐‘บ๐’‚๐’“๐’‚ฬ€ ๐’‡๐’๐’“๐’”๐’† ๐’‘๐’†๐’“๐’„๐’‰๐’†ฬ ๐’’๐’–๐’‚๐’๐’…๐’ ๐’๐’†๐’Š ๐’‚๐’—๐’†๐’—๐’‚ ๐’‚๐’๐’„๐’๐’“๐’‚ ๐’Š ๐’‘๐’‚๐’๐’•๐’‚๐’๐’๐’๐’„๐’Š๐’๐’Š ๐’„๐’๐’“๐’•๐’Š ๐’…๐’‚ ๐’ˆ๐’Š๐’๐’๐’‚๐’”๐’Š๐’‚๐’๐’† ๐’Š๐’ ๐’‡๐’‚๐’„๐’†๐’—๐’ ๐’ˆ๐’Š๐’‚ฬ€ ๐’๐’‚ ๐’ˆ๐’–๐’†๐’“๐’“๐’‚?”.
Ne era nata una antipatia che era stata trasmessa a noi figli, mai sfociata in una lite formale, ma sempre border line con essa.In quella circostanza, invece, Mazzuca al telefono si sciolse in veri salamelecchi, perchรฉ pare che la rassicurazione che avrebbe fornito al ministro della Difesa (mi disse: “๐‘ณ๐’‚ ๐’“๐’†๐’๐’‚๐’›๐’Š๐’๐’๐’† ๐’“๐’Š๐’†๐’‘๐’Š๐’๐’๐’ˆ๐’‚๐’•๐’Š๐’—๐’‚ ๐’”๐’„๐’“๐’Š๐’—๐’Š๐’๐’‚ ๐’„๐’๐’Ž๐’† ๐’”๐’‚๐’Š ๐’‡๐’‚๐’“๐’† ๐’•๐’– ๐’’๐’–๐’‚๐’๐’…๐’ ๐’”๐’†๐’Š ๐’Š๐’”๐’‘๐’Š๐’“๐’‚๐’•๐’”) sarebbe stata da quest’ultimo particolarmente gradita, ed allegata alla risposta scritta che doveva dare a numerose interrogazioni parlamentari delle opposizioni. Io approfittai di tutto ciรฒ per chiedere a Mazzuca se mi liberava della testa di cazzo, ma lui, contrito per il rifiuto che doveva oppormi, mi spiegรฒ che c’era una ๐’๐’๐’ƒ๐’ƒ๐’š di politici intrallazzisti a coprirlo.
Quando poi fu arrestato capii a chi si riferiva. L’amaro epilogo di quanto vi ho raccontato consiste nel fatto che a Nassiriya, da quando era stata “liberata” dagli americani, che avevano sospeso la validitร  del codice penale voluto da Saddam Hussein (con un diritto di famiglia assolutamente laico e di stampo occidentale), molti uomini uccisero di botte le loro mogli, ed anche qualche figlio non abbastanza obbediente, come il diritto tribale antico consentiva loro, e noi dovevamo stare a guardare impotenti, perchรฉ le ferree regole d’ingaggio dettate dagli americani ci consentivano di intervenire solo contro coloro il cui comportamento entrava in diretto contrasto con gli interessi dei militari occupanti.

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