Nicolo Gebbia

Trattativa Stato mafia: Aspettando la sentenza

Il Cinema. La nostra cultura ne è tanto influenzata che è difficile disintossicarci. Volete degli esempi? ‘Il prefetto di ferro’ del più che mediocre Pasquale Squitieri, ha trasformato Cesare Mori in un eroe dell’Antimafia (ormai categoria surreale dello spirito), buono per tutte le stagioni, virtuosamente antifascista e graziosamente sposato con una signorile gentildonna, che divideva con donna Franca Florio il privilegio di possedere due delle quattro giarrettiere di platino massiccio realizzate dal gioielliere palermitano Matranga.

Nessuno vi dice che, appena nominato prefetto di Trapani, fece decadere dai contratti di mezzadria tutti gli ‘ammoniti di polizia’ e ad accumulare sulla loro persona i decaduti contratti furono due sue compagniucci di merende, i fratelli Perricone. Uno lo fece sindaco di Vita e l’altro divento’ titolare della fantasiosa ‘cattedra itinerante‘ di Agraria dell’Universita’ di Palermo.

Naturalmente li ammazzarono entrambi, diventando i fratelli Kennedy del regime fascista. Il processo contro i presunti mandanti si tenne per legittima suspicione presso la Corte d’Assise di Messina, e fra gli imputati c’era anche il padre di Ignazio Salvo, mentre suo fratello, padre di Nino Salvo, fu il promotore di una pubblica sottoscrizione per raccogliere il denaro necessario a pagare gli onorari degli avvocati.

Salvo fu condannato a 6 anni, non per gli omicidi, ma per associazione a delinquere. La maggior parte degli imputati fu assolta. E lo stesso Salvo, riconquistata la libertà allo sbarco degli americani, già nel 46 ottenne la riabilitazione, motivandola con una conclamata persecuzione subita dal regime fascista. Poi, con l’avallo di Don Sturzo (si erano conosciuti negli Stati Uniti), e dell’avvocato Bernardo Mattarella (padre del nostro Presidente), fondo’ la Democrazia Cristiana di Salemi, diventandone subito il segretario.

Cesare Mori doveva la sua carriera alla mancata partecipazione alla Grande Guerra. Non potendo rientrare come ufficiale nel Regio Esercito per motivi matrimoniali, da commissario di polizia di Castelvetrano si distinse in molte occasioni per il coraggio con cui affrontava i disertori, abbattendoli personalmente con il suo fucile.

Al punto che quella parte della Sicilia non ebbe più problemi nel far raggiungere le trincee ai suoi iscritti di leva. Fra gli abbattuti c’era anche qualche noto bandito (non mafioso, che è cosa diversa), e la fama del commissario decollò grazie ad una copertina della Domenica del Corriere. Circa l’incisività dell’azione contro la mafia, lascio agli storici la risposta definitiva.

Contro l’abigeato, avendo istituito la marchiatura di ogni pecora, i bollettini di pascolo e l’anagrafe bestiame, fu davvero bravo. Da tenente, in Sardegna, me ne resi conto personalmente, ed è singolare che quella rivoluzione copernicana, nata per la Sicilia e lì abolita nel dopoguerra, sia sopravvissuta per trent’anni nell’isola dei nuraghe.

Torno però al mito cinematografico e cito il film ‘La scorta’di Ricki Tognazzi. Un magistrato integerrimo come il Procuratore della Repubblica di Trapani, Antonino Coci, colpevole solo di non amare il suo sostituto, Francesco Taurisano, ne morì di crepacuore. Il film lo lascia intendere colluso con la mafia, mentre io che lo ebbi per 5 anni Procuratore a Marsala, ho la serena coscienza di che fior di galantuomo egli fosse.

Ricordo ancora quando gli feci ascoltare la telefonata di Giovanni Bastone, luogotenente di Mariano Agate, a Pino Castiglia, un infermiere palermitano che doveva indurre il presidente Alfonso Giordano (quello del maxi processo), ad esercitare la sua influenza nei confronti del dottor Natoli, giudice a latere in un procedimento presso la Corte d’Assisi (sic) di Trapani, che vedeva imputati tre ‘picciotti’ responsabili dell’omicidio di un gioielliere.

Coci prese subito il cappello, e con il mio registratore in mano partì per l’ufficio del Procuratore Generale Pizzillo, invitandomi a restare pronto a raggiungerlo, se avesse avuto l’impressione di non essere preso sufficientemente sul serio. Vent’anni dopo, durante una cena a Mezzomonreale, raccontai la vicenda all’interessato, e lui comprese finalmente il perché di un caffè lunghissimo, sorbito nell’ufficio del Procurato Generale, che lo aveva messo in guardia con efficacia e discrezione, senza compromettere il proseguimento delle mie investigazioni, le cui monumentali conclusioni presentai a Paolo Borsellino quando giunse a Marsala.

Nulla di quella indagine sarebbe stato possibile senza la determinante guida di Antonino Coci. Non mi credete? Chiedetene conferma al questore Rino Germana’, da me indicato per succedermi, e miracolosamente sopravvissuto al commando capeggiato da Matteo Messina Denaro, che gli esplose contro decine di proiettili sulla spiaggia di Mazara del Vallo. Ma torniamo al processo per l’omicidio del gioielliere. Il suo presidente, Alberto Giacomelli, fu ucciso misteriosamente qualche anno dopo, e così non mi è dato di sapere se anche lui fosse stato contattato dal dottor Pizzillo. E i tre imputati, Titone, Vultaggio e Rodano ?

La raccomandazione era per due di essi, uno dei quali fu assolto per insufficienza di prove, mentre l’altro venne condannato, così come il terzo, che non godeva delle attenzioni della cosca. Però il film che più ha influenzato le Erinni e i moschettieri dell’Antimafia è ‘I cento passi’di Maco Tullio Giordana.

Peppino Impastato ne è uscito con un’aureola di santità e di martirio che lo rende secondo solo a Falcone e Borsellino nel mitologico Olimpo degli Eroi. Ebbe davvero un ruolo significativo nel risveglio delle coscienze addormentate da secoli di acquiescenza ed omertà? Il film si, lui no.

Lui era un bravo ragazzo di buoni sentimenti che aveva messo in piedi una radio locale, dai cui microfoni irrideva al capomafia Badalamenti, al quale si rivolgeva chiamandolo ‘Tano Seduto’. Quest’ultimo generosamente finanziava la sopravvivenza della radio. Perché? Dichiarò innanzi alla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo che gli stava irrogando il soggiorno obbligato a Sassuolo, che i giovani ‘contestatori’ locali si permettevano il lusso di schernirlo pubblicamente, tanto poco era il timore che incuteva.

Al contempo emetteva assegni a vuoto, per dimostrare l’inesistenza delle sue mitiche ricchezze.

Quando fu condannato in primo grado per l’omicidio, insieme con il suo luogotenente Geraci, mandò a dire al maresciallo Lombardo che questa volta non si sarebbe opposto all’estradizione dagli Stati Uniti, perché voleva essere presente ad ogni udienza del processo d’Appello.

Lombardo si è suicidato prima di andare a prenderlo in America, ed i veri motivi sono tuttora sotto il vaglio della magistratura. Leoluca Orlando, nei giorni precedenti, lo aveva indicato come uomo vicino alla mafia in una seguitissima trasmissione televisiva. Badalamenti e Geraci sono morti prima che il processo d’appello fosse celebrato, giuridicamente  innocenti ma mediaticamente più colpevoli di Ponzio Pilato e del Sinedrio , che Gesù lo crocefissero.

Peppino, invece, è morto ad opera dei corleonesi di Totò  Riina, che volevano inguaiare Don Tano,  in un momento storico in cui lo avevano deposto come capo della Cupola, sostituendolo con un loro uomo di paglia, Michele Greco.

Scrivo tutto questo mentre è in corso la camera di consiglio per il processo trattativa, ed ho ancora nelle orecchie l’arringa difensiva dell’avvocato Milio nei confronti del generale Subranni, a carico del quale io ho spontaneamente testimoniato.

Il legale liquida la mia testimonianza con l’inverosimile giustificazione di aspirazioni ad una carriera politica nel Movimento di Antonio Ingroia, dipingendomi così stupido da sperare realmente nel laticlavio, ma , rievocando le indagini sulla morte di Impastato, egli correttamente narra che Subranni era in buona compagnia di autorevoli magistrati e poliziotti, quando tutti insieme ritennero che Peppino fosse un Giangiacomo Feltrinelli di provincia , come lui apprendista stregone della dinamite, morto per minore professionalità terroristica.

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