Nicolo Gebbia

Positivo il cugino Carlo

Perché chiamo così l’erede al trono inglese?
È una lunga storia che merita di essere raccontata in tempi di Coronavirus, che sollecitano la mia vena boccaccesca.
Qualcuno di voi, forse i più anziani, ha ancora memoria del Piero Angela che ebbe tanto successo fra la fine della guerra e tutti gli anni ’50, Maner Lualdi.
Aveva sposato la figlia di Wanda Osiris, durante la Guerra di Etiopia fu pilota nella squadriglia di Galeazzo Ciano ed altre amenità per le quali non vi annoio, venendo subito ad una delle sue imprese minori, il 𝑹𝒂𝒊𝒅 Milano – Tripoli – Mogadiscio. All’epoca lui scriveva per il Corriere della Sera, e la milanesissima 𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑹𝒐𝒎𝒆𝒐 mise in commercio una automobile rivoluzionaria per il marchio, soprattutto per il binomio prestazioni-abitabilità.
Fu la prima 𝑨𝒍𝒇𝒂 che non aveva un telaio di longheroni e traverse, ma la carrozzeria portante. Il suo motore poi, di 1901 centimetri cubici, le dette il nome, 𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆𝒏𝒏𝒐𝒗𝒆.
Si trattava di un propulsore quattro cilindri in linea, tutto d’alluminio, dotato di due alberi a camme in testa che sviluppava più di novanta cavalli. Era una berlina a quattro porte, molto spaziosa, ed omologata per sei posti, visto che aveva il sedile anteriore a panchina, e la leva del cambio al volante.
Lualdi, con due meccanici dell’𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑹𝒐𝒎𝒆𝒐 come autisti ed un fotografo che lo coadiuvava, partì da Milano ed imbarcò le due 𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆𝒏𝒏𝒐𝒗𝒆 nere su una nave che da Genova lo portò a Tripoli.
Lungo le vecchie strade imperiali giunse fino a Mogadiscio, e da lì proseguì anche per il Kenya, dove volle visitare la tomba del Duca d’Aosta, intervistando la gentildonna britannica che lo aveva ospitato nella sua villa durante la prigionia, prima che un Coronavirus dell’epoca se lo portasse via per i postumi di una brutta polmonite, che si era rifiutato di curare in Inghilterra, come offertogli dai britannici che lo tenevano prigioniero. Quando era stato catturato, oltre che ricevere l’onore delle armi, gli inglesi, sapendo che nascondeva l’unica bandiera britannica da noi catturata al nemico, quella che il generale Nasi aveva ammainato a Berbera dal governatorato della Somalia britannica, gli offrirono in cambio una delle tante bandiere di guerra dei reparti italiani da loro sconfitti, lasciandolo libero di sceglierla. Lui volle quella del battaglione carabinieri mobilitato che si era fatto trucidare tutto dai 𝒄𝒉𝒊𝒄𝒖𝒊𝒖 (truppe di colore britanniche), pur di non cedere Culqualber , quel contrafforte dell’Amba Alagi così strategico per l’estrema difesa del Duca e del suo comando. Al maggiore Serranti, il comandante, un 𝒄𝒉𝒊𝒄𝒖𝒊𝒖, dopo avergli aperto il petto con la baionetta, estrasse il cuore e se lo mangiò ( testimonianza del tenente Dagoberto Azzari, uno dei pochi superstiti). Era infatti convinzione di quei fieri guerrieri che così il coraggio del nemico vinto avrebbe trasmigrato magicamente nel cuore del suo uccisore. Quando il Duca morì, il maggiore Gray, l’ufficiale sudafricano assegnatogli come aiutante di campo durante la prigionia, rubò quella bandiera e la tenne per sè fino alla sua morte, confessandolo a sua moglie solo poche ore prima di spirare. Le disse che era stato suo convincimento che, finché la bandiera degli eroici carabinieri fosse rimasta in mano britannica, nulla l’Inghilterra avrebbe dovuto temere dall’Italia. La signora ce la restituì in una toccante cerimonia svoltasi al Comando Generale negli anni ‘70. In quella occasione Dagoberto Azzari, diventato generale come me, nel rievocare quanto vi ho narrato, soggiunse che anche un battaglione di camice nere si era fatto trucidare a poche centinaia di metri da noi, mentre il battaglione della 𝑷𝑨𝑰 (Polizia Africa Italiana) si arrendeva senza combattere adducendo l’esimente che loro erano poliziotti e non soldati. Vi ricordo che fu a quei poliziotti e non soldati che Kapler affidò il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma, visto che i carabinieri della Legione Lazio si erano rifiutati di farlo, e per questo motivo furono deportati tutti e 1600 in Germania. Sfido Eliseo Libranti a dimostrarmi che la mia ricostruzione non è accurata. Ma torno al punto da cui ero partito. Quando Maner Lualdi ultimò il 𝒓𝒂𝒊𝒅, lasciò le due 𝑨𝒍𝒇𝒂 𝑴𝒊𝒍𝒍𝒆𝒏𝒏𝒐𝒗𝒆 nella rimessa del Governatorato, a Mogadiscio, e tornò in Italia con l’aereo. Una di esse, privata delle scritte sulle portiere, fu affidata a mio padre nella seconda metà del gennaio 1952 per una missione riservata: doveva fingersi un turista accompagnato dalla famiglia (mia madre ed io), diretto verso l’altopiano del Kilimangiaro, e durante la vacanza fotografare segretamente il materiale rotabile rubato dagli inglesi che durante la loro occupazione avevano smontato l’intera ferrovia Mogadiscio- Villaggio duca degli Abruzzi. A mia madre fu vietato portare con se la 𝑹𝒐𝒍𝒍𝒆𝒊 biottica alla quale devo le centinaia di foto scattate in quegli anni , mentre a mio padre fu fornita una 𝑴𝒊𝒏𝒐𝒙 𝑨, fotocamera da spie che ancora conservo. Quando arrivammo in prossimità del 𝑻𝒓𝒆𝒆𝒕𝒐𝒑 𝑯𝒐𝒕𝒆𝒍, dove avevamo prenotato una camera, fummo fermati da una pattuglia della polizia militare britannica che non voleva farci proseguire. Finché non sopraggiunsero Elisabetta ed il principe Filippo a bordo di una 𝑳𝒂𝒏𝒅 𝑹𝒐𝒗𝒆𝒓. Lei fu attratta da me che ero allora proprio un bel bambino e chiese a mia madre quanti anni avessi. Saputolo commentò che ero poco più piccolo di suo figlio Carlo e poco più grande di sua figlia Anna. Poi rovistò nella sua borsa e mi regalò la 𝒄𝒍𝒊𝒑 di 𝑩𝒂𝒃𝒂𝒓 𝒍’𝒆𝒍𝒆𝒇𝒂𝒏𝒕𝒊𝒏𝒐 che vedete nella foto di copertina e che conservo ancora, dimenticata proprio da Carlo. Mi fece ganascino sulle guance e disse al sergente della polizia militare che non c’era motivo di bloccarci solo perché anche lei e suo marito avrebbero pernottato nello stesso albergo. Soggiunse a mio padre che l’indomani mattina voleva provare quella macchina meravigliosa di cui aveva tanto sentito parlare. Così accadde, ma quando lei e papà tornarono in albergo, la mamma pretendeva che lui sfidasse a duello Filippo che le aveva mancato di rispetto. Papà preferì filarsela all’inglese, insalutato ospite, e ne convinse mia madre, spiegandole che se gli avessero trovato la 𝑴𝒊𝒏𝒐𝒙 con le foto del materiale rotabile che era riuscito a scattare, sarebbe stato processato come spia. Solo quando , oltrepassato il confine, ci fermammo a Baidoa, sulla costa, apprendemmo che, la notte successiva alla nostra fuga, Elisabetta in quell’albergo si era addormentata principessa e si era svegliata regina a causa della subitanea morte di suo padre. I miei genitori decisero che quanto accaduto sarebbe rimasto un segreto di famiglia, non parlandone mai con nessuno. Solo nel 95, pochi mesi prima di morire, mio padre mi raccontò tutto. Se volete saperne di più leggete 𝑨𝒄𝒄𝒂𝒅𝒅𝒆 𝒂 𝑴𝒂𝒍𝒕𝒂, il mio primo giallo. In ogni caso io sono cresciuto con la mamma che divorava i rotocalchi allora pieni di foto e notizie relative alla crescita di Carlo ed Anna , e li considero di famiglia. Contrariamente al resto degli italiani io sono convinto che lui sarà un grande monarca, così come è e resterà una inarrivabile icona di stile per ogni vero gentiluomo. Spero proprio che guarisca presto e che non facciate commenti cretini a questo mio pezzo, scritto tutto con il cuore.

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