Nicolo Gebbia

Navigando fra le Egadi con Ciaccio Montalto

Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel novero di chi ha perso la vita combattendo la mafia , lui é uno degli eroi più  grandi e più’ trascurati. Non ci sono aeroporti ne’ alberi Ciaccio Montalto e le erinni dell’antimafia più’ informate, a stento sanno che è esistito. Lo conobbi dopo un anno che comandavo Marsala durante l’estate del 1981, gravida di pesanti avvenimenti (vi rimando alle mie
testimonianze su radio radicale processi ).

Avevo ricevuto una nuova motovedetta per la stazione di Mazara del Vallo.Era della classe 600, con un equipaggio di due sottufficiali e tre carabinieri .Ad agosto fu impiegata per una gita a Marettimo della signora Maria Pia Fanfani. Al ritorno, dopo aver lasciato la deuxieme dame d’Italie a Trapani con l’orfanello che si portava sempre dietro, chiesi per radio al comandante che si fermasse al porto di Marsala prima di tornare a Mazara. Salito a bordo per testare i motori, trovai un Hatu’ che faceva capolino sotto il cuscino centrale della dinette:’’ E questo cosa mi rappresenta?’ ‘’ Il brigadiere comandante, un ragazzone di un metro e novanta , mi rispose: ‘’Non penserà’ che lo abbia usato io? Mi permetta di spiegarle .’’ E mi raccontò che la moglie del presidente del Senato, oltre che
dall’orfanello era stata accompagnata nella gita dal maggiore che comandava la
compagnia di Trapani, un aitante collega molto simpatico.

Giunti a Marettimo, la signora Fanfani con il maggiore, l’orfanello ed il sottufficiale in
seconda, si erano allontanati per visitare l’isola mentre lui e gli altri due carabinieri dell’equipaggio erano rimasti a bordo per approntare il pranzo che prevedeva spaghetti alle vongole seguiti da gamberoni e triglie di scoglio, insalata di pomodori, fichi d’india  e dessert di gelato. Il tutto condito da vino bianco e marsala vergine. Maria Pia aveva fatto onore alla tavola appisolandosi subito dopo A quel punto il maggiore congedò tutto l’equipaggio, cui affidò l’irrequieto orfanello concedendo ”non meno di due ore di franchigia”. Lui rimase a vegliare il sonno della signora.

Io ho conosciuto due sole mogli di presidenti del Senato, entrambe belle ed affascinanti. La signora
Fanfani dopo Marettimo visitò con me, il generale Cappuzzo ed il colonnello Sateriale l’isola di Mozia, ed anche li’ si appisolò dopo pranzo, vegliata da Sateriale e signora, mentre io e Cappuzzo ascoltavamo le confidenze del Sovrintendente Vincenzo Tusa, che poco prima aveva rifiutato un assegno in bianco dei cugini Salvo (”ci scriva sopra la cifra che vuole fino a 9 zeri”) per
acconsentire ad una lottizzazione della valle sottostante i templi di Selinunte .

Maria Fedele Grasso invece la conobbi ad un cocktail del colonnello Riccardo Amato nel 2003 e mi affascinò (agli uomini piacciono le bionde , si sa’) . Avevo appena cominciato una galante conversazione, che speravo mi portasse fortuna quanta ne aveva avuto quel maggiore vent’anni prima ( poco dopo la gita a Marettimo fu trasferito a comandare il reparto operativo di Firenze) , quando suo marito la sottrasse alle mie attenzioni e non mi restò che chiacchierare con
Agnese Borsellino, vecchia amica dei bei tempi che furono. Come premio di consolazione ebbi comunque i ringraziamenti della signora Amato, che all’epoca per Agnese era una vera e propria dama di compagnia, e non c’era cerimonia per commemorare Paolo cui la invitavano alla quale lei, già sofferente, non si presentasse sorretta con discrezione dalla moglie del mio collega. Quella sera,
però, essendo la padrona di casa, aveva dovuto trascurare la preziosa (in ogni senso) ospite, e fu lieta nel vedere che io, con il mio chiacchiericcio fatuo che voi ormai ben conoscete, la facevo ridere di gusto.

Vi starete chiedendo di Ciaccio Montalto. Arlecchino si confessava scherzando, e le mie parole fatue svelano ai lettori più attenti verità’ inconfessabili se non in questa chiave. Torno sulla motovedetta e dopo aver preso atto di quanto ora sapete anche voi, dico al suo comandante: ”Domenica prossima ci vediamo qui alle 9 e faremo una gita a Levanzo, porterò’ un ospite ” Stavo parlando di Salvatore Di Vitale, attuale presidente del Tribunale di Palermo, che fu lieto di accogliere l’invito. Giunti a Levanzo ancorammo a ridosso di Cala Fredda.
A poca distanza c’era un cabinato a vela bellissimo, uno SWAN 38 piedi.
Spiegai a Salvatore che quella era la barca dei miei sogni, armata con un fiocco autovirante che rendeva agevole governarla da solo, e che l’avrei chiamata Lighea, come la sirena del racconto di Tomasi di Lampedusa. Mi buttai in acqua, con poche bracciate la raggiunsi, ci girai attorno e con grande sorpresa lessi il nome sullo specchio di poppa : LIGHEA .

Del proprietario vidi solo il cappello di paglia a larghe tese, ed ascoltai la musica che veniva forte e ben amplificata dalla cabina: il Flauto Magico di Mozart. Era troppo ! Mi sentivo scippato non solo di un sogno che prima o poi speravo di realizzare, ma anche dei miei gusti musicali più intimi e riposti. Arrabbiatissimo mi allontanai e dopo una lunga nuotata raggiunsi Salvatore Di Vitale, che era arrivato a terra, dove sotto un boschetto c’erano delle tende canadesi i cui occupanti sentimmo che si chiedevano chi fossero quei VIP istituzionali venuti a farsi il bagno con la motovedetta dei carabinieri : l’avevamo fatta grossa ! Con discrezione, facendo un largo giro a nuoto, tornammo a bordo e dissi al comandante di riportarci subito a Marsala. Ci rimase molto male ma obbedì’ senza fare domande e l’indomani, mi recai alla Capitaneria di porto di Trapani dove appresi che LIGHEA era del sostituto procuratore Gian Giacomo Ciaccio Montalto.

Quando lo andai a trovare, pochi giorni dopo, avevo un solo scopo: farmi invitare a bordo. Gli sciorinai tutte le mie esperienze veliche, gli spiegai che a 15 anni mi ero ritrovato d’estate sopra un pontone ancorato a Parigi lungo la Senna e da lì a bordo di un treno antidiluviano,  ero stato trasportato a Concarneau, nel Finisterre bretone, per giungere finalmente all’isola di Sant
Nicolas, dove avevo pelato patate ed imparato a condurre i Vaurien, derive veliche dei Glenans, la più’ famosa scuola marinara del mondo, già riformatorio e tale rimasta per la severa disciplina che vi regnava.

Ma Giangiacomo non si scompose ed allora usai l’arma segreta, gli confidai cioè che ero il felice proprietario del flying dutchman Alpa abbandonato da Tony Negri a Bosa Marina quando era scappato a Parigi, sequestrato dal suo padrone di casa che accampava crediti insoluti. Mi offrii di tornare a trovarlo per mostrargli il libretto di navigazione della barca, regolarmente immatricolata come ”Eclipse” e da me non ancora trasferita dalla Sardegna in Sicilia. Usò il nome Eclipse per sottopormi ad un esame di cultura generale nemmeno tanto velato, che devo aver superato, in quanto subito dopo si abbandonò a considerazioni per nulla positive circa la preparazione dei miei colleghi conosciuti nel corso della carriera. In una sua graduatoria ideale i meno deludenti erano gli ufficiali della Guardia di Finanza, seguiti da noi carabinieri e, buoni ultimi , i funzionari di polizia.

Gli feci osservare che la pensava come le ragazze da marito più agiate, le quali preferivano i finanzieri, che si ritrovavano sempre sfacciatamente ricchi grazie al patrimonio delle mogli e per giunta, al riparo dal rischio di essere ammazzati, visto che dalla fine della seconda guerra mondiale non avevano mai sparato ne’ ad un ufficiale, ne’ ad un sottufficiale e l’unico agente ucciso,  Antonio Zara, era una delle 35 vittime della strage di Fiumicino, contro i mille fra carabinieri e poliziotti d’ogni grado uccisi nello stesso arco di tempo.Ne dedusse che il mio rapporto con la GdF non fosse dei migliori, ma lo smentii. Fu allora che mi dette un incarico particolarissimo. Mi spiegò che due anni prima, nell’ autunno del 79, un misterioso individuo, all’alba, era approdato alla spiaggetta dell’Approdo di Ulisse, lussuoso villaggio vacanze di Favignana reso famoso anni dopo da Dino Risi che ci girò’ il ”Commissario Lo Gatto ”.

L’uomo, descritto dalle turiste che lo avevano incontrato come un Corto Maltese uscito dalla penna di Hugo Pratt, con il pulmino dell’albergo aveva raggiunto il porto e da lì si era dileguato a bordo del vaporetto per Trapani. Aveva abbandonato un gommone Zodiac MK3 con fuoribordo Mercury da 50 cavalli, munito di serbatoi supplementari, bussola a chiesuola e sestante, carte nautiche di tutto il mondo acquistate in una libreria di Berkley, in California, olio, acqua minerale, vino e cibarie in scatola acquistati a Barcellona, il tutto utile per far attraversare mezzo Mediterraneo ad almeno 5 uomini. Il mio collega di Trapani (quello di Maria Pia Fanfani) non era riuscito a scoprire
nulla, ma Ciaccio sospettava che la GdF avesse trovato il bandolo della matassa e non volesse rivelarglielo per misteriose ragioni.

 

Presi subito contatto con il capitano del Corpo che avevo conosciuto dopo uno sbarco di trafficanti a
Torretta Granitola, molto riconoscente in quanto avevo consentito che si liberasse di alcune mele marce senza far nascere uno scandalo. Questi mi portò all’aeroporto di Boccadifalco, dove mi mostrò un hangar pieno di potentissime radio sequestrate a bordo di navi contrabbandiere e mi spiegò che grazie all’ascolto ininterrotto di quegli apparecchi, avevano ricostruito moltissimi traffici
illeciti, compreso quello che interessava il giudice. Mi dette il nome dell’uomo misterioso, un giovane ufficiale della marina mercantile livornese, praticamente incensurato. E mi spiegò che il personaggio, capitano di una nave ancorata a ridosso di Marettimo in attesa dei motoscafi che dovevano trasbordare a terra sigarette e morfina, aveva apostrofato i suoi marinai con il termine più’ offensivo a Livorno (”siete dei montanari”) e prima che lo uccidessero era scappato a bordo del natante destinato ad evacuare l’equipaggio nel caso si fosse reso necessario abbandonare nave e carico per sottrarsi alla cattura.

L’organizzazione lo aveva condannato a morte ed il fuggiasco si era nascosto fra i suoi amici cavatori di marmo delle Alpi Apuane. Dopo quasi due anni aveva negoziato il perdono e la riammissione, che gli era costata una penale di 11 milioni di lire, pari al valore del gommone.Per la rapidità’ della sua fuga gli avevano affibbiato il nomignolo di Speedy Gonzales. Chiesi allora al capitano perché’ tutte quelle notizie non avevano prodotto un’informativa, dal giudice espressamente sollecitata e lui mi spiegò che si trattava di indagini ad ampio spettro che intendevano mantenere in piedi il più’ a lungo possibile, foriere come erano di preziose notizie costantemente aggiornate.

 

Quando riferii a Ciaccio Montalto, mi fu grato e riscontrò tutto. Dopo qualche settimana, però, mi disse che c’erano dei risvolti correlati all’estremismo di destra che mi erano stati taciuti.Ancora oggi vorrei sapere quali fossero, sopratutto dopo aver saputo che il più’ probabile mandante dell’eliminazione del giudice sarebbe stato quel Mariano Agate, capo della cosca di Mazara del Vallo, da me arrestato nell’aprile del 1982, mentre cercava di fuggire per i tetti , dopo una visita alla famiglia. Ed io ben conoscevo i suoi legami con fascisti, nazisti e massoni deviati. La morte di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, per le circostanze della sua ritardata scoperta, fa vergognare me e tutto il popolo siciliano. Il cadavere del magistrato, colpito da una gragnuola di colpi sparati da almeno due armi, rimase per l’intera notte in mezzo ad una strada abitata di Valderice, senza che nessuno dei suoi abitanti intervenisse o desse l’allarme.

A chiamarci,  fu un pastore che all’alba transitava con il  gregge e quando ci compiacemmo con lui per il suo senso civico, pretese venisse verbalizzato il fatto che le  pecore avevano riempito di feci tutta la strada e quindi saremmo risaliti comunque al suo passaggio di lì. Concludo informandovi che,  per circostanze indipendenti dalla volontà di entrambi, io sulla Lighea non ci ho mai messo piede. Però con un altro cabinato a vela, il cui skipper era il padre del giudice Domenico Gozzo, ho addirittura fatto naufragio contro la diga foranea del porto di Palermo. Questo ve lo racconto un’altra volta, tranquillizzatevi.

Per Tony Negri, semmai dovesse leggermi, un’informazione ed una domanda. Eclipse finì alla Maddalena nelle mani di un direttore di banca che si chiamava Nastrucci e circa la scelta del nome io e Ciaccio Montalto avevamo opinioni diverse. Lui sosteneva che era riferito ad un album dei Pink
Floyd del ’73, io propendevo per un purosangue inglese capostipite di tutti gli altri .

Tuttavia,  il fatto che il miliardario Abramovich abbia chiamato così il suo yacht, mi fa oggi sospettare che ci sia un nesso con la storia russa che mi sfugge.
Se Negri vorrà’ sciogliere il dilemma gliene resterò grato.

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