Nicolo Gebbia

L’uccisione di Antonio Lo Muscio

Il primo luglio 1977 era un venerdi’. La mattina ultimai gli esami alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, e dovevo far passare il tempo fino al lunedì , quando con i miei colleghi di corso e quelli del 156 esimo ci saremmo spostati a Persano, in provincia di Salerno, per una full immersion di 15 giorni a bordo dei carrarmati Patton M47.

Decisi che avrei passato il week end tentando di salire in moto su per le scalinate che ancora mancavano alla mia collezione ideale. Quella di Trinità dei Monti l’avevo affrontata felicemente una settimana prima, e dopo una fuga veloce verso Villa Borghese, visto che non mi inseguiva nessuno, ero tornato indietro, discendendola allo stesso modo e riunendomi ai miei cugini Casarico per festeggiare con una pizza.

Ma la scalinata che mi attirava di più era in via degli Anibaldi. Molto lunga, attraversava addirittura un palazzo cinquecentesco e sbucava trenta metri più in alto, nella piazza San Pietro in Vincoli. Quando la intrapresi, con la mia Montesa Cota 250, mi resi conto che andavo troppo piano, e continuando così mi sarei rovesciato.

Mi spostai allora ancora più avanti, piegando le ginocchia, col sedere sul serbatoio, ed accelerando infilai la terza. Era l’andatura giusta per averla vinta sui gradini, ma sbucai nella piazza come una scheggia.

Alla mia sinistra, seduti sui gradini della basilica, c’erano un giovanotto e due ragazze, con molti sacchetti di plastica ai loro piedi, come se fossero appena usciti da un supermercato. Il ragazzo infilò la mano destra in uno di essi , ed io pensai che stava per tirarmi un pomodoro. Accelerai e mi allontanai. Non avevo voglia di scusarmi, e credo di dovere la vita a quella scortesia. A cento metri da lì, comunque, abitavano i miei amici Massimo Del Pra ed Anna Pensato di cui ero invaghito.

Quando il vecchio e sferragliante ascensore arrivò al pianterreno, ne discese l’anziana che faceva le pulizie, e ci montai sopra io. Anna, che mi aspettava sul pianerottolo, mi chiese il perché di quello sguardo spiritato, ed Io galantemente le risposi che era lei a farmi sempre quell’effetto.

In realtà ogni volta che domavo una scalinata particolarmente difficile, provavo un immenso piacere. Lei, comunque, lusingata, mi fece accomodare in terrazza, e mi servi’ un tè freddo alla menta. Sorseggiando il te e rimirando il Colosseo, aspettavamo suo marito, allora neoassunto al San Paolo di Torino grazie alla raccomandazione del fratello della madre, il potentissimo ministro Visentini.

Dopo 5 minuti sentimmo distintamente dei colpi d’arma da fuoco, alcuni isolati ed altri a raffica. Poco dopo arrivo’ Massimo, che sorreggeva quella signora da me incrociata in ascensore, la quale si accasciò sul divano del salotto e, dopo che Massimo le ebbe servito un doppio whisky, ci raccontò che era arrivata nella piazza da me attraversata, diretta proprio alla stessa scalinata che avevo affrontato in moto, quando si era ritrovata nel bel mezzo del fuoco incrociato fra quel giovanotto che temevo mi volesse lanciare pomodori, ed un equipaggio del radiomobile di Roma contro cui il terrorista aveva sparato per primo.

Alla fine era caduto sotto i colpi di mitraglietta, ed allora il brigadiere capo equipaggio, uscendo dal riparo che lo aveva protetto, cioè la portiera aperta della sua Giulia, aveva estratto la pistola dalla fondina ed aveva sparato un colpo alla testa del terrorista, mentre l’anziana donna lo tirava per un braccio, dicendogli: “Basta, non lo vede che è già morto!”

Ne nacque una accesa discussione fra me, i miei amici, più radical e più chic di me ed un terzo amico, Mario Piovene Porto Godi Pigafetta Franceschinis Minasol. Si aveva sei cognomi il conte Piovene, e quella sera era venuto a casa Del Pra per concludere con una stretta di mano la vendita a me del suo maggiolino cabriolet, con cui l’anno prima aveva passato due settimane di sogno in Sardegna in compagnia di Karin Shubert, che però lo aveva poi lasciato con il cuore spezzato.

Loro tre sostenevano che così non si fa , che quella crudeltà gratuita ci rendeva moralmente più abbietti dello stesso terrorista ucciso. Io difendevo il brigadiere, spiegando che se fino ad un attimo prima hai rischiato di morire, hai pur diritto a delle reazioni inconsulte. Nei giorni successivi sapemmo che l’ucciso era Antonio Lo Muscio, e le due ragazze Maria Pia Vianale e Franca Salerno che era incinta, entrambe evase nel gennaio di quell’anno dal carcere di Pozzuoli, preso d’assalto da un commando dei Nuclei Armati Proletari, cui appartenevano sia loro che l’ucciso.

Quest’ultimo il 22 marzo di quell’anno, sopra un autobus romano aveva sparato alla schiena del poliziotto Claudio Graziosi, uccidendolo, perché l’agente aveva riconosciuto la Vianale, ed aveva intimato all’autista dell’autobus di proseguire fino in Questura.

Quando a settembre fui trasferito a comandare la tenenza di Ales, fra me ed i miei amici ancora non era tornato il sereno, e con Piovene,una volta perfezionato il mio acquisto, non mi sono più incontrato fino all’anno scorso, occasione nella quale ho scoperto che il radical chic ha fatto il notaio per tutta la sua vita lavorativa.

Si è meravigliato che ricordassi i suoi sei cognomi, ed io gli ho spiegato che ogni volta che vengo fermato alla guida della sua ex macchina, devo fornire cospicue spiegazioni agli agenti che, increduli, non sanno capacitarsene. Rimase sorpreso nel vedermi ancora quella vecchia macchina e mi ha spiegato che l’ordine dei notai gli ha tagliato gli ultimi tre cognomi, lasciandogli solo gli atri tre, per agevolarlo nella stipula degli atti.

Ma l’incontro più drammatico lo ebbi proprio con la Salerno, ed accadde l’anno successivo in Sardegna. La stavano traducendo da Cagliari al carcere di Nuoro, e si fermò presso la mia tenenza. Mi presentai e le spiegai che ero quel motociclista……. Non volle credere alla assoluta incidentalità del mio passaggio.

Lei e Lo Muscio mi avevano preso per uno scout in avanscoperta, e mi rivelò che non pomodori ma proiettili erano quelli che mi sarebbero toccati se mi fossi fermato. Poi convenne con me che la reazione del brigadiere era quella, scomposta ma giustificata, del combattente che ha appena affrontato un duello all’ultimo sangue.

Ma volle avere lei l’ultima parola e mi lascio’ sconcertato, raccontandomi che i miei colleghi in borghese, sopraggiunti subito dopo, avevano dato tanti di quei calci gratuiti a lei ed alla Vianale, che aveva pensato di perdere il bambino, e si era meravigliata che fosse nato sano. Me lo mostrò con orgoglio, feci riscaldare nelle cucine il suo biberon, e mi offrii anche di far preparare delle pizze per lei ed i militari di scorta.

Per convincerla le feci vedere che sulla facciata della pizzeria, antistante la tenenza, c’era una lapide ad attestare che fra quelle mura era nato Antonio Gramsci. Le margherite erano proprio buone e furono apprezzate anche dalla scorta. Andando via, Franca, con una lacrima malcelata che faceva riscontro alle mie, mi abbraccio’ e bacio’, dicendomi che ero il primo carabiniere che avesse avuto un simile privilegio.

Non so se quel bacio, riferito ad Armando Corona, medico condotto di Ales e poco dopo Gran Maestro della massoneria italiana, sia stato determinante nella sua decisione di farmi cacciare da lì, ma certo è stata la prima delle condotte disdicevoli che lui cominciò ad annotare a mio carico.

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