Nicolo Gebbia

The Napoli Sisters

The Guardian è un quotidiano britannico nato a Manchester nel 1821. Si stampa a Londra per sei giorni alla settimana, e la domenica è sostituito dal supplemento domenicale The Observer. Tiratura media giornaliera 350 mila copie. È l’unico giornale inglese a diffusione nazionale privo di un proprietario ed indipendente rispetto ai partiti politici. Si autodefinisce principale voce liberal del mondo. Da quest’anno è finalmente tornato a fare utili. La sua posizione rispetto all’Italia meridionale fa apparire quel guitto di Giletti come un illuminato e prudente opinionista: quando il Napoli Calcio tentò di acquistare un giocatore del Manchester United, il Guardian scrisse che “il club di una delle roccheforti della mafia italiana vuole Welbeck, e sia il giocatore che la sua squadra sanno che l’offerta è una di quelle che non possono essere rifiutate” . Oggi leggiamo sul giornale un articolo del suo famoso inviato speciale Lorenzo Tondo, che contende a Salvo Palazzolo e Giuseppe Spallino il primato dell’autorevolezza e dell’attendibilità. Il titolo è: Come la mafia dei pascoli sta distruggendo i farmers siciliani”. Ve lo propongo qui di seguito nella sua traduzione letterale, astenendomi da ogni commento:

“Distrutta da magistrati e rivali, la mafia siciliana è tornata alle sue origini rurali, allontanando i contadini dalle loro terre con orribili campagne intimidatorie. Le sorelle Napoli tengono il loro intero raccolto in un barattolo di vetro, appoggiato sul tavolo del soggiorno. Dentro, ci sono soltanto una dozzina di gambi di grano. Il resto del raccolto, 80 tonnellate ( ndt: giuro, dice letteralmente ottantamila chilogrammi), è stato distrutto dalla mafia siciliana, determinata a scacciare queste tre donne lavoratrici dalla terra del Padrino.

Per tre generazioni, la famiglia Napoli ha coltivato grano e fieno a Corleone, la storica roccaforte di Cosa Nostra. Il loro padre, Salvatore, è stato un gran lavoratore che, dopo grossi sacrifici nei campi, è riuscito a mandare le sue tre figlie- Marianna Ina e Irene- all’Università (ndt: dice proprio Università).

Ma una crisi nella mafia più famosa, distrutta dai magistrati, ha costretto Cosa Nostra a tornare alle sue origini rurali, e loro vogliono indietro la loro terra.
La prima minaccia alle sorelle Napoli è arrivata in una fredda mattina di aprile del 2009, pochi mesi dopo la morte del padre: 80 mucche e 30 cavalli hanno invaso i loro campi, distruggendo l’intero raccolto. “Abbiamo pensato che fosse stato un incidente”, dice Ina “ma in fondo sapevamo che queste cose, da queste parti, non sono mai semplici incidenti”.

Il pascolo illegale è la più antica forma di intimidazione mafiosa in Sicilia. Per rendere chiaro che l’evento non era solo un incidente, due cani avvelenati e dozzine di carcasse di mucche sono state fatte trovare presso la loro vecchia casa di campagna. Due trebbiatrici sono state distrutte e l’invasione del bestiame è continuata per quasi otto anni.

Ogni tanto un uomo si fa vedere a casa delle sorelle, offrendo loro 5.000 euro l’anno per “occuparsi” dei loro 90 ettari di terra. Cosa Nostra vedeva le sorelle nubili- zitelle in dialetto locale- come una facile preda e voleva approfittarne.

La crisi nella mafia ha origine nell’arresto di più di 4.000 mafiosi dal 1990 e il rimpiazzo dei vecchi capimafia con boss più giovani che hanno perso la loro autorità.

Il traffico di droga, un tempo sotto il controllo unico di Cosa Nostra, è guidato adesso dalla più potente mafia calabrese, la Ndrangheta. L’industria edile siciliana, che rappresentava un tempo un affare gigantesco per la mafia, ha perso più di un miliardo di euro dal 2007, secondo l’Associazione Italiana Costruttori.

Lontano da Palermo, nascosta nell’entroterra siciliano, Cosa Nostra sta cercando di ripartire da zero.

“E’ come se, spinta dalla crisi, Cosa Nostra si sia ritirata in campagna” dice Sergio Lari, il Capo della Procura di Caltanissetta, al centro della Sicilia. “Lontano dalla pressione delle autorità nelle grandi città, i boss sembrano aver trovato una salvezza”.

Le sorelle non sono le uniche in Sicilia, dove i sussidi annuali dalla Comunità Europea di oltre 1.000 euro ad ettaro danno un incentivo alla criminalità organizzata. I procuratori di Catania hanno arrestato nove uomini in febbraio, membri dei clan Cesarò e Bronte, che, secondo quanto dicono gli investigatori, forzavano i contadini a vendere loro centinaia di ettari. Il processo è tutt’ora in corso.

“La mafia del bestiame sta distruggendo queste terre”, dice Emanuele Feltri, che nel 2010 ha creato una fattoria biologica nella valle del Simeto che è stata subito oggetto di incendio e di furto da parte dei mafiosi. Quattro anni fa, la mafia ha ucciso quattro delle sue pecore a fucilate, una è stata decapitata.

“Loro chiedono ai contadini soldi in cambio di protezione, dai 50 ai 500 euro al mese. Vogliono prendersi le nostre terre. Il loro obbiettivo è portare i contadini alla bancarotta, distruggendo i loro raccolti o bruciando le loro terre. In questo modo saranno in grado di comprare quella terra a poco, e beneficiare dei sussidi agricoli della Comunità Europea.

La terra delle sorelle dovrebbe valere intorno ai 100.000 euro, Oltre al grano, c’è un lago artificiale e una sorgente di acqua pura, che potrebbe essere usata per imbottigliare acqua minerale. Prima che il loro padre morisse, la fattoria produceva 80.000 libre di grano e svariate tonnellate di fieno per un profitto annuale di circa 35.000 euro.

Adesso produce solo 330 balle di fieno, mentre la produzione di grano è a zero. I debiti si sono accumulati, anno dopo anno, raggiungendo i 100.000 euro. “Quest’anno abbiamo guadagnato 660 euro” dice Marianna con le lacrime che le bagnano il volto “la mafia ci ha piegate ma non ci ha sconfitte”.

Le sorelle hanno fatto più di 24 denunce dal 2014 ai Carabinieri, la polizia militare italiana, ma il loro ricorso alla legge le ha isolate all’interno della loro comunità. “La gente ormai non ci saluta; i bracciati rifiutano di venire a lavorare da noi”, dice Ina. “Qualcuno è venuto a chiederci di ritirare le denunce, per evitare il peggio. Ma non lo abbiamo fatto”.

Pochi mesi fa, la mafia ha consegnato alle sorelle Napoli un altro macabro regalo: le pelli di tre pecore.

I responsabili di questa orrenda campagna intimidatoria rimangono a piede libero. Mentre i magistrati stanno seguendo dozzine di casi sulla mafia del bestiame in tutta l’isola, la campagna di otto anni contro le sorelle non è tra questi. Casi individuali di pascolo illegale sono considerati reati minori, con multe di appena 300 euro.

“Speriamo che questa triste storia riceva la giusta attenzione dalle autorità investigative”, dice l’avvocato delle sorelle, Giorgio Bisagna. “Qualcuno dovrebbe investigare su tutti i casi, insieme, dal 2009 a oggi. Se non lo fanno, questi criminali riceveranno solo un paio di multe”.

Le sorelle Napoli rifiutano di arrendersi e, fra pochi mesi, la loro terra passerà sotto la protezione di Terra Libera, un’associazione che si occupa di solito di terre confiscate alla mafia.

“I boss pensavano che rubare alle tre zitelle fosse come rubare una caramella a un bambino” dice Irene, “ma questa volta si sono messi contro le zitelle sbagliate”.

Un ultimissimo aggiornamento per il perfido Spallino ed il Grillo Parlante Palazzolo, al quale non è ancora entrato in testa che i La Barbera mezzjusari sono solo omonimi e neanche parenti di quelli palermitani del cui tesoro sepolto lui sempre vagheggia: è stato presentato ricorso urgente al TAR contro la chiusura della gioielleria da parte della sua titolare, motivata con l’argomentazione che offrire un lavoro al cugino uscito di galera dopo aver scontato la sua pena, è azione moralmente commendevole, e non il contrario. Per inciso il Grillo Parlante, nel citare il mancato rinnovo della certificazione antimafia da parte del comune per la richiesta di allargare ad articoli di paccottiglia varia la gamma delle merci vendute, tralascia, ed io ormai sono convinto che lo fa in perfetta malafede, di citare il fatto che invece la licenza per la vendita di preziosi era stata riconfermata, recentissimamente, dal commissariato di polizia di Corleone. Amico Di Feo, vicedirettore dì Repubblica, avevi promesso che appena ti avanzava un po’ di tempo avresti dato un’occhiata alla redazione palermitana del giornale. La mala fede di Palazzolo su Mezzojuso rende urgentissima quell’occhiata.

 

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