Nicolo Gebbia

Tempesta fra i professionisti dell’antimafia

Lo scontro approdato in tribunale tra la commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava e il giornalista Paolo Borrometi ha un suono antico che arriva, dritto dritto, dall’ultracitato articolo di Leonardo Sciascia (non me ne voglia lo scrittore se ne scomodo la memoria) sui “professionisti dell’antimafia”. La storia è questa: la commissione antimafia guidata da Claudio Fava ha portato a compimento una documentatissima indagine sul sistema dei rifiuti che in Sicilia ha prodotto -e continua a produrre- pochi risultati in termini di efficienza ma danarosissimi affari per chi quel sistema gestisce e comanda. Nell’ambito dell’indagine è saltato fuori che lo scioglimento di alcuni comuni siciliani per infiltrazioni mafiose sarebbe in realtà stato dettato dalla necessità di sbarazzarsi di sindaci che si opponevano ai desiderata dei padroni dei rifiuti e dei loro sponsor.
Nell’elenco dei sindaci “rimossi ad hoc” c’è anche l’ex primo cittadino di Scicli Franco Susino, indagato, rinviato a giudizio ed infine assolto dall’accusa di collusione con la mafia che, invece, sarebbe stato fatto rotolare giù dalla poltrona di primo cittadino -con conseguente scioglimento di tutti gli organi politici del comune- sol perché si era opposto (è l’ipotesi ricostruita dalla commissione guidata da Fava) alla realizzazione di una discarica. Direte: ma che c’entra Paolo Borrometi, giornalista ragusano che su quella vicenda avviò una campagna giornalistica, finito sotto scorta per le minacce ricevute dalle cosche e che adesso è vice direttore dell’agenzia di stampa Agi? C’entra perché, nel corso dell’audizione in commissione antimafia, a Borrometi è stato contestato di non aver dato spazio nelle sue cronache alle ragioni di chi contestava lo scioglimento del Comune di Scicli; lui ha accusato la commissione di spargere falsità sul suo conto producendo un articolo in cui dava conto delle posizioni di chi non voleva lo scioglimento. Solo che quell’articolo, secondo le ricerche fatte da alcuni siti di informazione, risulterebbe costruito a posteriori e retrodatato. Come a costruirsi -a bella posta- una prova a discolpa. Da qui la denuncia di Fava e della commissione nei confronti del giornalista. Per quanto minima e laterale, la storia avrebbe perfino potuto sedurre la fantasia di Sciascia (mi perdoni se oso, Maestro) non solo e non tanto per la figura di Borrometi. In questa storia, nella storia dei Comuni sciolti con l’alibi della lotta alle infiltrazioni mafiose c’è infatti il senso profondo della profezia sciasciana sui professionisti dell’antimafia. Che non era solo quello
(certamente tracciato sbagliando obiettivi) di indicare figure che nella politica e in altre professioni avrebbero usato la lotta alla mafia per fare carriera (negli anni abbiamo visto come la profezia si sia avverata), quanto quello di avvertire sul pericolo che, senza le regole e le certezze dello Stato di diritto, il vessillo della lotta alla mafia potesse essere agitato a mo’ di spettro per liberarsi di oppositori, di competitor, di chi la pensa in maniera diversa. Fino a usarla, quella nobile bandiera, perfino per fare affari e dare a questi coperture politiche. L’indagine della commissione guidata da Claudio Fava ha svelato il punto estremo del “professionismo dell’Antimafia” in senso sciasciano: l’uso di una legge dello Stato adottata per colpire le cosche nel cuore del loro radicamento nella politica e nella società, per farsi gli affaracci propri.
Se davvero è andata così nel caso del comune e del sindaco di Scicli ci sarebbe davvero da fare una maxi-audizione in commissione nella quale convocare i politici che hanno spinto per quella decisione, i prefetti e i commissari prefettizi che hanno ricostruito i fatti, fino ad arrivare al consiglio dei ministri che il provvedimento di scioglimento del Comune ha adottato. Sfilerebbero in tanti. Antimafiosi coi pennacchi e no.

Tutto quello che avete letto fino a qui costituisce la trascrizione integrale di un un articolo apparso oggi sulle pagine palermitane del quotidiano La Repubblica a firma dell’ottimo Enrico del Mercato.
Perché l’ho fatto mio?
Proprio perché mi ha tolto le parole di bocca e perché sono certo che non sarei riuscito a trattare l’argomento con altrettanta proprietà ed arguzia.
Voi polentoni fra i miei 25 lettori, ammesso che ancora leggiate Repubblica, ormai divenuto un foglio di destra, come sottolineato dalla scelta del nuovo direttore Maurizio Molinari,non avreste potuto quindi prendere visione di questo piccolo capolavoro.
Ma voglio aggiungere qualcosa che potrebbe sfuggirvi: in Sicilia per diventare un guru dell’antimafia di maniera c’è bisogno anche di poter esibire le stimmate delle minacce subite da parte dei boss, se non, addirittura, la miracolosa sopravvivenza a qualche attentato sanguinario.
Borrometi ce l’ha, ed ha querelato chi lo ha messo in dubbio.
Claudio Fava due o tre anni fa ha ricevuto addirittura una busta a lui indirizzata contenente proiettili calibro 7,65.
Salvo Palazzolo, firma abituale delle pagine palermitane di Repubblica ed icona dell’antimafia, ancora non le aveva.
Ha presentato istanza in carta bollata, e la mafia lo ha accontentato subito, addirittura questa volta firmandole minacce con nome e cognome , truccate da un vaffanculo espresso nei suoi confronti su Facebook, ormai gazzetta ufficiale dell’antimafia.
Dopo che due anni fa fu proprio lui, cugino acquisito delle sorelle Napoli, a rivelare per primo la persecuzione ai loro danni da parte della risorta mafia dei pascoli, quella persecuzione che ha visto ardere di sdegno voi polentoni perché mandata in scena ogni domenica da Massimo Giletti, Palazzolo ed il grande anchorman televisivo hanno ottenuto dalla prefettessa di Palermo lo scioglimento di una amministrazione comunale diversa da quella competente sulle proprietà ereditate dalle tre sorelle, colpevole solo di ospitarne la residenza e di “averle lasciate sole”.
In quella circostanza Claudio Fava, dopo avere ascoltato quelle povere donne a Palermo, addirittura volle tenere una seduta della sua commissione direttamente dentro il comune di Mezzojuso, ed io, che c’ero, ricordo la potenza geometrica della sua scorta di Polizia.
Poi secreto’ tutto, ed ancora attendiamo di potere leggere le conclusioni cui egli giunse.
Ora sembra preso da resipiscenza, ed afferma che i criteri con cui tante amministrazioni siciliane sono state sciolte vanno rivisti, perché forse si è abusato troppo della normativa che li prevede.
Per fortuna l’assessorato regionale competente ha preso in mano la situazione.
Infatti, dopo che lo scorso mese il procedimento intentato dalle sorelle per ottenere 27 mila euro di risarcimento dal proprietario del feudo Marosa è stato scandalosamente perso da esse e dal loro avvocato, malgrado la testimonianza del maresciallo Saviano, dimostrando ancora una volta che la mafia permea di sé anche i palazzi di giustizia, dopo tutto ciò dicevo,a spese della Regione le vacche inselvatichite vengono rifocillate con balle di fieno portate per loro ogni giorno da Palermo.
Con la pancia piena esse non hanno più la forza di andare a recare danno alle messi del feudo Napoli.
Anche il ricorso al Tar del Lazio, presentato dagli amministratori comunali fatti decadere, ha subito un cospicuo ritardo a causa del Coronavirus ed ormai tutti loro -zii, cugini, cognati e nipoti di grandi boss storici- potranno vedere respinte le loro ingiuste istanze solo nel mese di giugno, se tutto va bene.
E nel frattempo?
Io penso che c’è una lacuna da colmare, perché l’ultimo dei grandi giornalisti che ci consentono di non dimenticare questa vergognosa vicenda, Giuseppe Spallino, è ancora vergine da minacce ed attentati, e questo rappresenta un grosso neo nel suo curriculum professionale.
Per porvi tempestivamente rimedio gli suggerisco di rivolgersi ad uno specialista del settore, Salvatore Battaglia.
A proposito… “Chi l’ha Visto?”